Gariwo
QR-code
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/in-memoria-di-andrej-sacharov-da-dissidente-senza-diritti-a-deputato-eletto-in-unassemblea-costituente-27327.html
Gariwo Magazine

In memoria di Andrej Sacharov: da dissidente senza diritti a deputato eletto in un’assemblea “costituente”

di Sergio Rapetti

In questo e in due articoli che seguiranno, Sergio Rapetti, che ha conosciuto e frequentato l’eminente scienziato e dissidente sovietico, onorato nel 2003 al Giardino dei Giusti del Monte Stella a Milano, rende omaggio alla figura e all’opera di Andrej Sacharov attraverso un percorso che si dipana in tre momenti:

1. Da dissidente senza diritti a deputato eletto in un’assemblea “costituente”; 
2. Un ammirevole lascito: un progetto di Costituzione dell’Unione delle Repubbliche sovietiche di Europa e Asia;
3. Un uomo di pace: per il proprio Paese e il mondo.



Dal 1988 il Parlamento europeo premia persone e organizzazioni che si sono distinte nella difesa dei diritti umani nel mondo. È il “Premio Sacharov per la libertà di pensiero”. Nel primo anno il riconoscimento ha riguardato due persone: il Premio Nobel per la Pace Nelson Mandela, simbolo stesso della lotta all’Apartheid in Sudafrica, per la quale ha subito 27 anni di prigionia nonché, a titolo postumo, Anatolij Marčenko, dissidente “storico” sovietico privato della libertà per 20 anni e morto in carcere nel 1986, già in epoca gorbacioviana, a seguito di uno sciopero della fame di tre mesi “per il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza sovietici”.

Così da quasi 40 anni, il nome di Sacharov ricorre in ognuna di quelle premiazioni annuali ma per il resto la memoria stessa di lui non sembra essere altrettanto presente. Il mio intento qui è rievocare alcune vicende della sua esistenza le quali l’hanno reso, oltre che “grande anima” del dissenso civile in Unione Sovietica, un potenziale “padre costituente” di un auspicato futuro democratico.

Partiremo dagli inizi del 1987. Gli ultimi tre anni di vita di Sacharov sono stati caratterizzati da una serie di importanti eventi che l’hanno visto in prima linea nel tentativo di indirizzare, per quanto gli fosse riuscito, il loro corso verso esiti diversi da quelli che si preannunciavano. La profonda crisi della fiducia popolare nei confronti del Partito Comunista e del suo Segretario generale Michail Gorbačëv, la disastrosa situazione economico-sociale generale in cui versava il Paese, l’insofferenza e le rivolte, dal Mar Baltico al Caucaso, per l’invariato dominio di Mosca sulle altre Repubbliche, preconizzavano un vero e proprio disastro epocale. Né potevano valere a scongiurarlo perestrojka e glasnost’ – che tanto prestigio davano a “Gorby” in Occidente – se la perestrojka (ricostruzione) non fosse diventata – questo era l’auspicio di Sacharov - decisamente più radicale.

Ma prima di accennare ai contenuti di quella “riforma radicale” proposta da Sacharov sarà qui utile ricordare il periodo pregresso di sette anni (dal gennaio 1980 al dicembre 1986) dell’“esilio interno” a Gor’kij, una città chiusa agli stranieri. Andrej Dmitrievič vi era stato relegato, in forma extragiudiziale, cioè senza un decreto amministrativo o sentenza penale al riguardo, per i suoi appelli rivolti alle istanze partitico-governative, all’opinione pubblica del proprio Paese e al mondo riguardanti prevalentemente la violazione dei diritti umani in Unione Sovietica. Ma il regime aveva infine fatto ricorso a questa misura illegale quando, dopo l’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan del 25 dicembre 1979, Sacharov, premio Nobel per la pace nel 1975, aveva rilasciato tra dicembre e gennaio 1980 tre dichiarazioni, riprese negli editoriali di importanti testate occidentali, contro l’invio di “contingenti limitati delle forze armate sovietiche” inteso ad aiutare “l’amico popolo afghano”.

Insisto sul settennio di Gor’kij anzitutto perché la “narrazione” che ne è rimasta in Occidente è sommaria. Una prima considerazione riguarda la natura stessa della ssyl’ka: meglio che “confino” o “esilio interno” varrebbe a renderla in modo più adeguato già per l’etimo, il termine “deportazione”. E poi: per Sacharov, e sua moglie che a un certo punto l’aveva voluto raggiungere, sono stati anni letteralmente in balìa degli organi della sicurezza e delle loro arbitrarie iniziative: sorveglianza continua all’interno e dall’esterno dell’alloggio, sottrazione di documenti e scritti, continue perquisizioni in presenza e in assenza dei locatari, intercettazioni alternate a periodi di distacco del telefono, provocazioni d’ogni sorta. I tre scioperi della fame (in tutto 231 giorni) di Andrej Dmitrievič, due dei quali affinché fosse consentito a Elena gravemente ammalata di andare a curarsi all’estero, avevano compromesso per sempre il suo stato di salute.

Ed ecco che, preannunciata dal riallaccio della linea telefonica tagliata, arriva il 16 dicembre 1986 la telefonata di Gorbačëv che concede all’accademico e alla moglie di rientrare a Mosca.

Se l’orizzonte della perestrojka , come già s’è ricordato, non lo convince, Sacharov plaude invece all’altro caposaldo della riforma gorbacioviana, la glasnost’. Gorbačëv la intende soprattutto come “trasparenza” e “non segretezza” delle decisioni all’interno della direzione del Paese (PC e Governo), mentre Sacharov la connota come “libertà ed espressione pubblica del pensiero anche critico” di ogni cittadino (anche “dissidente”). Ed è in questo secondo aspetto che i popoli dell’Unione Sovietica cominciano ad apprezzare la libertà nei mezzi di comunicazione di massa, nell’editoria, la parziale eclisse della censura, ecc., tutte novità entusiasmanti che dalla seconda metà degli anni Ottanta, sembrano dover trasformare il Paese.

In vista del I° Congresso dei deputati del popolo dell’Urss (25 maggio-9 giugno 1989) che avrebbe eletto Gorbačëv Presidente del Soviet supremo, Sacharov diviene deputato del Popolo in quota dell’Accademia delle Scienze. L’assemblea, di quasi 2000 membri, è composta per quasi il 90% di iscritti al Partito comunista sovietico; la minoranza della neonata “opposizione parlamentare” alla quale aderisce Sacharov (e El’cin) si costituisce come “Gruppo democratico interregionale” svolgendo per le due settimane dell’assise il ruolo che le compete. In particolare chiede che venga messa all’ordine del giorno l’abrogazione dell’art. 6 della Costituzione sul ruolo dirigente del Partito comunista sovietico ma senza successo. Nonostante ciò Sacharov ritiene che già la sensazionale novità nel suo Paese di un’“opposizione legale” al “governo-partito” possa essere foriera di sviluppi positivi. Sta intanto lavorando intensamente a un proprio progetto di “Costituzione dell’Unione delle Repubbliche sovietiche di Europa e Asia”.

Ma di questo avremo ancora occasione di parlare.

Photo RIAN Novosti archive / Vladimir Fedorenko / CC-BY-SA 3.0

Sergio Rapetti

Analisi di Sergio Rapetti, traduttore, studioso di letteratura e cultura russa e sovietica

3 giugno 2024

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti