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I concetti di genocidio, Shoah e pulizia etnica nelle crisi internazionali

di Gabriele Nissim

Nel corso delle tre più importanti crisi che stanno infiammando il quadro internazionale (Ucraina, Medio Oriente e Karabakh) vengono spesso usate definizioni fuorvianti, che non solo non permettono di comprendere i fenomeni in corso, ma creano ad arte emozioni nell’opinione pubblica per manipolarla politicamente. Un cattivo uso delle parole può portare non solo a giudizi morali inappropriati, o persino a visioni catastrofiche, ma impedisce di cercare con la ragione la soluzione dei problemi.

I due concetti inflazionati sono stati la parola nazismo e il termine genocidio. La definizione di progetto nazista indica l'intenzione di distruggere gli ebrei non solo in una parte del mondo, ma in ogni angolo della terra. Era questo l’obbiettivo di Hitler: un genocidio universale fino alla morte dell’ultimo ebreo. Invece la parola genocidio mostra l’obbiettivo di eliminare fisicamente un gruppo etnico, sociale o politico, sia con una distruzione totale, sia in modo parziale, come ad esempio è avvenuto a Srebrenica con lo sterminio di oltre 8.000 bosniaci musulmani. 

Il genocidio secondo Raphael Lemkin, inventore di questa parola che racchiude un ibrido greco-latino (genos e cidio: uccidere un genere e dunque un'identità) presuppone intenzionalità e volontarietà. Spesso però, come osserva lo storico israeliano Yehuda Bauer in Ebrei, un popolo in disaccordo, (Edizoni Gariwo/Cafoscarina, 2022), la prova di questa volontarietà non si trova solo nei documenti o nei messaggi ideologici, ma all’interno dell’esame dei fatti. Per usare un modo di dire americano: “se sembra un’anatra, cammina come un’anatra e stranazza come un’anatra, allora è un’anatra”. Ovvero: le prove di una intenzionalità si scoprono nell’esame delle azioni concrete, piuttosto che nei linguaggi spesso elusivi. Non ci sono ordini firmati da Hitler, né tanto meno documenti che dicevano esplicitamente che tutti gli ebrei di ogni parte del mondo dovevano essere uccisi, ma l’esame dei fatti storici lo dimostra.

Nel concetto di genocidio, approvato dalle Convenzione delle Nazioni Unite nel 1948, Lemkin aveva poi introdotto il tema decisivo della prevenzione, quando il progetto genocidario era ancora in fieri, per cui un paese o un gruppo politico che mostrava l’intenzionalità della distruzione doveva venire richiamato all’ordine dalla comunità internazionale con la persuasione o persino con la pressione militare. Lemkin però non era riuscito a fare approvare il concetto altrettanto importante di genocidio culturale (quando si nega l’identità di una nazione, prima ancora di sopprimerla fisicamente), e poi quello di distruzione di gruppi politici e sociali, come è avvenuto, ad esempio, nei gulag sovietici o in Cambogia, quando per la prima volta si utilizzò il concetto di politicidio (l’annientamento di interi gruppi sociali e culturali all’interno dello stesso popolo).

Invece, in queste crisi non si sono usate altre definizioni, come la pulizia etnica, i crimini di guerra o le atrocità di massa, che potrebbero spiegare alcune situazioni. Esaminiamo il conflitto russo-ucraino. Come definire l’attuale politica russa? Ci viene in soccorso la definizione di genocidio culturale di Lemkin. Infatti, il giorno prima del 24 febbraio 2022, Putin giustificò l’aggressione all’Ucraina sostenendo che l’identità ucraina era una costruzione artificiosa nata da un errore storico di Lenin dopo la rivoluzione bolscevica, quando per motivi politici aveva separato l’Ucraina e la Russia, che invece facevano parte della medesima nazione. La sua idea era molto semplice: l’identità politica e culturale dell’Ucraina non aveva motivo di esistere e per questo non era legittima la sua esistenza. 

Da questa negazione dell’anima ucraina (dunque tentativo di genocidio culturale) si è poi in modo conseguente arrivati ai bombardamenti sulle città, e alle terribili atrocità di massa a Bucha, Kherson e altre località. L’autocrate russo ha, inoltre, utilizzato una distorsione del concetto di nazismo, descrivendo l’invasione come una necessaria operazione di denazificazione dell’Ucraina per poterla riportare all’interno della grande madre Russia. Non solo in questo caso il concetto di nazismo non riguardava più l’antisemitismo eliminazionista, ma addirittura il paradosso era quello che l’Ucraina non solo aveva un presidente ebreo regolarmente eletto, ma mai la comunità ebraica, dai tempi del totalitarismo sovietico, aveva potuto fruire di una situazione così favorevole, anche per la memoria della Shoah, con le cerimonie finalmente pubbliche, ad esempio, sulla strage nazista di Babi Jair, rimossa dal comunismo.

Passiamo alla guerra tra Israele e Hamas. Quando c’è stato l’attacco del 7 ottobre, nel mondo ebraico si è parlato di una nuova Shoah che aveva nuovamente colpito gli ebrei. Invece quasi nessuno, nel mondo non ebraico, ha definito il massacro e le violenze contro ebrei indifesi, solo per il fatto che erano ebrei (ma c'erano persino lavoratori thailandesi e altri stranieri!), come un atto genocidario di una organizzazione terrorista. Successivamente, quando è iniziata la risposta israeliana ed è cominciata l’atroce conta delle vittime palestinesi, immediatamente nel mondo arabo, nelle università americane e nelle manifestazioni a sostegno della Palestina che si sono organizzate da Roma, a Londra e a Parigi, lo slogan che ha unificato centinaia di migliaia di persone era uno solo: Israele, con la sua operazione di risposta contro Gaza, stava compiendo un atto deliberato di genocidio del popolo palestinese. Cosa è allora stato l’attacco di Hamas? Non è stato certamente un atto di resistenza militare come molti, non solo nel mondo arabo, hanno cercato di raccontare, censurando così gli stupri e i pogrom commessi, ma un comportamento genocidario.

C’è poi un elemento di coerenza in questa azione disumana? La troviamo formulata in modo chiaro nello statuto di Hamas, dove si scrive nel primo capitolo che il compito dell’organizzazione è la cancellazione di Israele, con la sostituzione di uno stato islamico: “Israele esisterà e continuerà ad esistere fino a quando l'Islam non lo cancellerà, proprio come ha cancellato gli altri prima di esso.” Ne consegue che l’atto barbaro non è dipeso da una degenerazione militare, ma è nato all’interno di un programma chiaro ed esplicito di annientamento di un popolo e di una nazione. Come aveva osservato Lemkin, nella descrizione di un genocidio che colpiva anche un gruppo parziale, è palese il rapporto tra intenzionalità e il suo effetto concreto.

Nell'idea di liberazione della Palestina c’è dunque quella dell’annientamento degli israeliani, evidente in quello che è accaduto il 7 ottobre. Per assurdo, se Hamas fosse riuscito a organizzare un attacco su più ampia scala e maggiori mezzi e fosse arrivato a Tel Aviv, lo sterminio di ebrei sarebbe stato di maggiori proporzioni. Dunque, la categoria da utilizzare nella descrizione di Hamas è quella di genocidio parziale (come accadde a Srebrenica) e di incitamento al genocidio culturale e fisico, come si legge nel suo statuto, ma anche nei propositi ideologici e politici dell’Iran e degli Hezbollah, che incitano alla distruzione di quella che definiscono "identità sionista", per togliere legittimità al diritto di esistenza della nazione ebraica.

Si può allora paragonare il pogrom del 7 ottobre alla Shoah e al nazismo? Come scrive la storica dell’Olocausto Dina Porat, il paragone ha soltanto una ragione emotiva, perché molti ebrei con la rabbia e il disgusto hanno dichiarato di “vivere un secondo Olocausto”, ma una simile comparazione è antistorica, perché allora gli ebrei erano disarmati e il nazismo poteva contare sulla complicità di molti paesi e su un antisemitismo forte e diffuso su scala mondiale. Ora invece gli ebrei, grazie all'esistenza dello stato di Israele, hanno la possibilità di reagire e di difendersi e non sono alla mercè di una potenza che tenta di cancellarli in ogni parte del mondo. Parlare di una "nuova Shoah" significherebbe poi la possibilità di usare tutti mezzi militari di fronte all’avvicinarsi di una simile catastrofe. Di fronte a un nuovo Hitler non ci sarebbero vie di mezzo per la salvezza degli ebrei. Ma non è così.

Come invece giudicare la risposta di Israele a Gaza? La corrente principale che accusa Israele di genocidio non solo rimuove i pogrom del 7 ottobre, ma grida nelle piazze slogan che invocano la sostituzione di Israele con uno stato palestinese che vada dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. Come dire che ci vuole una ripetizione del 7 ottobre. Altre parole invece sarebbero necessarie per descrivere l’offensiva militare a Gaza.

Come osserva ancora Dina Porat, in un documento sottoscritto da alcuni intellettuali, la Convenzione delle Nazioni Unite sulla punizione e la prevenzione del genocidio del 1948 richiede che si intenda "distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale" in almeno uno dei cinque modi prescritti. Le parole "in quanto tali" impongono un requisito di intento rigoroso: un atto violento va considerato genocidio solo se gli individui sono presi di mira esclusivamente in virtù della loro appartenenza al gruppo e non per ragioni strategiche, come una risposta militare a un brutale attacco terroristico. Se l’obbiettivo dell’operazione a Gaza avesse avuto un intento genocidario, l’esercito israeliano non avrebbe allertato la popolazione con volantini prima dei bombardamenti, non avrebbe creato corridori umanitari, e nemmeno avrebbe permesso l’ingresso a Gaza di centinaia di camion con petrolio e attrezzature.

Il discorso è invece un altro. Qualsiasi azione militare in una zona popolata (e non va dimenticato che, in questo come in altri casi, Hamas si fa scudo dei civili utilizzando tunnel sotterranei e postazioni sotto ospedali e scuole), se condotta senza le dovute cautele, può avere la conseguenza di provocare crimini di guerra e atrocità di massa che verranno giudicate in quanto tali. Per questo il presidente americano Biden, in totale disaccordo con la condotta politica e militare di Benjamin Netanyahu e della maggioranza del suo governo, ha sostenuto che Israele sta perdendo la legittimità della sua azione a Gaza. Un'azione contro una organizzazione genocidaria come Hamas deve essere accompagnata da una prospettiva politica per il futuro dei palestinesi, offrendo loro finalmente la possibilità di uno stato indipendente e in rapporti non conflittuali con Israele.

Se invece il governo israeliano nel futuro immaginasse di spostare le popolazioni di Gaza in Egitto, oppure continuerà ad avvallare le azioni illegali e spesso violente dei coloni, che teorizzano la sovranità assoluta senza compromessi sulla Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania), allora non solo cresceranno nei territori occupati nuovi giovani con il mito di Hamas, ma la comunità internazionale si troverà a usare nuove parole per definire la politica di Israele e dei coloni: come razzismo, aphartheid o persino incitamento alla pulizia etnicaÈ l’esito degli avvenimenti che porta alle parole e alle definizioni, e non viceversa.

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