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Il Dio degli eserciti e la guerra di sterminio

di Amedeo Vigorelli

«Passò Giosuè con tutto Israele da Maggeda a Lebna e la prese d’assalto. Anche questa città, col suo re, il Signore diede in mano d’Israele, che la passò a fil di spada con tutti gli abitanti senza risparmiarne neppure uno. Fece al re di Lebna come aveva fatto al re di Gerico. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Lebna a Lachis; vi si accampò, la espugnò. Il Signore diede pure Lachis in potere d’Israele, che la potè occupare al secondo giorno; e passò a fil di spada ogni abitante come aveva fatto con Lebna» (Giosuè 10, 29-32).

Possiamo tralasciare il seguito del racconto della conquista della terra di Canaan, con la monotona ripetizione della strage della popolazione residente, sancita e avvalorata dalla protezione divina assicurata all’esercito israelitico, che si svolge per pagine e pagine dell’antico Testo Sacro. Si sa come andavano le cose a quei tempi, non solo nelle terre semitiche, ma in tutto l’orbe civilizzato, così come avrebbero continuato ad andare nei secoli successivi, fino al trionfo dell’impero di Alessandro e via via degli imperatori romani (pur nella parziale attenuazione dei costumi barbarici e lo stabilimento della pax romana e dei principi del Diritto). Ma non ci saremmo aspettati di vedere riproposti quei costumi crudeli nell’odierno Israele che, con tono rassicurante, ci affrettiamo a difendere, come «l’unica democrazia del Medio Oriente». Proprio alla vigilia del fatale 7 ottobre 2023 sembrava imminente l’accordo per il reciproco riconoscimento tra Israele e i paesi arabi limitrofi, all’insegna di una coesistenza pacifica tra le fedi abramitiche. Ma, come a un segnale convenuto, ecco scatenarsi tra le due parti in conflitto (Hamas e Israele), una guerra di reciproco sterminio, senza regole e senza rispetto dei trattati internazionali, con l’applicazione sistematica della vendetta di sangue e della punizione collettiva, che evoca l’antichissimo retaggio tribale delle popolazioni semitiche.

Di fronte al recente gesto dell’ambasciatore israeliano all’ONU, che passa al trita-documenti la propria tessera di accreditamento al più alto consesso giuridico delle nazioni mondiali (un gesto che ricorda più il costume di associazioni mafiose che quello della asserita «unica democrazia del Medio Oriente») è forse opportuno soffermarsi a riflettere sul destino delle democrazie contemporanee e sulla natura intrinsecamente genocidaria della guerra , così come viene oggi concepita, preparata e perseguita, come proseguimento della politica con altri mezzi, da parte delle Nazioni civili. Nel suo fondamentale libro sui rapporti tra diritto e morale nelle guerre contemporanee (Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, Laterza 2009) Michael Walzer mette in luce la difficoltà di applicazione della tradizionale distinzione tra guerra giusta e ingiusta, in quelle situazioni (sempre più frequenti) in cui la distinzione tra eserciti combattenti e popolazioni civili, aggressori e resistenti, occupanti e invasi tendono a sfumare, sia per la sproporzione dei mezzi di offesa e di difesa impiegati, sia per la difficoltà di distinguere tra rappresaglia e crimine di guerra, diritto alla difesa e vendetta. Gli esempi sono tratti dai noti episodi della seconda guerra mondiale e dei conflitti postcoloniali, di cui quello tra Israele e Arabi sono divenuti un caso problematico, assimilabile ai più classici e studiati episodi della guerra del Vietnam (incrementata, non dimentichiamolo, dai politici democratici degli Stati Uniti d’America). I concetti utilitaristici, come quello di proporzionalità tra l’offesa arrecata al nemico e lo scopo legittimo della guerra, o quello del doppio effetto con cui si cerca di conciliare il divieto assoluto di attaccare i noncombattenti con la conduzione legittima dell’attività militare, mostrano la loro insufficienza, in presenza del carattere tragico-dilemmatico delle guerre contemporanee.

«È più difficile da comprendere l’estensione dello status di combattenti a chi non rientra nella classe dei soldati, sebbene nella guerra moderna ciò sia abbastanza frequente; lo sviluppo di una tecnologia militare, si potrebbe dire, lo ha imposto, perché la guerra è oggi un’attività economica tanto quanto militare. Occorre mobilitare un vasto numero di lavoratori prima che un esercito possa anche soltanto fare la sua comparsa sul campo; e una volta che questo sia stato impegnato nella lotta, i soldati appaiono radicalmente dipendenti da un continuo flusso di equipaggiamenti, benzina, munizioni, cibo, e così via. Costituisce quindi una grande tentazione attaccare un esercito nemico dietro le proprie linee, specialmente se la battaglia non sembra volgere verso un esito positivo. Ma attaccare dietro le linee vuol dire coinvolgere nella guerra individui che almeno nominalmente risultano essere civili» (Guerre giuste e ingiuste cit., p. 185).

Se l’etica utilitaria e quella intenzionale mostrano la corda di fronte ai dilemmi contemporanei, a quale altra morale, se non a quella assoluta della religione, possiamo fare ricorso? La forma moderna del quinto comandamento (come Lemkin ci ha insegnato) non suona più nell’imperativo categorico del non ucciderai, ma in quella aggiornata del non commetterai genocidio. Alla luce di questa constatazione, possiamo limitarci a registrare i torti e le ragioni dei contendenti (e questo riguarda al momento Israeliani e Palestinesi, così come – a poca distanza geografica – Russi e Ucraini) o non dovremmo piuttosto mobilitarci affinché i prodromi di due genocidi in corso (quello culturale degli Ucraini e quello bellico dei Palestinesi, accanto a quello solo minacciato degli Israeliani) non si trasformino in un dato di fatto della politica degli stati – così come è già accaduto, nel Ventennio orribilis che stiamo vivendo, agli Afgani, ai Siriani, alle donne iraniane, agli Iazidi e alle altre innumerevoli minoranze in via di «innaturale» estinzione?

Finché non saremo in grado di elaborare un autentico tabù culturale nei confronti della guerra contemporanea, dovremo accontentarci delle rassegnate parole di Freud a Einstein, nel celebre scambio epistolare del 1932:

«Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo di incivilimento, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, di una idiosincrasia portata, per così dire, al massimo livello: E mi sembra in effetti che le degradazioni estetiche della guerra concorrano a determinare il nostro rifiuto in misura quasi pari alle sue atrocità» (Freud, Opere, 11, p. 303).

Per noi oggi non può bastare il rifiuto estetico della guerra. Non dimentichiamo del resto che lo stesso Freud, poche righe prima, si era lasciato andare a una prognosi ben più pessimistica:

«Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento. Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo diventati e buona parte dei nostri mali. Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente penetrabili. Fosse esso porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione si moltiplicano più rapidamente dei ceti sociali di elevata cultura» (Ivi, p. 302).

Ci stiamo forse avvicinando a tale esito, dal momento che le risorse della terra (come ricordano persino le Encicliche papali) non sembrano bastare alla soddisfazione dei bisogni e delle pulsioni di otto miliardi di plebi fameliche, tenute in scacco dal 2% della popolazione ricca e privilegiata (nel linguaggio di Freud, la più … civile)? Se così fosse, dovremmo rassegnarci ad annoverare la pratica genocidaria tra gli strumenti della politica contemporanea (altro che XI comandamento…).

Ritengo in conclusione che rientri nella missione culturale di Gariwo una approfondita riflessione teorica – non solo politica, ma etica, storica, antropologica – sui temi della guerra contemporanea e della pace. Accanto a questa (che è già iniziata, ed è anzi una costante dell’attenzione rivolta al contemporaneo) mi pare ugualmente imprescindibile un dialogo costante con le culture religiose (non necessariamente con le chiese dogmatiche), non certo assenti nel panorama nazionale e internazionale. Se il termine pacifismo può suonare antico e persino ambiguo, di fronte alla perenne metamorfosi degli integralismi, parliamo più semplicemente di pace, e mettiamo anche questa tra le «quattro parole» del «metodo Gariwo».

Amedeo Vigorelli

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale Unimi

20 maggio 2024

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