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La bellezza dei Giardini dei Giusti

di Francesco M. Cataluccio

Riprendiamo di seguito l'intervento di Francesco M. Cataluccio - saggista e scrittore, responsabile editoriale della Fondazione Gariwo - in occasione della Giornata europea della cultura ebraica di Firenze. La riflessione di Cataluccio è stata esposta domenica 10 settembre 2023. 

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Il concetto di Giusto è un concetto che risale alla Bibbia e che l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme ha ripreso per onorare con un albero "i non ebrei che hanno salvato degli ebrei durante la Shoah". I Giardini dei Giusti e la Giornata dei Giusti che li celebra (il 6 marzo: festività proclamata nel 2012 dal Parlamento europeo, su proposta della Fondazione Gariwo, e approvata all'unanimità dal Parlamento italiano nel 2017) ha allargato questo concetto, dal punto di vista temporale e spaziale: Giusti infatti furono e sono anche, ad esempio, coloro che, tra il 1915 e il 1919, tentarono di impedire il genocidio degli armeni a opera dei turchi, ma anche quei serbi che nascosero e salvarono bosniaci, o gli appartenenti all'etnia Hutu che si opposero al genocidio dei Tutsi in Ruanda, o il custode del Museo del Bardo, a Tunisi, che sottrasse, il 18 marzo 2015, un gruppo di turisti italiani alla furia dei terroristi islamici, o la giornalista russa Anna Politkovskaja, assassinata il 7 marzo 2006 per aver denunciato i massacri in Cecenia e la politica liberticida di Vladimir Putin.

Nei Giardini dei Giusti per ogni Giusto viene piantato un albero. Perché gli alberi sono Vita. I Giusti infatti hanno coraggiosamente salvato delle vite altrui (spesso sacrificando la propria), ma anche la Verità, i Diritti, la Dignità.

Gli alberi sono la bellezza della vita che rinasce ogni anno: in Primavera, dopo l'apparente morte dell'Autunno e dell'Inverno. Nessun altro essere vivente possiede la capacità di queste resurrezioni. Presso molti popoli gli alberi vengono festeggiati, abbracciati, decorati. Agli inizi di Febbraio gli ebrei festeggiano "Tu Bishvat", il Capodanno degli alberi, piantando giovani alberi ovunque. La festa (alla lettera “il quindicesimo giorno del mese di Shevat”) non è una festa istituita dalla Torà, consegnataci nel Sinai da Moshe, ma ha le sue origini in epoca talmudica (ne parla l’incipit del trattato di Rosh hashanà come uno dei quattro capodanni ebraici) ed è menzionata nel midrash e raccomandata dal Rav Hai Gaon (Hai ben Sherira, meglio conosciuto come Hai Gaon, fu un teologo, rabbino e studioso ebreo medievale che prestò servizio come Gaon dell'Accademia talmudica di Pumbedita, l'attuale Falluja, all'inizio dell'XI secolo). Essa trova la piena elaborazione nell’ambito della Qabbalà di Safed come attestata dalla vasta raccolta di costumi mistico-ebraici intitolata Chemdat Yamim, pubblicata a Venezia nel 1728 e a Smirne nel 1731 (da qui l'ipotesi che la vuole un’opera in odore di eresia shabbatiana). In questa raccolta c'è una sezione intitolata Perì etz hadar (ovvero Frutto dell’albero della bellezza) che tratta di Tu Bishvat come Festa del Capodanno degli alberi, dove si legge: “Possano tutte le sacre scintille che furono disperse da noi o dai nostri padri, a causa della trasgressione commessa da Adamo col frutto dell’albero, essere nuovamente integrate nella forza splendente dell’albero della vita”. I mistici ebrei collegavano questa festa alle conseguenze cosmiche degli eventi accaduti nel Giardino dell'Eden, dove il Signore aveva piantato alberi di ogni sorta e li aveva dati ad Adamo e Eva per sfamarsi senza fatica (eccetto due).

Il Midrash di Tu bi-Shevat racconta come bisogna comportarsi se ci viene annunciato l’arrivo del Messia, mentre stiamo eseguendo la mitzvach di piantare un albero. La risposta è che prima bisogna completare la mitzvach e poi accogliere il Messia a braccia aperte. Le cose che si fanno si portano a termine, senza nessuna scusa per lasciarle perdere. Questo senso, quasi “sacro” del fare e dell’impegno, è una forma di rispetto verso gli altri e anche verso se stessi e anche un conferire un'immensa importanza agli alberi.

Gli alberi sono anche Memoria. Uno dei luoghi più atroci della Shoah si trovava in un luogo che in tedesco, e in polacco, significa "Bosco di betulle". Quei bellissimi alberi vennero abbattuti per far posto a una vasta radura dove si costruì l'Inferno. Ancora oggi, oltre il filo spinato di Birkenau, si affacciano ostinati ciuffi di alberi dalla caratteristica corteccia bianca. E sono l'unica cosa che in quel luogo non affligge, come ha notato lo storico dell'arte francese Georges Didi-Huberman, che ne porto vià brandelli di corteccia "come un pezzo di memoria".

Gli alberi sono anche memoria della resistenza. In Giappone gli Hibakujumoku sono gli alberi esposti alle radiazioni della bomba atomica e venerati come simboli di resistenza e pace. A Hiroshima vivono ancora oggi un Ginkgo Biloba (1.130 metri dall’impatto), un albero della canfora (1.120 metri), un Agrifoglio di Kurogane (910 metri), una Peonia (890 metri) e un eroico Salice piangente (a soli 370 metri), che è rinato dalle radici sopravvissute sottoterra.

Gli alberi stessi sono un ricordo che si cristallizza in cerchi concentrici che crescono di anno in anno all'interno del tronco. In Autunno gli alberi creano un anello di cellule indurite attorno al picciolo, che permette il distacco delle foglie senza causare ferite, senza farsi male. E gli alberi si liberano delle scorie, delle tossine, accumulate durante l’estate, trasferendole nelle foglie che poi cadranno. Un po’ come fanno gli uccelli con la muta del piumaggio.

I Giardini dei Giusti sono luoghi di rinascita. Quello di Milano, sul Monte Stella, posa sulla poca terra che copre una collina fatta artificialmente con le macerie delle case distrutte dalla guerra. Il Giardino dei Giusti di Varsavia si trova in un parco sopra le rovine del Ghetto. In generale i Giardini danno un nuovo valore a luoghi altrimenti anonimi.

I Giardini sono luoghi di racconti. Custodiscono le storie dei Giusti di tutto il mondo. Le cerimonie annuali che onorano nuovi Giusti sono l'occasione per rimemorarli. In questo modo, in un certo senso, li si riporta in vita. Attorno agli alberi dei Giusti ci si incontra, ci si ritrova, si fanno attività didattiche. Per gli studenti più piccoli, spesso le maestre spiegano le figure dei Giusti e poi anche il tipo e la caratteristica dell'albero (facendo così lezioni di Storia e Botanica). Per gli studenti più grandi il Giardino diventa una sorta di Agorà, uno spazio dove si vive l'educazione civica, si impara meglio la Storia. Per i cittadini, il luogo della memoria viva e non retorica (diversa da monumenti e lapidi commemorative). Nella maggior parte dei casi i Giardini sono fatti dai ragazzi delle scuole con i loro insegnanti. Gli studenti sono molto importanti anche per la cura dei Giardini, perché adottano gli alberi e le figure che li rappresentano.

Il rapporto stretto tra i Giardini e i Giusti viene tematizzato proprio all'inizio di I Giusti, una delle più belle poesie di Jorge Luis Borges: "Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire./ Chi è contento che sulla terra esista la musica./ Chi scopre con piacere una etimologia./ Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio una partita a scacchi/ (..) Chi preferisce che abbiano ragione gli altri/ Tali persone che si ignorano stanno salvando il mondo" (J. L. Borges, El Aleph, Losada, Benos Aires 1952; tr. it., L’aleph, Feltrinelli, Milano 1985, p. 147).

Nei giardini ci sono gli alberi e anche l'erba. Un filo d'erba può rappresentare un mondo e una speranza. Al maestro chassidico Nachman di Breslav è attribuito il detto: “Ah, potessi meritare di udire il canto e le lodi delle erbe, come ogni filo d’erba canta al Santo delle berakhot di tutto cuore, senza riserve e senza anticipo di ricompensa”. Guardando un filo d’erba fiorire ai margini di una baracca di Auschwitz, Liana Millu (1914-2005), autrice de Il fumo di Birkenau (1947; Giuntina 2005), si ricordò che era primavera e resistette.

A causa dei cambiamenti climatici, causati dalla dissennata opera dell'Uomo, la Natura è messa in pericolo. Prima di tutto proprio gli alberi che vengono scriteriatamente tagliati e privati delle risorse idriche necessarie alla loro vita. Chi si oppone a questo disastroso scempio può pagarlo con la vita. Come il sindacalista brasiliano Chico Mendes (1944-1988), che fu ammazzato perché lottava contro il disboscamento della foresta amazzonica. Chico Mendes viene onorato come un Giusto nel Giardino dei Giusti dell'umanità di Milano e in altri giardini istituiti in varie scuole.

Francesco M. Cataluccio

Analisi di Francesco M. Cataluccio, Responsabile editoriale della Fondazione Gariwo

10 settembre 2023

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