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I Giusti e la Bellezza come estetica delle relazioni umane

Una riflessione di Erminio Maglione e Cristina Dal Min

Il secondo incontro del ciclo di conferenze Le parole e le storie. Quattro idee terapeutiche per la crisi del mondo contemporaneo, organizzato in collaborazione con l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha analizzato il concetto di bellezza (della persona buona e dell’azione buona) attraverso le relazioni di Francesca Pola (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) e di Caterina Piccione (Università di Bologna). L’incontro ha generato un fervido dibattito di cui si ritiene importante riportare alcune considerazioni teoriche, soprattutto in relazione alla particolare ottica scelta nella trattazione: la riflessione attorno allo stretto legame fra la sfera del bello e la dimensione pratica ed etica.

È interessante prima di tutto osservare come, sul piano etimologico, la parola bellezza risalga al latino bellus, diminutivo della forma antica di bonus, che significa appunto buono.
Quando si parla di bellezza risulta spontaneo e naturale pensare all’arte, alle forme armoniose, ordinate e proporzionate proprie della classicità, nel tempo divenute paradigmatiche, come anche alle astrazioni dai colori vivaci, moderne e contemporanee, oggetto a tutt’oggi di intensi dibattiti. La bellezza dischiude una realtà simbolica complessa e stratificata, un patrimonio immateriale che porta con sé una pluralità di interpretazioni e contenuti da cui è possibile partire per narrare luoghi, identità e culture differenti. La bellezza, in quest’accezione di orientamento nell’ambito delle produzioni simboliche, è dunque un elemento fondamentale che porta a interrogarsi sulle forme del fare umano e sulla loro efficacia nella società.

L’arte si delinea, prima di tutto, come luogo autentico di esperienza: un termine non casuale, intrinsecamente legato ai concetti di bellezza, azione e bene. John Dewey, ad esempio, sostiene che l’esperienza sia frutto dell’interazione fra organismo e ambiente, registrandone il carattere attivo, originato dall’intreccio di percezione e azione. Data questa premessa, l’atto esperienziale non può essere considerato come una ricezione passiva di impressioni sensibili ma, al contrario, come base della cultura e della conoscenza umana mossa dall’emozione, “segno cosciente di una frattura, attuale o incombente. La disarmonia è l’occasione che spinge alla riflessione”. L’esperienza diviene così “vitalità intensificata” e “in quanto soddisfazione di un organismo nelle sue lotte e nei suoi successi in un mondo di cose, l’esperienza è arte in germe”.
Dalle parole del filosofo statunitense emerge la tendenza umana di aprirsi al mondo costruendo il proprio sé attraverso la ricerca dell’armonia. Nell’arte, come nella vita quotidiana, la relazione avviene con molteplici interlocutori: l’opera, il contesto in cui è inserita, l’autore che l’ha generata e lo spettatore che la osserva. In questo dialogo complesso e silenzioso, ricco di sentimenti, prende forma il desiderio di creare un comune spazio di confronto. I soggetti protagonisti di questo incontro, a prima vista improbabile, sono portatori di storie preziose, forme emotive del racconto diretto e memorie del presente e del passato.

In questo quadro, è immediatamente percepibile l’accordo fra la bellezza e le figure di Giusti e Giuste di cui Gariwo promuove la conoscenza e la diffusione. Esseri umani imperfetti che hanno agito nel mondo e nel presente, non arrendendosi alla disarmonia, al disordine e al conflitto – che, secondo Dewey, invece di inibire l’azione, genera pensiero – ma scegliendo coraggiosamente la bellezza del bene. Uomini e donne che si sono assunti la responsabilità individuale della libertà attraverso la donazione gratuita di sé, dimostrando anche a sé stessi che, nonostante l’intrinseca fallibilità umana, è possibile stabilire attraverso l’esempio una corrispondenza tra azioni, valori e idee.

Se è vero allora ciò che sostiene Albert Camus, ovvero che «la bellezza non fa le rivoluzioni ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei», tale bellezza etica è riconoscibile in ogni persona che, ad un certo punto della propria vita (e senza sapere precisamente perché), sceglie il bene.
L’inquadramento filosofico scelto per affrontare il tema della bellezza nell’ambito di questo ciclo di conferenze è allora molto preciso: la bellezza non è analizzata in generale ma in quanto manifestazione concreta del bene e, dunque, come dinamica estetica in grado di ingaggiare il fruitore, oltre che sul piano strettamente sensoriale (la bellezza si percepisce con i sensi, provoca giudizi di gusto ecc.), anche e soprattutto su quello storico ed etico-politico. Bello, secondo quest’accezione, è allora l’operato del Giusto che agisce per la salvaguardia della vita come valore supremo e non negoziabile.

Nel corso della nostra esperienza di consumatori preda dei meccanismi riproduttivi della società di massa – società che riproduce in serie prodotti tutti uguali per cui la diversità e la differenza (una piccola imperfezione nella merce, un dettaglio mancante o errato ecc.) sono caratteristiche da evitare e correggere pena la non vendibilità dell’oggetto –, vedere nella bellezza una diretta connessione con il bene inteso come azione buona, non è affatto scontato e, anzi, decisamente raro. All’interno della moderna società capitalistica il bello è ciò che spinge a comprare e a consumare; è cioè quel presupposto estetico che permette la costante riproduzione della dinamica del mercato che scambia merce e denaro, attribuendo ad ogni merce un preciso prezzo. Nel regime dello sguardo consumistico desideriamo e, se possiamo permettercelo, compriamo, una macchina perché è bella (nel senso di performante, accessoriata ecc.); come desideriamo e compriamo un capo d’abbigliamento perché è bello (elegante o alla moda).

La bellezza del bene, la bellezza legata all’agire del Giusto, ci parla però di un altro tipo di bellezza, diversa da quella del mondo consumistico sempre burocraticamente finalizzato, che ci porta a riflettere su quanto tale termine sia complesso e stratificato. La bellezza dell’azione buona non è infatti orientata secondo un fine interessato o utilitaristico – come descritto poc'anzi – ma è espressione di una “bontà insensata”, di un’azione libera e spontanea che si traduce nel preservare la vita e nel difendere la costitutiva fragilità di ogni essere umano. Tale azione non è però dettata da un “dover essere” o, in generale, da una qualche etica deontologica, strutturata attraverso un sistema di doveri categorici e, conseguentemente, di divieti precostituiti che, semplicemente, bisogna rispecchiare.
La bellezza derivante da un’azione buona è la risultante di un gesto che non è possibile ricondurre a delle massime o a dei principi fissati in precedenza ma è, al contrario, frutto del libero e spontaneo agire dei Giusti che, senza particolari calcoli su costi e benefici, è disinteressato come, d’altra parte, è la bellezza secondo Kant che, nella Critica del Giudizio, è «ciò che piace universalmente e senza concetti». L’azione del Giusto è bella perché inizia e finisce con se stessa e non ha nulla al di fuori di sé; la sua bellezza è quella di un gesto autonomo – che non ha nell’utile la propria ragion d’essere eteronoma – come risposta ad un’esigenza viscerale che non tiene conto delle leggi o di imposizioni di altra natura. Il Giusto agisce perché sente che la sua azione è necessaria, vitale, e non perché risponde a dei precetti di ordine trascendente. Riprendendo la definizione kantiana, l’azione del Giusto è bella perché è “senza concetto”. L’azione bella e dunque buona è improntata ad una forma di responsabilità incarnata, esercitata in base ad un impulso irriflesso di salvaguardia della vita altrui, che vede in tutti i gesti di offesa, sottomissione ed eliminazione un irrimediabile impoverimento delle culture umane.

L’azione del Giusto presuppone dunque un’estetica delle relazioni che unisce gli uomini, sospendendo ogni forma di appartenenza e di motivazione interessata, in virtù della loro umanità, ovvero del loro essere parte del genere umano come insieme di singolarità differenti e irripetibili.

Concepita in questo modo, la bellezza diventa ciò che spinge all’azione, ciò che fa agire annullando ogni tornaconto e, anzi, molto spesso palesemente contro l’interesse, e contro la stessa vita, di chi sceglie di operare per il bene. La bellezza è ciò che mette in discussione l’ordine costituito – inteso come legge, convenzione, appartenenza nazionale ecc. – per spalancare un orizzonte di senso sino a quel momento impensabile. Infine è quello spazio di libertà che, testardamente, sceglie di contrapporsi alla violenza. Platone, che intendeva la bellezza come diretta manifestazione del bene, vedeva in essa il punto di partenza per la contemplazione delle sostanze ideali, delle verità eterne, portatrice dunque di una dimensione veritativa che permetterebbe l’accesso all’essenza di ciò che appare. D’altronde, secondo il Fedro, solo alla bellezza, fra tutte le sostanze perfette, «toccò il privilegio di essere la più evidente e la più amabile». La bellezza è evidente e, questa stessa evidenza, spinge a replicarla e a imitarla. Si riconosce il ruolo fondamentale di perfezionamento morale incarnato dalla bellezza: chi vedrà un Giusto agire all’insegna del bene, sarà portato a imitare il suo esempio virtuoso – bello perché evidente, perché esercitato nell’evidenza della vita quotidiana –, contribuendo a diffondere epidemicamente l’effettualità di questa bellezza che, invece di chiamare alla mera contemplazione, spinge alla cura del mondo e alla sua trasformazione.

L’operato del Giusto diviene così ciò che effonde la bellezza insita nell’azione buona: essa migliora il Giusto che la compie, stringendone e approfondendone il legame con l’umanità, ma potenzia l’umanità stessa che, vedendola, ne pratica l’esempio, assicurando a propria volta il perpetuarsi e il diffondersi della bellezza. Lo stesso Cicerone, nelle sue Tusculanae disputationes, individuò chiaramente questo nesso fra bello e ben agire, quando, parlando della bellezza dell’anima, la definisce come «l’uniformità e la coerenza delle opinioni e dei giudizi congiunta a una certa fermezza e immutabilità, che è conseguenza della virtù o contiene l’essenza stessa della virtù». Questo passo ciceroniano porta al cuore del segreto del Giusto: la virtù è la fonte del ben agire, il quale rende l’anima più bella. Perché? Perché l’azione giusta connette gli uomini al di là di ogni possibile differenza, facendo intravedere una possibilità alternativa di mondo, fuori dalle logiche utilitaristiche, dalle soffocanti leggi dell’appartenenza (politica, nazionale ecc.) e dalle pratiche di sopraffazione e dominio.

Analisi di Erminio Maglione, Assegnista di ricerca in Storia della filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e Cristina Dal Min, Educazione Gariwo

7 maggio 2024

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