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L'utilizzo distorto dei social media in tempo di guerra: un'arma psicologica che ci rende vulnerabili

di Simone Zoppellaro

Quasi il presente scorresse verso il passato, e non il futuro, tanti commentatori si ostinano a guardare alle tragedie e alle sfide di oggi con le categorie dello scorso secolo. Ed ecco allora che la solidarietà, nei circoli di sinistra in cui sono cresciuto e che tuttora frequento, sembra attivarsi a tratti solo ricorrendo agli schemi ideologici del Novecento. Al di fuori di questi, è il buio

Silenzio su yazidi e armeni perché non sono politicamente spendibili. Silenzio sulle vittime israeliane, quando non un’apologia della violenza – persino quando, come il 7 di ottobre, si è assistito all’attacco più brutale contro gli ebrei dopo l’Olocausto: un vero e proprio pogrom. Ma possono le vecchie bandiere essere sufficienti a porre dei limiti alla nostra empatia, come capita in tante università europee o americane? E ancora: si può essere così ciechi da non vedere come le crisi che abbiamo davanti siano del tutto diverse e imprevedibili?

Eppure, già nelle prime ore di quel sabato terribile era del tutto evidente che ci trovassimo di fronte a qualcosa di completamente inedito, fuori dagli schemi che hanno segnato per decenni il conflitto israelo-palestinese. Un coniugare la violenza più efferata contro i civili con un sistematico ricorso alla tecnologia. Filmati di torture, abusi ed esecuzioni hanno da subito inondato la rete accompagnati da video falsi – spesso estrapolati ad arte da altri conflitti – per nutrire una macchina della disinformazione capace di sfruttare le ampie maglie lasciate libere da X, TikTok e Telegram. Una commistione fra la realtà più brutale e l’artificio del tutto straniante, e che rischia di lasciare tracce indelebili, non solo per le vittime e i famigliari, ma anche sulla psiche del consumatore comune di social media, inchiodato di fronte allo schermo, impotente o (purtroppo, in taluni casi) esaltato. Una “psychological warfare”, come l’ha definita lo storico Yuval Noah Harari parlando di una situazione che ha lasciato un’intera nazione, Israele, e il mondo sotto choc. Eppure, per chi si è occupato di conflitti in questo nuovo millennio, è difficile non riscontrare un’evoluzione allarmante di un fenomeno già sviluppatosi in un crescendo nell’ultimo decennio e oltre.

Quando lavoravo sul genocidio degli yazidi, internet traboccava da subito di foto, video e persino riviste patinate in più lingue che propagandavano i crimini dell’ISIS contro le sue vittime. Ancora, durante il conflitto del Karabakh del 2020, filmati di torture, abusi e decapitazioni, come denunciato da Amnesty International e Human Rights Watch. Ora lo stesso avviene in Israele. Violenze registrate e condivise dal vivo in rete. In passato, anche gli eserciti e i criminali più feroci cercavano di nascondere i loro crimini. Oggi li diffondono in modo sistematico, cercando di raggiungere il maggior numero possibile di spettatori. È un’arma, contro le vittime prima di tutto, terrorizzate e annichilite, ma anche contro ciascuno di noi. Un’arma devastante da cui nessuno ha ancora capito come difendersi.

Solo con diversi giorni di ritardo, infatti, la direzione di X ha dichiarato di aver cancellato “centinaia di account legati a Hamas” e migliaia di post dopo l’attacco dei terroristi a Israele. A poco o nulla sono servite le proteste delle istituzioni europee, rivolte anche a Telegram, contro video circolati in un battito di ciglia in tutto il pianeta. Ho visto molti di questi video, come milioni di persone, quasi in presa diretta. Ve lo dico per esperienza: cercate, se potete, di proteggere le persone più fragili – bambini, adolescenti, malati e anziani – da questo materiale. 

Ma è davvero possibile farlo? No, purtroppo, o meglio solo in piccola parte. Ed è possibile regolamentare uno sviluppo tecnologico che apre scenari inediti di ogni tipo già oggi, figuriamoci in futuro, alla velocità del nostro progresso scientifico? Abbiamo fallito clamorosamente in questo, fino ad oggi. Il filosofo Günther Anders già nel secondo dopoguerra parlava di un “dislivello prometeico”, in continua crescita, fra l’uomo e il potenziale distruttivo della sua scienza. Inutile farsi illusioni: quegli stessi video di violenza, nel decennio scorso, hanno spinto migliaia di giovani europei a lasciare tutto ed arruolarsi nell’ISIS. Ce lo spiegano gli esperti di radicalizzazione: i social media sono un elemento chiave della strategia terroristica per il reclutamento. Sono anche spot, paradossalmente, nelle menti malate che li hanno concepiti.

Che cosa ci attende, dunque? Infinite possibilità inedite e crepe che si apriranno di continuo nelle nostre società, per chi voglia sfidare Israele, gli Stati Uniti e l’Europa. Neppure un apparato di sicurezza imponente ed efficace come quello israeliano è bastato a scongiurare oltre mille morti. Per non parlare di Stati come la Russia, l’Iran e la Cina, che hanno tutto l’interesse a soffiare sul fuoco per mettere in crisi le democrazie e la convivenza civile nelle società plurali che le contraddistinguono.

Come scrive Yonatan Englender su Haaretz, i media tradizionali – TV e giornali – sono usciti battuti dai social media nella copertura degli attacchi del 7 ottobre e del conflitto. Difficile, forse impossibile, immaginare che questo sia un processo reversibile. Ma possiamo davvero vivere senza una narrazione condivisa e democratica del mondo mentre le autocrazie e i gruppi terroristici si insinuano sempre più nelle nostre case e coscienze, sfruttando questa debolezza e instillando l’odio? Serve voltare pagina, lasciarci alle spalle gli spettri di un mondo diviso per blocchi – già morto nel 1989 – e imparare a guardare con occhi nuovi quello che abbiamo davanti, a partire dalle tecnologie. Fare la pace non è starsene in pace, a maggior ragione nel nostro tempo: abbiamo bisogno di idee, immaginazione, inquietudine. Abbiamo bisogno di ascolto e di guardare ai fatti senza le tante scorie ideologiche o identitarie che abbiamo ereditato. Abbiamo un terribile bisogno di realismo.

“A prescindere da ciò che si pensa di Israele e del conflitto israelo-palestinese, il modo in cui il populismo ha corroso lo Stato israeliano dovrebbe servire da monito alle altre democrazie di tutto il mondo”, scrive Harari. E allora guardare oltre un limite geografico, per quanto militarizzato, non è più solo una questione morale, ma di sopravvivenza. Perché il rischio, in quest’epoca segnata da vittimismo, rimozione della memoria e odio, è di vederci trasformati nei nostri confini, nei nostri spettri.

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