Quando ho scritto la carta della democrazia da proporre ai Giardini dei Giusti, sono partito da un disagio personale che vivo ogni giorno osservando la virulenza degli odi e delle contrapposizioni che ogni giorno si manifestano sulla scena pubblica, non solo a livello internazionale, ma anche nel nostro paese. Mi sono chiesto se la nostra incapacità di dialogare e di ascoltare l’altro nel nostro tempo possa essere alla base della nostra assuefazione al clima delle parole violente che ogni giorno ascoltiamo nei telegiornali e nei talk show.
Se noi stessi perdiamo il gusto della conversazione e amiamo lanciare invettive sui social per chi la pensa diversamente come potremmo diventare un argine nei confronti di chi cerca di mettere in discussione la democrazia? Avevo in mente una grande riflessione di Hannah Arendt nel suo saggio “La crisi della cultura: nella società e nella politica” dove osserva, riprendendo Immanuel Kant, che per ragionare non basta trovare l’armonia con sé stessi, come afferma Socrate, quando sostiene che è meglio essere in disaccordo con il mondo, piuttosto che con la propria coscienza. C’è infatti un passo successivo che amplifica la propria coscienza ed è una “mentalità allargata”, che si può realizzare solo con un dialogo con gli altri, uscendo da noi stessi, quando si deve prendere una decisione.
Scrive la Arendt: “Il processo del pensiero che realizza il giudizio non è un dialogo con sé stessi, come il pensiero dedito al puro ragionamento, al contrario, anche se nel prendere la decisione io sono del tutto solo, il mio giudizio si esplica in una comunicazione anticipata con altri con i quali devo arrivare ad un certo accordo.” Potremmo dunque dire che non sviluppiamo dentro di noi, solo una coscienza individuale, ma anche una collettiva.
Per questo abbiamo bisogno di aprirci e di confrontarci con gli altri e soltanto attraverso la conversazione, il dialogo e tutte le relazioni possiamo meglio compiere questo percorso. Per poterlo fare dobbiamo sviluppare una propensione all’ascolto e all’empatia che presuppone una nostra disposizione ad uscire dai nostri pregiudizi e a cambiare idea per metterci nelle condizioni di cercare il vero e il giusto assieme agli altri.
E questa la grande opportunità che ci fa vivere la democrazia, dove il pluralismo delle posizioni, non è mai un ostacolo, ma ci permette di arricchirci spiritualmente.
Si gioisce per il piacere della verità e si è pronti a cambiare opinione, perché al giusto e al vero non si arriva mai da soli. Oggi, invece, è quasi senso comune che il proprio ego sia sempre portatore di verità e persino per le piccole cose siamo portati a contrapporci in modo assoluto agli altri. “Io lo penso e lo dico e quindi ho sempre ragione”. È questa la legge dei social che tendiamo a replicare ovunque. La crisi della conversazione e del confronto è la malattia del nostro tempo e spiega nella quotidianità la crisi della democrazia.
Di questa degenerazione negli Stati Uniti ne parla David Brooks nel suo ultimo editoriale, una delle firme più autorevoli del New York Times, il quale annuncia il commiato dal giornale per dedicarsi alla formazione nelle università e ricostruire dal basso un nuovo umanesimo che riporti in auge la ricchezza delle relazioni.
Cosa non funziona per Brooks? In America si è persa la fiducia nell’idea di umanità e di condivisione e Trump ha fatto credere che la moralità riguarda solo i deboli e i babbei, che la vita è soltanto potere, forza, bullismo e crudeltà. Altruismo, generosità, onore, integrità ed ospitalità sarebbero soltanto miraggi usati da coloro che vogliono ingannare gli americani. Ma anche molti educatori e attivisti hanno abbandonato l’umanesimo, sostenendo che la civiltà occidentale ha prodotto soltanto il colonialismo (vedi la cancel culture) e che “la persuasione è un mito e che he la vita è una competizione per il potere tra oppressi e oppressori”, dove la forza e la violenza è il metro che determina le relazioni.
Così, sostiene Brooks, ha vinto il nichilismo e si sono indeboliti i legami tra le persone in una società attraversata da un iper-individualismo. Un recente sondaggio di Harvard afferma che il 58 per cento degli studenti universitari dichiara di non avere mai sperimentato nella vita alcun senso di “scopo o di significato". Il vuoto morale ha, quindi, portato 77 milioni di americani a votare per Trump nel 2024 e a non vedere nulla di moralmente squalificante in quel Presidente.
C’è una terapia di fronte a questa degenerazione? Per Brooks ci vuole prima di tutto un cambiamento nel pensiero, un nuovo clima spirituale per vincere la battaglia politica contro Trump e risollevare l’America.
Egli ci richiama ad Edmund Burke che sosteneva che la cultura, che lui chiamava “buone maniere”, è più importante della politica. Le buone maniere, scriveva: «sono più importanti delle leggi. Da esse dipendono, in larga misura, le leggi. La legge ci tocca solo qua e là, di tanto in tanto. Sono le buone maniere che ci irritano o ci rasserenano, ci corrompono o ci purificano, ci esaltano o ci degradano, ci barbarizzano o ci raffinano, con un'azione costante, regolare, uniforme, impercettibile, come quella dell'aria che respiriamo. Esse danno forma e colore alla nostra vita. A seconda della loro qualità, aiutano la morale, la alimentano o la distruggono completamente».
Secondo questa visione, una democrazia prospera non solo per l’efficacia delle sue leggi, ma perché la maggioranza dei cittadini interiorizza norme di comportamento che rendono possibile la convivenza sociale: parlare con rispetto, essere cortesi, ascoltare sempre le parole degli altri, trattare il prossimo con dignità. Ma l’intuizione più originale è il suo appello alla “grande conversazione” come modalità di vita: “Se volete schierarvi dalla parte dell'umanizzazione, unitevi alla Grande Conversazione. Si tratta di una tradizione di dibattito che risale a millenni fa e che abbraccia la teologia, la filosofia, la psicologia, la storia, la letteratura, la musica, lo studio delle civiltà globali e le arti.
Questa conversazione è un tentativo collettivo di trovare un equilibrio praticabile nell'eterna dialettica della condizione umana: la tensione tra autonomia e appartenenza, uguaglianza e successo, libertà e ordine, diversità e coesione, sicurezza ed esplorazione, tenerezza e forza, intelletto e passione. La Grande Conversazione non finisce mai, perché non esiste una soluzione permanente a queste tensioni, solo un luogo di riposo temporaneo che funziona in questa o quella circostanza. All'interno della conversazione, ogni partecipante impara qualcosa su come pensare, come sentire, cosa amare, come essere all'altezza del proprio ruolo sociale.”
Conversare significa essere pronti a recepire il pensiero degli scrittori, degli artisti, dei filosofi, di chi è vissuto prima di noi. La cultura ci richiama ad ascoltare ogni sollecitazione, a considerare il dialogo infinito con gli altri, come uno stimolo a sviluppare il nostro pensiero. Di questi tempi, al contrario, parliamo per vincere, non per capire. Discutiamo per affermare identità, non per cercare con l’altro la verità, comunichiamo solo per schierarci, e invece non amiamo più tenere aperte le domande.
David Brooks nel suo ultimo libro Conoscere gli altri (DeAgostini) individua due categorie contrapposte di personaggi che appaiono sulla scena pubblica e che incontriamo nella nostra quotidianità. Ci sono quelli che chiama “diminutori” che con il loro ego fanno sentire gli altri piccoli e invisibili. Li vedono come oggetti da usare, non come persone con cui fare amicizia. Sono così egocentrici che gli altri per lo non fanno parte del mondo e sono del tutto superflui. Gli “illuminatori”, invece, hanno una curiosità persistente verso il prossimo. Sono stati educati e si sono formati nell’arte di capire gli altri. Sanno cosa cercare e come fare le domande giuste al momento giusto. Puntano la luce della loro attenzione sugli altri e li fanno sentire più grandi, più profondi.
Brooks affronta un tema molto importante: ogni persona ha il bisogno di essere ascoltata per non sentirsi emarginata per questo è necessario fermarsi e tacere per dare modo all’altro di esprimersi. Chi è in grado di ascoltare non solo farà del bene al prossimo, ma avrà la possibilità di arricchirsi con le opinioni degli altri e quando prenderà la parola a sua volta riceverà più rispetto.
Una buona conversazione è un atto di esplorazione condivisa. Inizia in un punto e finisce in un altro. Per il giornalista scrittore americano la democrazia esprime il bisogno di una conversazione permanente e per questo motivo chi la mette in discussione con il suo bullismo prima poi sentirà il peso di una resistenza della società, perché l’esigenza di dialogo e di confronto fa parte della natura dell’uomo.
Così, ricostruire dal basso buone pratiche di conversazione nei tempi di oggi è una forma di resilienza contro gli autocrati che vogliono con la forza soffocare le persone ed esprimere il primato del proprio ego.
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Foto di Mark Golding: https://www.pexels.com/it-it/f...

