Gariwo
QR-code
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/israele-in-piazza-mette-in-discussione-la-logica-della-guerra-27158.html
Gariwo Magazine

Israele in piazza mette in discussione la logica della guerra

di Wlodek Goldkorn

Riprendiamo di seguito l'articolo di Wlodek Goldkorn pubblicato su “Huffpost” il 4 aprile 2024. 

Poche ore prima che Benny Gantz, uno dei membri del gabinetto di guerra del governo israeliano, chiedesse di indire nuove elezioni a settembre (proposta respinta dal premier Benjamin Netanyahu e dal partito Likud e comunque non in grado di soddisfare le piazze in protesta, ci torneremo), a Reshet Bet, la radio pubblica, ha voluto parlare un’altra personalità e di ben altro peso politico ed etico. Si tratta di Reuven Rivlin, ottantacinquenne ex capo di Stato, un uomo che in Israele ha goduto e gode di grande popolarità ed è universalmente rispettato sia dai cittadini ebrei che da quelli arabi. Rivlin dunque ha concesso una rara intervista al decano dei giornalisti Arie Golan. In più di mezz’ora di un intenso colloquio, ha chiesto di parlare dei problemi e non degli uomini e donne con nomi e cognomi. Richiesta rispettata. Ma, ecco a un certo punto i due interlocutori hanno posto il problema di leadership, o meglio: della mancanza di leadership in Israele. Così cominciarono a citare: “Colui che si crede Churchill” e “colui che pensa di essere Ben Gurion”, quando spuntò “colui che si crede Mosè con Tsipora”. Tsipora era la moglie di Mosè. Lapidario il commento di Rivlin: “Più che a Mosè assomiglia ad Acab con Gezebele”. Acab re d’Israele e sua moglie Gezebele, personaggi biblici, non godono di buona fama nella memoria ebraica: per usare un eufemismo. E alla domanda del giornalista: “Intende Netanyahu?”, Rivlin ha risposto: “Caro Arie: abbiamo concordato di non fare i nomi”. L’esegesi di questa frase è dunque libera, come nella tradizione ebraica priva di dogmi è libera l’interpretazione delle fonti bibliche.
Abbiamo detto leadership. Ecco, molti osservatori, intellettuali, uomini e donne comuni considerano Netanyahu il peggior premier della storia d’Israele. Nei sondaggi il Likud viaggia su 18 talvolta 16 dei 120 seggi alla Knesset (oggi ne ha 32). La catastrofe di Gaza è evidente, così come è evidente la sconfitta e il trauma del 7 ottobre ed è sempre più chiara la mancanza di ogni prospettiva politica, di cui parlano ormai apertamente perfino gli alleati americani. E allora come fa Netanyahu a essere al potere? La spiegazione secondo cui nessun partito della coalizione ha l’interesse di abbandonare il governo non è sufficiente, data la drammaticità della situazione.

Ma allora - la mia è un’ipotesi - nel racconto di Israele bisogna fare un passo indietro, per rammentare e tornare agli eventi dell’anno scorso. Con una premessa generale sulla dinamica della Storia e il carattere delle società. Eccola. La Storia procede per contingenze, per salti e improvvise accelerazioni e non per tappe graduali. Un esempio che tutti conosciamo: l’Italia e la società italiana, fra metà anni Sessanta e metà anni Settanta, ha cambiato volto con una velocità impressionante. Poi la corsa si fermò: forse a causa del terrorismo, forse per altre ragioni. Comunque, non esistono caratteristiche fisse o “autentiche” dei popoli. E torniamo a Israele del 2023, Israele dell’anno scorso. In risposta al tentativo di spostare radicalmente a destra – nel senso reazionario della parola (non tutte le destre sono reazionarie) – l’asse politico e perfino l’assetto istituzionale del Paese, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, per quasi dieci mesi. Nelle piazze è nato un nuovo movimento, un soggetto sociale, culturale, che stava diventando anche politico e che chiedeva in fin dei conti una cosa elementare per tutte le democrazie liberali: una Costituzione scritta e quindi la separazione dei poteri e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Stessi diritti stessi doveri. Una cittadinanza costituzionale.
La dinamica di questo movimento aveva potenzialità enormi, ma non ha prodotto una leadership alternativa a quella esistente nell’angusto mondo della politica. Certo, c’erano personalità che emergevano, ne citiamo una sola: Shikma Bressler, una donna poco più che quarantenne, esperta della fisica delle particelle, scienziata dunque, un volto nuovo, la cui forza (ma forse anche la debolezza) era proprio la non determinazione del colore politico preciso. Insomma, quel movimento aveva bisogno di ancora un po’ di tempo per dare una leadership non solo al popolo in piazza ma a Israele. Poi arrivò Hamas, il 7 ottobre, poi la guerra con i 30 mila morti a Gaza, e tutti i fatti della terribile cronaca davanti ai nostri occhi. Alla ribalta politica sono tornati uomini e donne che, a guardarli bene, sono persone senza volto. Un po’ come persone senza volto sono i politici ormai di tutto il mondo. Salvo che, in Israele, è tutto più drammatico appunto e la catastrofe è in atto.
In questi giorni decine di migliaia di israeliani sono tornati in piazza. Chiedono nuove elezioni subito
e dicono che per Netanyahu la liberazione degli ostaggi non è la priorità. In altre parole: mettono in questione la logica con cui la guerra viene condotta e le sue conseguenze. È la riedizione del movimento dell’anno scorso? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che è la piazza a chiedere, in fondo, il ripristino di un ordine trasparente di valori e della politica, ed è la piazza a protestare perché sente che una parte di Israele è stata trascurata, abbandonata al suo destino da un leader di cui non ci si fida più. I cambiamenti, le accelerazioni della Storia (a differenza delle congiure) quando assumono caratteri di massa, non partono dalle ideologie, ma dal disagio, unito alla speranza. Il disagio è tale se è tangibile, la speranza è sempre di un altro futuro: migliore. Il volto e le caratteristiche di questo futuro non sono mai programmati nelle teste degli illuminati di turno, ma vengono scoperti man mano che il movimento affronta le sfide.
E per tornare all’inizio. Rivlin è un vecchio saggio, ottava generazione di gente nata a Gerusalemme, gli antenati arrivati nella città nel 1809 dalla Lituania, in attesa del Messia. Nell’intervista che abbiamo citato ha detto che il Messia può attendere, anzi è meglio che aspetti. Intanto occorre saggezza politica. E un uomo di teatro e intellettuale, Boaz Gaon, sul quotidiano Yedioth Ahronoth, un giornale mainstream lontano da ogni radicalismo e utopia, ha scritto che proprio questo è il momento per poter pensare seriamente a due Stati per due popoli. Una voce, una delle tante, conscia del fatto che su un piccolo pezzo di terra vivono due popoli e nessuno dei due ha un altro luogo. La questione della pace e della guerra è sempre una questione di leadership. Come del resto diceva un altro vecchio saggio nato a Gerusalemme, Amos Oz.

Wlodek Goldkorn

Analisi di Wlodek Goldkorn, scrittore e giornalista

5 aprile 2024

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti