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I sovranismi si contrastano assumendosi le responsabilità del presente

di Giovanni Cominelli

Che l’adunata dell’Internazionale sovranista, convocata da Salvini a Firenze il 3 dicembre, sia stata l’inizio della campagna per le elezioni europee del 2024 è tautologico affermarlo. È dalla fine dell’estate che tutte le forze politiche italiane si stanno muovendo. Il sistema politico italiano si presta all’avvio con largo anticipo delle campagne elettorali, perché la debolezza istituzionale della forma-governo lo rende contendibile dal momento in cui è stato costituito. Non soltanto l’opposizione può realisticamente proporsi di farlo cadere, ma anche forze interne alla maggioranza di governo possono darsi da fare per riconfigurare a proprio vantaggio i rapporti di forza. Aiuta, in questa direzione, la legge elettorale italiana per il Parlamento europeo, approvata nel 1979. È strettamente proporzionale. Nel 2009 è stata fissata una soglia di sbarramento del 4%, nel 2014 è stato regolato il numero di preferenze esprimibili, fino a 3. Così nessuno è costretto ad allearsi con nessuno, a meno che sia molto piccolo, e ciascuno può verificare quanto effettivamente pesi. Magari scopre di poter ritoccare a proprio vantaggio i rapporti di forza stabiliti nell’ultima tornata elettorale, sia essa politico-nazionale o amministrativa. C’è un terzo fattore: il basso tasso di europeismo della politica italiana, a dispetto della retorica corrente, spinge a trattare la scadenza elettorale europea come italiana, giocata cioè su questioni interne. Così le elezioni europee si trasformano in elezioni nazionali suppletive.

Queste, dunque, le ragioni politiche dell’adunata fiorentina. Salvini prova a partire in anticipo e fare la voce grossa dentro la sua maggioranza per risalire la china, lungo la quale è scivolato dal 2019, quando la Lega aveva toccato il record del 34,26% e Fratelli d’Italia si trovava al 6,4%. Le percentuali si sono rovesciate in occasione delle ultime elezioni politiche. Da qui il meccanismo della manovra politica di Salvini.

Ma ciò che importa è la base ideologica e culturale della manovra. Si tratta di un mix di populismo identitario, di nativismo, di denuncia della tecnocrazia di Bruxelles quale cinghia di trasmissione delle potenze oscure del capitalismo e della finanza. Da qui la descrizione dei processi migratori come complotto per la sostituzione etnica dell’uomo bianco e cristiano in Europa. Questa catastrofe sarebbe il prodotto dell’Unione europea, che ha fatto da sponda alla globalizzazione cosmopolita selvaggia promossa dalle democrazie liberali, che consentono ogni tipo di miscuglio etnico e di degenerazione sessuale. A questo sguaiato repertorio fiorentino hanno dato il loro contributo personaggi quali Anna Maria Cisint, sindaco di Monfalcone, per la quale il Friuli Venezia-Giulia è ormai sommerso da un’onda islamica, Tomio Okamura, ceco a dispetto del nome, Tino Chrupalla, leader filonazista di AFD, l’austriaco Vilimsky, il bulgaro Kostadinov e così via…

E se il quadro europeo è catastrofico, è meglio che ciascun popolo-nazione se ne stia quieto dentro i propri confini, severamente protetti da invasioni migratorie e da culture e religioni estranee alla storia di ciascun paese. E se tutti stanno tranquilli a casa propria, fiorirà la pace universale. Che non è certo quella di Kant, perché non è fondata sulla comunanza universale dei diritti e doveri, ma sull’identità originale e infrangibile di ciascun popolo-nazione. E se un popolo-nazione grosso tenta di schiacciare un popolo-nazione piccolo, vedi il caso Russia-Ucraina? Beh, non è affare degli altri paesi. Anzi, prima Putin sottomette l’Ucraina e prima riparte l’economia, si spegne l’inflazione, riprendono i commerci e, chissà, i liberi finanziamenti di Putin a Salvini… 

Apparentemente nulla di nuovo rispetto al repertorio propagandistico della campagna elettorale europea del 2019.

Eppure, dal 2019 al 2024 molto è cambiato. Ed è tale cambiamento che spiega l’avanzata di questi discorsi in alcuni paesi europei, dalla Francia all’Olanda, dalla Germania all’Italia, e deve pertanto accendere le spie di allarme.

La novità storica è la fine del ciclo di pace in Europa. Il ciclo era stato aperto, nel pieno della Seconda guerra mondiale, con la Conferenza di Teheran, svoltasi dal 28 novembre al 1° dicembre 1943, e con la Conferenza di Yalta, tenutasi dal 4 all’11 febbraio 1945, nelle quali si incontrarono Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin. Nell’autobiografia di Churchill, si narra di un resoconto inoltrato ad Anthony Eden, suo Ministro degli Esteri, nel quale il leader britannico dichiara il proprio compiacimento per aver contribuito a garantire la pace in Europa “per i prossimi quarant’anni”. Churchill teneva realisticamente un profilo basso, memore del fatto che la pace di Versailles del 1919 era durata solo vent’anni. La storia è andata oltre le previsioni. La pace europea è durata 77 anni, fino al 24 febbraio 2022, giorno dell’aggressione russa all’Ucraina. La sua fine si sviluppa all'interno di una disgregazione dell’ordine mondiale post-‘45. Un nuovo ordine ancora non si intravede. In questi decenni le tessere del puzzle mondiale hanno cambiato dimensione e posizione. Il titolo Ungewissheit und Wagnis (Incertezza e rischio) di un libro del 1937 di Peter Wust, filosofo esistenzialista cristiano, ci restituisce, oggi come negli anni ’30, lo spirito del tempo che stiamo attraversando. Mancavano solo due anni all’inizio della Seconda guerra mondiale. P. Wust morirà nel 1940.

È vero che gli individui sono realisticamente convinti di non poter influire sui destini del mondo. Il che non è un problema, finché il mondo, almeno qui in Europa, pare sicuro. La fine di questa sicurezza sta retroagendo sulla psicologia di ciascuno di noi. Abbiamo paura del futuro, nostalgia del passato, ansia del presente. Mario Draghi ha lucidamente sintetizzato la nuova condizione europea, quando ha fatto notare che ci eravamo appoggiati agli Stati Uniti per la sicurezza, alla Russia per l’energia, alla Cina per i commerci. Questi appoggi si sono rotti. Il vecchio mondo è finito. Le nostre identità storico-nazionali entrano in fibrillazione. Il benessere non è più “a buon mercato”. I nostri figli sono spaventati dal futuro. Il calo demografico ne è una conseguenza, perché loro non hanno più intenzione di generare altri figli. Se tutto ciò diviene psicologia di massa, allora si mettono in movimento culture, immagini del mondo, fantasmi che parevano sepolti dalla storia e che vediamo rumorosamente riemergere a Firenze e in altre piazze d’Europa. Tornano a influire sulla nostra percezione del mondo. E problemi strutturali, quali sono, ad esempio, l’immigrazione o l’inflazione o il cambiamento climatico, sono gonfiati e letti in termini distorti. E le ideologie si mescolano in strani potpourri. Il rosso-brunismo è solo uno di questi. Si va in piazza contro il capitalismo, contro il mercatismo, contro le tecnocrazie e ci si trova a fianco il filo-Putin o l’antisemita. Non è accaduto qualcosa del genere agli operai comunisti e socialisti della repubblica di Weimar, che si fecero ammaliare dalla strana sigla del NSDAP, il Partito Nazional-Socialista Tedesco dei Lavoratori?

È facile, ma poco consolante, constatare che la ricetta nazionalista/sovranista non reggerebbe, qualora vincesse le elezioni europee, al minimo urto delle potenze mondiali in lotta tra loro. La sovranità nazionale in sottomissione al più forte e più vicina. La pace in un solo paese non è possibile. L’ideologia sovranista un effetto immediato, però, lo ottiene in ogni caso: quello di iniettare intolleranza e violenza nelle relazioni sociali e quello di generare sfiducia nel metodo democratico di affronto e soluzione dei conflitti. E questo è assai più di un complotto al buio, è una strategia a cielo aperto.

C’è un modo per opporsi a tale deriva? Un modo praticabile da tutti e da ognuno? Il metodo è sempre lo stesso: una ragione discernente, che si assume le responsabilità del momento presente. Essa precede la società, la politica, le istituzioni. È stata data in dote a ciascuno. È il fondamento e il presupposto della presenza di ciascuno di noi su questo pianeta.

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