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La forza della democrazia, una sfida per il futuro

di Gabriele Nissim

Nell’ultimo libro di Edgar Morin Ancora un momento, Raffaello Cortina Editore, c’è un testo sulla democrazia che potrebbe diventare un manifesto culturale per le prossime elezioni europee, in un mondo che sembra inghiottito da autocrazie totalitarie e pericolosi populismi.

La democrazia, ricorda Morin, è anzitutto la separazione dei poteri. Il potere esecutivo che comanda, il potere legislativo che fa le leggi e il potere giudiziario che rende giustizia. Questi poteri devono essere indipendenti.

Una dittatura non permette tutto questo, come abbiamo visto con l’assassinio di Stato di Aleksej Naval’nyj in Russia, dove Putin ha potuto decidere la condanna a morte del suo oppositore e la sistematica repressione di tutte le voci indipendenti attraverso il controllo del potere giudiziario. Ciò che lui vuole, dal suo posto di comando, è legge assoluta, che i magistrati debbano applicare non godendo di nessuna autonomia di giudizio.
Non solo, oggi c’è anche il rischio di una deriva nelle stesse democrazie consolidate, dove populisti come Trump e Orban cercano in vario modo di porre dei bavagli al potere legislativo e giudiziario. Una democrazia è vitale quando permette la pluralità di idee e opinioni, il confronto e l'opposizione libera e che tutti vivano il piacere e il gusto di questo scambio creativo. Una democrazia senza opinioni differenti non ha senso. E per questo bisogna persino accettare “un certo grado di sofferenza” per delle “idee che ci fanno orrore”.

C’è però un punto che non viene capito, ad esempio nel nostro paese, dove lo scontro politico è sempre tra bianco e nero, tra quella che sembra una verità assoluta di chi sta al potere contrapposta all’errore dell’avversario.

Lo ricorda Pascal: “Il contrario di una verità è una verità contraria”. Ossia, spiega Edgar Morin, non c’è sempre una verità che si oppone all’errore, ma molte volte l’avversario esprime un altro aspetto della realtà. Una buona democrazia è quella in cui i politici con umiltà siano in grado di riprendere i buoni spunti dell’avversario per integrarli nella propria politica. Nella democrazia si sviluppa sempre un pensiero collettivo che nasce dal confronto e dallo scambio reciproco. E questo è il deficit democratico del nostro paese, dove la politica (come si vede negli squallidi talk show e nell’uso diseducativo dei social) è concepita come una resa dei conti permanente contro l’avversario trattato come un nemico da sconfiggere e umiliare. Passa sempre l’idea ridicola che chi ha governato prima abbia sempre sbagliato e chi si trova al potere porti alla resurrezione salvifica. Così non si crea mai un senso del bene comune che deve andare oltre alla logica dei partiti.

Questa modalità inquina profondamente l’etica dei cittadini, che vengono così disabituati a considerare l’uomo democratico come colui che è predisposto a cambiare opinione e ad ascoltare l’altro. La democrazia vive quando le persone si abituano a superare costantemente i propri pregiudizi. Al contrario, si creano dei cittadini che si comportano come tribù contrapposte che si insultano a vicenda (vedi i social).

Un punto critico della democrazia è nella sua capacità di difendersi da quanti dall’interno mirano alla sua distruzione. Ricordiamoci che il partito nazista ottenne democraticamente una maggioranza in parlamento. Ecco perché, come sostiene Karl Popper, la democrazia deve essere intollerante verso gli intolleranti.

Ma quale è la soglia di autodifesa? Si pensi oggi agli Stati Uniti dove i democratici sono consapevoli dei progetti di Trump. La democrazia deve sempre trovare il modo di difendersi quando si trova di fronte a forze eversive che la vogliono minare. Bisogna educare la società a riconoscere i gruppi antidemocratici, anche quando sono minoritari.

Come ha messo bene in luce Claude Lefort, ricordato da Morin, bisogna difendere la democrazia dai portatori di verità assoluta, perché nessuna democrazia si deve basare su una sola verità, a differenza di un regime teocratico o totalitario. Si deve creare un argine quando i partiti cercano di imporre una loro concezione del mondo, e lasciare sempre aperto il confronto. La laicità è un valore che va sempre preservato di fronte a chi ha la tentazione di imporre la propria ideologia. “La democrazia non ha una verità”, è un principio fondamentale per la sua esistenza.

Edgar Morin ricordando la grande ignoranza sui regimi totalitari del passato - quando molti credevano ai magnifici ideali di fraternità e di uguaglianza propagandati dalla Russia, dalla Cina o da Cuba - ritiene che bisogna costantemente lavorare sull’informazione, affinché il cittadino possa essere consapevole dello stato del mondo in tutte le sue scelte.

Se gli europei fossero stati maggiormente consapevoli della politica di Putin, dalla repressione interna, alla sua politica in Cecenia e in Georgia, sarebbero stati più capaci di comprendere quanto stava accadendo in Ucraina. E maggiore conoscenza ci dovrebbe essere sulla Cina o sui regimi fondamentalisti del Medio Oriente. Se si conoscesse il pericolo delle nuove autocrazie, ci sarebbe più sensibilità nel percorso di integrazione europea e sulla necessità di una politica di difesa comune per non trovarci un giorno subalterni e disarmati. L’ideale della democrazia è il messaggio più importante che l’Europa può lanciare al mondo.

E l’educazione non la si deve immaginare solo sui banchi di scuola, ma attraverso nuovi strumenti in un percorso che accompagna l’intera vita dei cittadini.

Senza conoscenza e formazione non ci può essere, né un buon cittadino né un elettore maturo, in un clima dove i social e la rete veicolano fake news e i politici cercano un facile consenso attraverso semplificazioni e promesse basate sul populismo.

Nel suo piccolo la fondazione Gariwo ha immaginato che i Giardini dei Giusti potessero essere un veicolo di conoscenza sullo stato del mondo e sui temi della responsabilità individuale, facendo circolare idee e storie non solo nelle grandi città, ma in periferia e nei piccoli centri. Quando ho incontrato Alice Wairimu Nderitu, l’advisor delle Nazioni Unite sulla prevenzione dei genocidi, mi ha colpito una sua osservazione: “Come si possono impedire tante atrocità di massa nel mondo, in Africa e Asia, se nessuno le conosce?”.

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

27 febbraio 2024

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