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La diplomazia del Bene in Medio Oriente. Impedire una guerra perenne per le prossime generazioni

di Gabriele Nissim

Abbiamo introdotto come Gariwo un concetto nuovo per la soluzione dei conflitti: la diplomazia del Bene, ovvero il protagonismo della società civile per affrontare le gravi crisi internazionali. Ciò che non possono fare gli Stati per ragioni di realpolitik, o per gravi mancanze di prospettiva, si può realizzare invece dal basso con azioni mirate di minoranze creative e responsabili.
Se guardiamo alla tragedia della guerra in Medio Oriente ci accorgiamo di una grave mancanza nelle piazze che denunciano il conflitto.

Non esiste un soggetto politico terzo rilevante che abbia fatto della pace e del compromesso territoriale la sua ragione di essere. Assistiamo sulla scena pubblica ad una pericolosa contrapposizione tra i sostenitori acritici delle ragioni dei palestinesi e degli israeliani. Il partito propalestinese non dice nulla sulla volontà di annientamento totale di Israele da parte di Hamas e degli Hezbollah foraggiati dall’Iran e anzi spesso ne ripete gli slogan come se la soluzione dovesse essere la fine di Israele. A sua volta il partito filoisraeliano molto spesso tace sull’estremismo messianico che vorrebbe uno Stato ebraico dal Giordano al mare in modo speculare a quello di Hamas.

C’è molto da riflettere sul fatto che il movimento pacifista, così pronto a chiedere una resa agli ucraini davanti alla Russia, per il timore di una guerra in Europa, sia invece del tutto assente, o non si interroghi sulle conseguenze di un tifo di parte per la situazione in Medio Oriente.

Appoggiare i palestinesi senza chiedere la nascita di una direzione non violenta del movimento capace di aprirsi al dialogo, come dall’altra parte sostenere il diritto alla sicurezza di Israele senza condannare le correnti messianiche ora al potere, significa soltanto lavorare non solo per la continuazione di questa guerra, ma per creare le condizioni di una guerra infinita.

Qualsiasi cosa possa accadere nei prossimi giorni a Gaza (speriamo in un cessate il fuoco) nulla cambierà se non si rompe la catena dell’odio. Chi agisce nella società civile non può determinare le possibili soluzioni politiche (due Stati, Stato unico di ebrei e palestinesi, federazione tra due Stati), ma può operare culturalmente per incentivare e valorizzare tutte le esperienze di dialogo senza di cui non ci saranno mai le condizioni per la pace in Medio Oriente.

Popoli che si odiano e non capiscono le ragioni dell’altro non potranno mai convivere e diventare amici. Il presupposto della pace e del compromesso territoriale è soltanto la scoperta di una comune umanità e la rinuncia ad una idea di giustizia assoluta. Ognuno deve rinunciare a qualche cosa mettendosi nei panni dell’altro.

Chi si trova in una posizione terza ha il compito di fare da ponte tra i due “nemici” e non deve contrapporre bandiere israeliane a quelle palestinesi. Ci vuole una terza bandiera che riprenda i colori dell’una e dell’altra.

Il primo compito come suggerisce Yuval Noah Harari è quello di contribuire ad una nuova narrazione.

Oggi israeliani e palestinesi sono divisi da narrazioni contrapposte che non sono solo frutto di pregiudizi e di incomprensioni, ma che nascono da esperienze negative vissute sulla loro pelle. “Ciascuna parte, sostiene lo storico israeliano, teme che l’altra voglia ucciderlo o espellerlo come collettivo nazionale. Sfortunatamente, queste non sono paure irrazionali nate dalla paranoia, ma paure ragionevoli basate su ricordi recenti e su una analisi delle intenzioni dichiarate dell’altra parte”.

Per l’identità palestinese la nascita di Israele nel 1948 ha significato la Nakba e l’espulsione di 750 mila palestinesi dalle loro case ancestrali. E nei decenni successivi i palestinesi hanno subito ulteriori massacri ed espulsioni come è accaduto a Sabra e Shatila in Libano, dove per mano della milizia cristiana libanese, alleata ad Israele, al momento dell’occupazione del Libano da parte delle truppe di Ariel Sharon, sono stati assassinati dagli 800 ai 3000 palestinesi e nel 1991 circa 300mila sono stati espulsi dal Kuwait. E la realtà quotidiana ha esasperato i traumi e le paure, prima con la continua espansione delle colonie nei territori e con i discorsi sempre più frequenti sulla grande Israele da parte della coalizione di Netanyahu, e ora, in queste settimane, con la distruzione sistematica di Gaza che per i palestinesi ha lo stesso effetto devastante che Guernica provocò nella mente di Pablo Picasso.

I 34 mila morti della risposta militare israeliana non saranno dimenticati.

Per un palestinese un sionista è colui che lo vuole cacciare dalla sua terra, anche se il sionismo delle sue origini era laico, socialista e aperto al compromesso, mentre dopo la guerra dei 6 giorni del 1967 ha progressivamente cambiato di identità diventando sempre più nazionalista e annessionista. Per questo sarebbe necessario nel dibattitto pubblico distinguere i differenti sionismi.

Per un israeliano il palestinese è invece colui che dopo l’Olocausto lo potrebbe annientare e così mettere fine all’esistenza del suo Stato.

Ogni israeliano ricorda infatti come i palestinesi alleati agli arabi cercarono di distruggere il loro Stato nascente nel 1948, dopo il riconoscimento delle Nazioni Unite. E poi non dimentica come dopo le guerre del 1956 e 1967 i paesi arabi scacciarono 800 mila ebrei dalle loro case in Egitto, Iraq, Siria, Yemen e Siria, dove vivevano importanti comunità, che furono nella maggior parte costrette a rifugiarsi in Israele.

E poi nella sua memoria è vivo il trauma del terrorismo palestinese che colpì centinaia di persone poco dopo le grandi speranze delle trattative di Oslo, come lo è altrettanto quello dei missili che cominciarono ad essere lanciati da Hamas e dagli Hezbollah dopo l’evacuazione di Gaza da parte di Sharon e la fine della guerra nel Libano.

E oggi ogni cittadino israeliano ha visto nel terribile 7 ottobre quello che immagina possa essere il suo futuro tragico qualora si dimostrasse più debole, ossia che pogrom e stupri si ripeterebbero se i palestinesi non venissero posti sotto un rigido controllo. È stato poi un trauma non sentire voci del mondo arabo condannare queste barbarie, e invece assistere a festeggiamenti come se si trattasse di una vittoria della resistenza palestinese. E nelle manifestazioni internazionali contro l’assedio di Gaza quasi nessuno lo ha ricordato. La morale che ne ha tratto è che qualsiasi mezzo sia lecito per l’annientamento degli ebrei in Medio Oriente.

Così nella testa di un palestinese come di un israeliano esiste un punto comune. Ognuno ritiene a ragione veduta che l’altro lo possa cacciare o annientare e che quindi l’unica soluzione possibile per la propria sopravvivenza sia quella di imporsi in qualsiasi modo sul proprio nemico esistenziale. Così agli uni e agli altri non importa il sacrificio di vite umane, da quello delle ragazze stuprate e uccise al festival musicale Nowa e nei kibbutz di Be'eri e Kfar Aza, alle donne e ai bambini che muoiono a Gaza nella offensiva militare per la distruzione di Hamas.

Come si esce da questa trappola?

Impossibile rimuovere il passato vissuto dai protagonisti del conflitto. Ognuno continuerà a vivere con le sue memorie negative. Ma proprio il peso di questo passato di guerre, lutti e traumi può essere il punto di partenza per un percorso di conciliazione. Ha senso continuare a vivere in questo modo nutrendosi di odio con centinaia di vittime ogni anno e nuove guerre che si ripetono ogni cinque o sei anni?

Gli europei dalle macerie della Prima e Seconda guerra mondiale hanno costruito la comunità europea pacifica e solidale, proprio perché hanno capito l’insensatezza di guerre continue tra i rispettivi nazionalismi.

Qualche grande artista dovrebbe mostrare in una istallazione simbolica nelle piazze di Ramallah, Gerusalemme e Tel Aviv l’elenco infinito di scontri e vittime che si sono succeduti dal 48 e poi spiegare che tutto continuerà a ripetersi in modo uguale se i due popoli non accetteranno un compromesso territoriale e non ritorneranno a un dialogo diplomatico e non violento.

La memoria negativa paradossalmente, come è accaduto per gli europei, può diventare una terapia. Lo hanno capito per esempio l’israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramin che dopo la tragedia della perdita delle loro figlie (Smadar Elhanan in un attentato terrorista palestinese e Abir Aramin da un proiettile di gomma di un militare israeliano) hanno deciso di costruire una amicizia per testimoniare assieme l’inutilità dell’odio. Un magnifico libro Apeirogon (Feltrinelli, 2022) è stato scritto sulla loro storia tragica da Colum McCann. Ma tanti altri potrebbero seguire il loro esempio se ragionassero sulla inutilità del sangue versato in una terra che potrebbe accogliere invece i due popoli. L’idea di terra promessa sia agli uni sia agli altri dovrebbe acquisire un nuovo significato finalmente nel ventunesimo secolo. Una terra condivisa per la pace e la fine dei lutti.

Ma ancora più forte può essere la costruzione di una narrazione positiva che può mostrare le possibilità di un futuro di condivisione.

Si tratta di rendere pubbliche tutte le forme di dialogo e collaborazione tra israeliani e palestinesi, dai matrimoni misti, alle collaborazioni scientifiche e artistiche, alle attività negli ospedali alle iniziative comuni per la pace, come da anni avviene nel villaggio israeliano palestinese di Neve Shalom Wahat al-Salam. Chi vive queste esperienze supera i traumi e non vede più nell’altro una minaccia alla sua esistenza. È l’altra possibilità che si realizza nella vita quotidiana, indipendentemente dalla politica e che può creare un percorso positivo di emulazione.

Ma la realizzazione di questo percorso di dialogo in Medio Oriente dipende molto dai terzi, come noi europei, che possiamo diventare tramite per la conciliazione. Ecco perché le manifestazioni con bandiere contrapposte non aiutano, ma creano ulteriori solchi e divisioni.

Ognuno può essere più solidale per una parte. Lo saranno sempre gli ebrei verso Israele e gli arabi verso i palestinesi. È un fatto umano, prima che politico. Ma dobbiamo chiedere ai soggetti in campo il riconoscimento dell’altro come condizione indispensabile per la pace se da punti di vista differenti amiamo veramente i due popoli. Un amore e una solidarietà che fomenta la guerra perenne non è un vero amore, ma esprime una pulsione di morte.

Ecco cosa ho visto nelle piazze con dolore.

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

7 maggio 2024

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