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L'Italia indietro nella classifica dell'accoglienza

di Giovanni Cominelli

La questione immigrati è tornata di colpo al centro della politica italiana. Ci è tornata artificialmente, non per effetto di chissà quale mutamento reale delle dinamiche immigratorie, ma per una scelta politico-ideologica di Salvini e Meloni. Di Salvini, il quale, non avendo riscosso un gran successo elettorale sul suo tema di battaglia prediletto, ci riprova ora, dal governo, tramite la sua controfigura – il Ministro dell’Interno Piantedosi - per riguadagnare terreno rispetto a Fratelli d’Italia. La Meloni, che avrebbe sul tavolo ben altro di cui occuparsi, è “costretta” a rincorrere la Lega, in una competizione a chi fa il muso più duro sulle ONG e a chi alza il tiro contro i nostri principali partner europei. Il risultato finale è una scossa molto forte nelle relazioni con Francia, Germania e Spagna, sostituite, in questa occasione da un’alleanza povera e precaria con Grecia, Malta e Cipro, messa sul tavolo come una pistola. Una pistola scarica. Perché la realtà è più resistente dell’ideologia.

La realtà parla, in primo luogo, attraverso i numeri.

Quelli forniti da Frontex dicono che nei primi nove mesi dell’anno 2022 sono entrati irregolarmente nell’Unione europea circa 228 mila persone, su cinque rotte principali di ingresso. Per la via-terra dei Balcani sono arrivate 106 mila persone, per quella mediterranea circa 65 mila. L’ultimo monitoraggio del Ministero dell’Interno del 10 novembre scorso segnala l’arrivo via mare di circa 90mila persone, oltre 50mila negli ultimi 4 mesi, superiore ai numeri registrati nel 2020 (30.780) e 2021 (67.458). Cifre distanti dalle punte registrate, a cavallo tra gli anni 2014-2018, pari a 670mila nuovi ingressi complessivi.

Ma gli arrivi sono una cosa, l’accoglienza un’altra.

I dati relativi all’accoglienza finale dei profughi registrati nel secondo decennio degli anni 2000 nei Paesi aderenti all’Ue segnalano una media annuale di 193 mila immigrati accolti in Germania, 77 mila in Francia, 49 mila in Italia e 33 mila in Spagna. L’Italia si trova al quindicesimo posto nella classifica dell’accoglienza finale, se rapportiamo la popolazione al numero di accolti. Sono più avanti persino i Paesi del Nord Europa e dell’Est Europa.

Per quanto riguarda i profughi ucraini, un milione e mezzo sono andati nella vicina Polonia, un milione in Germania, 170 mila in Italia.

Come afferma il Jesuit Refugee Service, se alle istituzioni europee venisse affidato il compito di ripartire con criteri obbligatori i profughi tra i Paesi aderenti, il nostro dovrebbe ospitare un numero maggiore di immigrati. Nonostante la retorica sovranista-nazionalista sulla difesa dei “sacri confini” e sull’invasione in corso, da noi gli immigrati non arrivano per restare, siamo una terra di passaggio.

Il Governo ha lanciato gli strali di tutta la retorica patriottica contro le navi ONG. A parte la palese violazioni delle leggi nazionali, costituzionali e internazionali, che obbligano a raccogliere i naufraghi, queste navi intervengono là dove nessun altro agisce. Né si può teorizzare cinicamente che i naufraghi sono tecnicamente tali solo quando la barca è affondata, cioè quando per una buona parte sono già cadaveri.

E, tuttavia, dalle navi-ONG sbarca sulle nostre coste solo l’11% degli immigrati. Così, il Governo alimentava la bagarre mediatica, bloccando le navi ONG in mare, nello stesso momento autorizzava lo sbarco di circa 500 migranti in Sicilia, senza selezionarli, trasportati dalla Guardia costiera e dalla Guardia di finanza, e “non vedeva” l’arrivo di decine di barchini stracolmi sulle altre coste.

Il guaio di tutta la storia è che non siamo né noi Italiani né nessun altro Stato europeo a regolare e gestire i flussi. Sono gruppi di criminali e pezzi dell’ormai Stato-canaglia libico che gestiscono la tratta dei liberi/schiavi, avendo come unico criterio selettivo la quantità di denaro che possono estorcere a persone che scappano dalla fame e che cercano condizioni migliori di vita. Queste persone, peraltro, se ne vanno dai Paesi “più ricchi” ed è per questo che possono comprarsi la possibilità di attraversare il Mediterraneo, dopo essere passate dentro il filtro criminale libico di commercianti di carne umana ed essere sopravvissute alle violenze nei lager. Una volta in mare su gommoni, barche e barchini, la loro vita diventa ancora più precaria e spesso finisce tra le onde. In 25 mila sono finiti in fondo al Mediterraneo, in 40 mila, secondo altre statistiche.

L’altro guaio è che la materia dell’immigrazione non è di competenza dell’Unione europea, ma oggetto di accordo tra i singoli Stati, regolato dalle varie versioni del Trattato di Dublino, la cui prima, sotto il nome di Convenzione, risale al 1990. La terza versione, quella del 2013, siglata dal Governo Letta, stabilisce il principio-cardine che è lo Stato di primo approdo del migrante che deve far fronte al “sistema” accoglienza, domanda d’asilo inclusa, impedendo quindi che i richiedenti facciano richiesta in più Stati membri.

È evidente che il peso della prima accoglienza grava sui Paesi meridionali dell’Europa.

Pertanto la materia dell’immigrazione è fonte di attriti e conflitti tra i vari Paesi e all’interno di ciascun Paese. Il vessillo sovranista della “difesa dei confini da chi è disarmato”, secondo l’espressione di Padre Camillo Ripamonti, innalzato al vento dall’attuale governo italiano, è agitato anche da/in altri Paesi e all’interno dei vari Paesi. Di qui conflitti ricorrenti, ultimo dei quali è insorto tra l’Italia da una parte e la Francia e la Germania e la Spagna dall’altra. Questi secondi rimproverano giustamente all’Italia la politica dei blocchi in mare delle navi-ONG, ma, a loro volta, sono restii – la Francia di Macron in particolare - a farsi carico di eventuali arrivi via-ONG nei loro porti, trincerandosi dietro un Trattato di Dublino, ormai obsoleto.

In attesa che si ridefinisca in sede intergovernativa europea il IV Trattato di Dublino e che, nel frattempo, il Governo italiano e gli altri Paesi europei comprendano che i conflitti reciproci finiscono per esasperare le opinioni pubbliche nazionali, a beneficio di qualche imprenditore politico della paura, senza approdare a soluzioni soddisfacenti, l’enorme questione che noi Europei abbiamo davanti è quella di un som-movimento demografico globale in corso, in particolare sulle sponde del già Mare Nostrum. Se il vaso demografico africano trabocca e quello europeo si sta svuotando, la legge dei vasi comunicanti opera implacabile. Questo orizzonte non è così lontano, incombe sul nostro presente.

Che i singoli individui si concentrino sul presente è naturale, ma anche l’orizzonte del futuro è naturale. Toccherebbe alla politica sollevare e far sollevare lo sguardo dei cittadini. Tra calo demografico e invecchiamento crescente gli Europei attualmente viventi, se guardano dietro a sé, rischiano di non trovare più nessuno, cui lasciare il testimone di una civiltà. Ciò che rischia il naufragio è la nostra civiltà. Le campagne sulla natalità sono benvenute, ma comunque tardive e perciò non sufficienti a contrastare, almeno nel breve periodo, il massiccio calo demografico. Anche se, uno dei modi per contrastarlo è proprio quello di incominciare subito a farlo.

Poiché, però, la politica non è abituata a sollevare sguardi, poiché quella italiana, in particolare, è tutta chiusa tra le Alpi e il Lilibeo, tocca a ciascuno di noi, singolo o per via collettiva, guardare verso quell’orizzonte demografico, senza inciampare nel presente. La posta in gioco è lì davanti: accogliere chi arriva e introdurlo alla nostra civilizzazione, ai nostri valori e alle leggi che li incarnano e li difendono, ai nostri Beni culturali… Donde l’urgenza dell’integrazione scolastica e del riconoscimento rapido della cittadinanza a chi ne ha diritto. Chi non vuole, legittimamente, accettare i nostri valori e le nostre regole, può accomodarsi altrove. Non possiamo accettare che la sharia’ diventi la legge dei nostri quartieri metropolitani, che le ragazze vengano costrette a matrimoni combinati, che le donne mussulmane stiano chiuse in casa, senza poter usare neppure il telefono ecc… Il rispetto dei diritti umani e civili fondamentali, quale è incarnato nei nostri codici, è l’unica base possibile dell’accoglienza e della successiva integrazione.

Giovanni Cominelli

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

17 novembre 2022

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