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Il progetto europeo tra sogno e realtà

di Anna Foa

Per molti decenni, e con più forza dopo il 1989, mentre intorno a noi si costruiva, fra mille difficoltà ma anche con mille speranze, l’unità di una parte almeno dell’Europa - quella che si era fatta sanguinosamente guerra nella prima metà del Novecento - ha dominato fra noi l’idea che i confini si stessero abolendo, che le nazioni stessero scomparendo, che i nazionalismi, con il loro inevitabile corollario di guerra, fossero ormai un residuo del passato. A provarlo sembrava essere la pace che regnava dal 1945 in Europa, una pace che era sì stata interrotta dalla terribile guerra in Bosnia, ma senza che abbastanza forte fosse stata la percezione che gli europei ne avevano avuto, quasi quei terreni di guerra e di episodi genocidari non facessero davvero parte dell’Europa

Forse, se si fosse avuta coscienza del peso di Srebrenica invece di rimuoverla, non si sarebbe arrivati impreparati e quasi stupiti al rivolgimento che abbiamo di fronte: il rinascere dei nazionalismi, quelli basati sul sangue e non sulla cultura e la storia, sotto il nome di sovranismi, l’odio verso il diverso, verso il migrante, verso il più debole, verso chi ha un diverso colore della pelle o una religione diversa da quella delle maggioranze. Ed infine, la guerra, la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, che si accompagna ad una crescita esponenziale del terrore interno in Russia, arresti, messa fuorilegge delle organizzazioni come Memorial, rifiuto della diversità come quella LGBT, uso spregiudicato della religione, veleni ed uccisioni.

Se questo succede nella Russia dittatoriale di Putin, da noi, è vero, la situazione è migliore, ma gravida di rischi. L’idea di patria che il governo esalta non è la patria basata sull’identità culturale e sul contratto di cui parlava su queste pagine pochi giorni fa Giovanni Cominelli, ma sostanzialmente quella basata sull’esclusione e sul sangue, l’etnia. Un’etnia che si cerca di rivalutare distinguendola dal vetusto concetto di razza, ma che sempre quello, in questo contesto, è e resta. La famiglia che si propone non è diversa da quella che esalta a Mosca il patriarca Kirill, cioè fondata sul rifiuto dell’omosessualità, come ci dimostra quello che sta succedendo anche in Italia, colla messa in discussione dei figli di coppie omosessuali. E se, per ora, qui da noi Papa Francesco offre modelli religiosi opposti a quelli del patriarca Kirill, il Dio che avremo di fronte in un futuro più o meno prossimo sarà un Dio dell’inclusione o dell’esclusione, un Dio che dialoga o un Dio che inquisisce? Un Dio che accetta il dialogo con tutti, con tutte le religioni e con i laici, o un Dio che agita la spada contro chi non è fra i suoi fedeli?

Non si tratta solo del Dio dei cristiani, questa deriva è ovunque. Sugli stessi principi si fonda in Israele il progetto delle destre al governo: estremismo religioso, attacco alla democrazia, odio della minoranza palestinese che si vorrebbe cacciare, fino ai pogrom contro i villaggi palestinesi. Tutto in nome di Dio e della patria ebraica. Non era questo che avevano immaginato i padri fondatori. Come non è questa Italia che i padri costituenti hanno delineato.

Non siamo riusciti in questi decenni a trasmettere il senso che la costruzione dell’Europa avrebbe dovuto avere. La maggior parte delle persone ha concepito solo il fatto che avremmo potuto fare a meno dei passaporti, non che l’unione dell’Europa fosse il fondamento della pace. Non si è capito il potere distruttivo del nazionalismo, il suo essere intimamente legato alla guerra di aggressione, al rifiuto della democrazia all’interno, all’intolleranza. Il termine “patria” ha assunto sempre di più, con il prevalere dei sovranismi, il valore di un’affermazione identitaria rivolta contro gli altri, in primo luogo contro i profughi, i migranti: prima gli italiani.

Ripercorrendo in un suo libro del 1957 il modo in cui era nato il Manifesto di Ventotene, alla fine del 1941, mentre la guerra insanguinava come non mai l’Europa e la svastica sembrava ovunque vincente, tra prigionieri al confino di polizia, uno dei padri fondatori dell’Europa, Altiero Spinelli, scriveva: “La federazione europea (…) era la sobria proposta di creare un potere democratico europeo (…) era la negazione del nazionalismo che tornava a imperversare in Europa (…) era infine e soprattutto la possibilità per la democrazia di ristabilire il suo controllo su quei Leviatani impazziti e scatenati che erano ormai gli stati nazionali europei, perché lo stato federale avrebbe impedito loro di diventare mezzi di oppressione e sarebbe stato da essi impedito di diventarlo a lui”. Ma il Manifesto di Ventotene non si studia nelle scuole italiane e pochi lo hanno letto.

Allora, bisogna ricominciare, come in quel terribile 1941. Si, ma ricominciamo dall’Europa, come cittadini europei.

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