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I giornalisti russi e ucraini ci ricordano Picasso e il messaggio di Guernica

di Gabriele Nissim

L'intervento del presidente della Fondazione Gariwo Gabriele Nissim in occasione della Giornata per la libertà di stampa al Giardino dei Giusti di Milano "La guerra oltre la propaganda - Il racconto indipendente dei fotoreporter ucraini e dei dissidenti russi". Uscito su La Stampa il 4 maggio 2023

Nella Giornata della libertà di stampa, il mio pensiero va a Pablo Picasso che accettò l’invito del governo repubblicano spagnolo di produrre una opera che rappresentasse la Spagna e la sua battaglia per la libertà durante l’esposizione internazionale di Parigi del 1937.

Picasso decise allora di dipingere un quadro che raffigurasse il bombardamento di Guernica del 26 aprile del 1937, perpetrato dalle squadre tedesche della legione Condor con l’aiuto dell’Aviazione legionaria italiana.

L’operazione bellica tedesca si chiamava operazione Rügen. Inizialmente doveva distruggere il ponte Renteria, ma i bombardamenti tedeschi alle 16,30 colpirono la città basca di Guernica, mentre migliaia di persone si trovavano al mercato. Centinaia di contadini morirono sotto le bombe con il loro bestiame e l’intera città fu rasa al suolo.

Picasso dipinse immagini di angoscia di un simbolismo universale: la mamma con un neonato senza vita in braccio che grida al cielo disperata, un cavallo che somiglia ad un asino, simbolo dell’irrompere della brutalità, un cadavere con le stigmate sulla mano sinistra che stringe una spada spezzata, simbolo di martirio e di innocenza. Ma anche un pallido fiore simbolo di speranza per un futuro da ricostruire, assieme alla colomba della pace che ha un moto di strazio prima di cadere a terra.

Il quadro era un manifesto contro la crudeltà e l’ingiustizia della guerra, ma non lasciava dubbi sulle responsabilità di chi aveva scelto la distruzione: il nazifascismo con le sue bombe aveva raso al suolo Guernica.

Con lo stesso spirito di Picasso l’artista russo Danila Tkachenko, assieme ad un gruppo di fotografi ucraini, ha voluto usare l’arte fotografica per creare un manifesto itinerante il cui scopo è quello di sviluppare l’empatia e l’immaginazione attorno alle barbarie della guerra, delle bombe e dell’invasione.

La tecnica usata è molto innovativa. Come non essere solo spettatori inermi di fronte all’attacco bellico in Ucraina? I media informano ogni giorno della guerra, ma non sono in grado di trasmettere la prossimità degli eventi come era riuscito Picasso con la sua arte. Una cosa è sentire le notizie, un’altra è mettersi nei panni degli altri come può stimolare la creazione artistica e la letteratura che ci permettono di entrare nella dimensione soggettiva degli altri, come osserva Edgar Morin.

Danila Tkachenko ha progettato di portare la sua mostra dal Giardino dei Giusti di Milano a tutte le più belle piazze d’Europa per contrapporre la pace e la bellezza di cui godiamo con la distruzione di un popolo europeo ai nostri confini.

Il messaggio allora è chiaro e forte. Non solo ci fa immaginare cosa significherebbe una bomba contro gli edifici di una nostra città, ma ci fa comprendere con l’arte delle istallazioni fotografiche che le distruzioni in Ucraina distruggono anche una parte della nostra identità europea. È il grande insegnamento di Raphael Lemkin, l’artefice della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi a cui si ispira il Giardino dei Giusti di Milano. Quando infatti si colpisce una parte, sosteneva il giurista ebreo polacco, si impoverisce l’intera umanità. Quanto ci si sente amputati nella propria anima si crea partecipazione ed empatia. Se non lo si capisce si diventa invece vili ed indifferenti. Il meccanismo dell’indifferenza è purtroppo umano, ma funziona e si ripete quando può sembrare che anche la più terribile delle tragedie sia uno tsunami che non ci tocca da vicino e da cui conviene per il nostro quieto vivere stare alla larga.

È quanto ha cercato di fare la propaganda di Putin. Con le sue fake news sulla guerra fin dal primo giorno ha cercato di ingannare tutti. Ha parlato di operazione militare speciale e non di guerra e invasione, ha sostenuto che l’Ucraina non aveva una sua identità, ma era una parte della Russia, ha dichiarato che l’Ucraina rappresentava una minaccia nucleare alla Russia, che era intervenuta contro un regime nazista che riproponeva l’ideologia di Hitler. Ha creato paura e timore come se fossimo alla vigilia di un conflitto nucleare.

Ha invertito, con la diffusione di parole malate, il rapporto tra vero e falso, ha rappresentato l’aggressore come l’aggredito, ha trasformato la vittima in un carnefice. Allo stesso modo in cui Hitler nel gennaio del 1939 nel parlamento tedesco alla vigilia della guerra dichiarò, come ricorda Yehuda Bauer, che la fantomatica “internazionale ebraica” stava portando il mondo ad una guerra e bisognava impedirlo con una operazione militare difensiva.

Putin ha cercato abilmente di trasformarci, come ammoniva Primo Levi, in una zona grigia inerme, come se l’invasione dell’Ucraina non riguardasse la nostra stessa esistenza e la libertà dell’Europa.

Il castello di menzogne crolla, però, di fronte alle immagini delle distruzioni della guerra che i fotografi ucraini e gli artisti russi oggi hanno messo davanti ai nostri occhi.

Esattamente come l’enorme tela di Picasso sulla distruzione di Guernica, esse mostrano la responsabilità dell’aggressore. Ieri il nazifascismo. Oggi la Russia di Putin.

Così le gigantografie di morte esposte nei luoghi più belli delle nostre città ci richiamano all’empatia per le vittime di una guerra che ci colpisce da vicino e ci impedisce di essere solo spettatori.

Il dittatore russo per la sua impresa non solo ha dovuto ricorrere alla propaganda e alla diffusione del falso, ma ha messo all’indice e ha cercato di spezzare la vita delle voci libere dei giornalisti russi e degli stessi giornalisti occidentali che lavorano a Mosca.

Ricordiamo la condanna a 25 anni di carcere di Vladimir Klara Murza, accusato di alto tradimento per avere condannato la guerra e per avere difeso pubblicamente i detenuti colpevoli di reati di opinione e l’arresto del giornalista americano Evan Gershkovich, corrispondente del Wall Street Journal in Russia.

Oggi è in atto una repressione politica in Russia che ci ricorda i tempi di Breznev e del comunismo sovietico.

Per questo non dobbiamo commettere gli errori che una generazione fece nei confronti dei dissidenti sovietici, quando furono lasciati soli nelle loro straordinarie battaglie di libertà.

Per questo oggi noi di Gariwo da questo Giardino facciamo una proposta a tutte le testate italiane. Almeno per una settimana intera vorremmo che su tutte le pagine dei giornali venissero messe in evidenza le foto dei giornalisti indipendenti arrestati in Russia e in Bielorussia e si creasse così un movimento per la loro liberazione.

Nel mondo del giornalismo dovrebbe valere un principio fondamentale. Quando si colpisce la libertà di stampa di un collega in un altro paese, anche noi perdiamo una fonte di informazione.

Come del resto hanno capito i resistenti ucraini (dovremmo forse chiamarli i nuovi partigiani) la guerra forse si potrà arrestare prima se le voci libere in Russia riusciranno a seminare il loro pensiero.

Ecco le ragioni della nostra solidarietà.

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

5 maggio 2023

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