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La grande sfida democratica in un mondo polarizzato

di Gabriele Nissim

Il discorso del presidente di Fondazione Gariwo Gabriele Nissim in occasione di "Democracy", la conferenza plenaria di GariwoNetwork 2025. 

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Sono due le grandi sfide della Fondazione Gariwo, in questo network dei trecento giardini dei Giusti del mondo, che abbiamo voluto lanciare attorno al tema della democrazia che vede la partecipazione di tredici paesi, delle Nazioni Unite e di alcuni famosi atleti africani che si battono contro il razzismo e per uno sport inclusivo.

1) La ricostruzione delle Nazioni Unite dal basso in un mondo lacerato e diviso, dove ritorna la logica della guerra e della contrapposizione tra Stati e Nazioni.

2) Una nuova etica della democrazia che presentiamo in una carta valoriale e che vuole rispondere alla stanchezza democratica che porta le persone a disertare il voto e ad allontanarsi dalle istituzioni.

È questo il significato del nostro incontro.

Pensare alla democrazia a livello globale rivitalizzando le istituzioni internazionali e diventando noi stessi attori di una vita democratica. In questo modo non saremo solo spettatori degli eventi, ma guardiani e innovatori per le sfide democratiche del nostro tempo.

Il grande psichiatra Victor Frankl, sopravvissuto ad Auschwitz e inventore della logoterapia, sosteneva che le due peggiori malattie in cui spesso cadono gli esseri umani sono il fatalismo e la rassegnazione che ci fanno pensare che il nostro destino non dipenda mai da noi, ma sia determinato dagli altri e da avvenimenti che non potremmo mai cambiare.

La terapia per ogni individuo in ogni epoca è quello di ritrovare il significato della sua esistenza. Quando si immagina un futuro, una meta, si comprende l’orizzonte individuale o collettivo verso cui muoversi, ognuno può ritrovare la forza di volontà interiore per realizzare i suoi obbiettivi. La nostra volontà che ci porta a rischiare, a metterci in gioco, a cercare quello che sembra a prima vista impossibile, si accende quando una persona ha trovato il senso della sua vita.

È la mancanza di sogni che paralizza gli esseri umani. Un giocatore di calcio, quando entra in campo, anche si si trova con squadre più forti della sua, sogna sempre di fare un gol. È sempre l’obbiettivo che lo spinge ad osare.

Senza un obbiettivo in campo o nella vita non si può mai vincere nella propria esistenza; senza un progetto che richiede fatica, carattere e determinazione, come diceva Eraclito, il nostro destino lo decidono gli altri, mentre ognuno con il suo carattere può decidere il suo destino.

Quando le persone, come spesso accadde oggi, vedono soltanto il negativo, a furia di raccontarlo ci cadono dentro e il mondo diventa così sempre più buio. È un paradosso, ma chi continua a ripetere che ci sono solo i cattivi e non c’è soluzione alla guerra in Medio Oriente, all’invasione dell’Ucraina, alla crisi della democrazia, al razzismo, alle migrazioni, ai cambiamenti climatici e lo ricorda in modo nevrotico, invece di reagire e di ricostruire un nuovo inizio diventa succube delle situazioni negative. È questa una malattia del nostro tempo che diventa il terreno fertile per tentazioni pericolose come le semplificazioni e le scorciatoie dei populisti (dai nazionalisti, ai sovranisti, agli autocratici, ai fondamentalisti, ai sostenitori delle democrazie autoritarie) che indicano il capro espiatorio da rimuovere.

I populisti, per dettare la loro legge, non solo hanno bisogno di creare nemici, ma anche di avere attorno tante persone negative e rassegnate che un giorno diventeranno sostenitori delle loro idee proprio per la loro negatività. Non è così grande la distanza tra chi denuncia il negativo senza dare una prospettiva e chi invece lo considera ineluttabile e lo rivendica.

La forza di attrazione dei populisti è infatti quella di presentare come rivoluzione l’impossibilità di un cambiamento e di proporre un ritorno al passato come soluzione magica a tutti i problemi. Così Trump sostiene di rinunciare al multipolarismo per il bene dell’America (first); Putin di tornare all’impero russo; i sovranisti alla Le Pen e alla Salvini di finirla con l’Europa per tornare ai nazionalismi, i razzisti di ripristinare la purezza etnica delle nazioni, da Israele, alla Germania, alla Francia; i fondamentalisti di realizzare Stati che ubbidiscono ad un solo credo religioso; infine gli autocrati di invocare come valore la messa in discussione del pluralismo e de dialogo democratico.

L’elenco di questi progetti, basati sull’impossibilità di un cambiamento così da ritornare ad un vecchio ordine, è molto lungo e lo vediamo in ogni ambito sociale: dallo stato delle famiglie ai rapporti uomo-donna, all’economia dove ripristinare il protezionismo.

Se non vogliamo diventare succubi dello status quo bisogna immaginare una grande rivoluzione spirituale che, come immaginava Victor Frankl, porti gli individui a riempire la loro vita con una meta e un significato per il futuro.

È un compito che dovrebbe assumersi una politica alta in grado di orientare le persone.

Oggi tutti costatiamo che, a differenza del periodo della lotta al fascismo e al totalitarismo comunista (che poi portò alla fine della guerra e alla caduta del muro di Berlino nel 1989), non esiste più una élite politica e morale capace di trasmettere il senso del nostro tempo.

Ci mancano i Winston Churchill, i Willy Brandt, i John Kennedy, i Martin Luther Luter King, i Dag Hammarskjöld, i Vaclav Havel, gli Andrej Sacharov, ma anche gli Adam Michnik che è qui con noi questa sera.

Per questo vorrei ringraziare Adam per averci dato con la sua vita politica la più bella lezione sulla democrazia e avere liberato con la sua saggezza e il suo impegno la Polonia dagli anni bui del totalitarismo comunista.

Ma vediamo allora quali sono i nostri compiti e il significato che vogliamo dare al lavoro di Gariwo.

Cosa vuol dire parlare di Nazioni Unite dal basso che i giardini dei giusti nel mondo possono rilanciare?

Dopo la Seconda guerra mondiale si era immaginato che l’Onu potesse diventare un luogo di risoluzione dei conflitti attraverso la diplomazia e la prevenzione.

Gli imperativi morali che aveva determinato la genesi delle Nazioni Unite erano tre "mai più": mai più guerre; mai più genocidi (un termine nuovo inventato dopo l’Olocausto); mai più crimini contro la persona umana.

Con questi intenti in uno stabilimento diroccato di New York era nato il Consiglio di sicurezza, era stata approvata la Convenzione sui diritti universali dell’uomo di Eleonore Roosevelt e poi quella di Raphael Lemkin sulla Prevenzione dei genocidi e la responsabilità di proteggere.

A questi impegni morali per l’umanità si è aggiunto, negli ultimi anni, la responsabilità di preservare il pianeta dai cambiamenti climatici.

Le Nazioni Unite dovevano essere il più importante organo democratico, che avrebe dovuto unire l’umanità e avere la forza di fare rispettare il diritto internazionale quando veniva disatteso dagli Stati.

Oggi questo organo è del tutto impotente, non solo per le contraddizioni interne, ma perché viene svuotato e paralizzato dalle superpotenze che impongono la loro forza sugli scenari mondiali al di fuori da un qualsiasi controllo.

Invece di sentire il richiamo ad una comune appartenenza al pianeta, la patria terra comune, oggi ritorna l’idea del possesso della propria terra, non più come luogo dove coabitare, come ricorda la filosofa Simona Forti, ma come terra di proprietà sulla base di sangue, della religione, di una missione storica.

Lo si vede dal mare al Giordano in Medio Oriente, dove israeliani e palestinesi vedono una terra promessa da Dio ad un solo popolo.

Lo si vede con la guerra della Russia in Ucraina, iniziata con un discorso televisivo di Putin, spesso dimenticato, dove diceva che l’Ucraina era solo una appendice della grande Russia e non aveva il diritto di essere indipendente.

Lo vediamo con i discorsi dei nuovi nazionalisti e sovranisti che mettono in discussione la pluralità umana e ripropongono l’omogeneità etnica.

Ecco perché noi di Gariwo abbiamo immaginato che in un mondo attraversato da guerre, divisioni, lacerazioni, i giardini dei Giusti creati in ogni paese del mondo, dando valore a chi lotta per la pace, la condivisione del pianeta, la prevenzione di genocidi e i diritti universali di donne e uomini, possano ricreare dal basso lo spirito originario delle Nazioni Unite e ricreare con le loro pratiche un senso di appartenenza comune al Pianeta.

I Giusti sono proprio coloro che rischiano la vita per gli stessi valori fondativi che hanno dato origine alle Nazioni Unite, sfidando ogni volta, come Antigone, quelle leggi ingiuste che impediscono di appartenere alla comune umanità

Per questo abbiamo firmato una convenzione con l’ufficio per la prevenzione del genocidio delle Nazioni Unite e auspichiamo che le riunioni dei Giardini dei Giusti si possano fare un giorno al Palazzo di Vetro e che presto l’assemblea delle Nazioni unite voti come l’Italia e l’Europa la Giornata dei Giusti dell’umanità.

Perché abbiamo scritto questa carta etica della democrazia proprio in un momento storico in cui sembra indebolirsi il senso stesso di riconoscersi in una democrazia, mentre assistiamo a derive autoritarie negli Stati Uniti, a tentazioni populiste in Europa e all’assenza di reali percorsi democratici in paesi come Russia, Cina e Iran?

Il motivo è molto semplice: se non si è democratici dentro e non si hanno comportamenti democratici non si può avere la forza di trasmettere questa idea. Al contrario, come sostiene Luigi Manconi, si corre il rischio di farsi affascinare dall’idea dell’uomo forte, da autocrazie e da regimi illiberali. Se non si vive la democrazia, non si può nemmeno trovare la forza di difenderla quando è in pericolo, come hanno fatto gli ucraini con un prezzo molto pesante di vite umane.

Si può poi lottare per una causa giusta, come quella di Gaza e dei palestinesi, ma poi cadere in atteggiamenti di prevaricazione come sono state le intolleranze verso Emanuele Fiano, colpevole di ribadire il principio della convivenza tra i due popoli. Non si può essere per la giustizia, quando si vuole distruggere l’altro. Non è tollerabile che in nome di Gaza si dia l’assalto ad un giornale e alla libertà di stampa.

È già successo nella storia, come ricorda Vassilji Grossman in “Vita e destino”, quando i comunisti combattevano contro il fascismo, ma si apprestavano a sostituirlo con un nuovo regime totalitario. È successo in Iran dove la ribellione contro lo Shah di Persia ha portato al fondamentalismo islamico. È successo nel nostro paese quando una parte del movimento giovanile reagiva alle stragi politiche e ai neofascisti, aprendo la strada alle Brigate rosse e alla violenza politica.

Lo diceva bene Etty Hillesum, quando prima di morire ad Auschwitz scriveva che l’odio è una malattia dell’anima e non si combatte l’odio con dentro l’odio, che ci disumanizza e ci porta ad assomigliare ai peggiori.

Oggi c’è una nuova malattia che riproduce l’odio e che attraversa le relazioni tra gli individui, le discussioni sui social, le dinamiche tra i partiti: è la polarizzazione estrema delle opinioni, dove ogni giudizio su qualsiasi argomento diventa momento di divisione e di contrapposizione.

È come se per ogni cosa si dovesse decidere tra il bianco e il nero, tra il Bene e il Male. Non esiste più la mediazione, il compromesso, la ricerca di una posizione condivisa, ma bisogna schierarsi da una parte contro l’altra come si vivesse in una dittatura. È persino difficile qualche volta conversare con gli amici.

Come scrive Robert Kaplan, storico editorialista del New York Times, questo fenomeno è spesso l’effetto della tirannia dal basso prodotta dall’uso manicheo dei social, dove si creano tribù contrapposte attorno ad un pensiero unico che distrugge l’idea di pluralità e di dialogo democratico. Una modalità di contrapposizioni che ha inquinato le relazioni tra i partiti.

Così la politica smette di essere una sana competizione di idee: nessuna forza si interroga più sul proprio ruolo di parte al servizio del tutto e nessuna sente più la responsabilità di dialogare con l’altra. Si tratta solo di vincere per prendere il potere politico, come se ogni volta, come sostiene Donald Trump, dovesse ricominciare una nuova età dell’oro ai danni della parte politica “nemica”.

In questo modo diventano fastidiosi gli organi di autocorrezione della democrazia, gli organi di stampa indipendenti, tutti i luoghi della pluralità democratica.

Così a poco a poco si può creare il terreno per la nascita delle democrazie illiberali alla Orban o persino alle autocrazie alla Putin, dove ci sono elezioni “plebiscitarie” senza più una pluralità democratica.

Di fronte a questa possibile deriva è importante non rassegnarsi e trovare gli antidoti.

Per questo è importante creare un movimento dal basso che riproponga nelle società delle buone pratiche democratiche, così da rivitalizzare le istituzioni politiche.

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi, riconoscendo non solo la nostra parzialità, ma con la consapevolezza che il nostro pensiero si arricchisce sempre nelle relazioni con gli altri.

Dobbiamo diventare un argine di fronte ad ogni manifestazione di odio che dai social alla politica legittimi il disprezzo dell’altro e porti alla circolazione di parole malate e malvage.

Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire” perché ogni nostra parola deve sempre sforzarsi rispecchiare la realtà e ogni informazione falsa fatta circolare inquina la vita democratica.

Dobbiamo essere custodi della non violenza e messaggeri di pace per impedire che l’aggressività e la violenza possa affermarsi come modalità politica nella democrazia e nelle relazioni tra gli Stati.

Dobbiamo riscoprire la forza dell’agire comune, come nei momenti più difficili della storia, quando persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli avvenimenti, come è accaduto quando i partiti con ideologie diverse scrissero la costituzione italiana dopo la caduta del fascismo, o quando in Polonia ci fu la famosa tavola che portò alla fine del comunismo.

Hannah Arendt scriveva che la forma più alta della politica si ha con la realizzazione di uno spazio comune, come se fosse una grande tavola, che riunisca donne e uomini diversi.

Lei lo diceva per affermare la modalità del dialogo che riunisce non persone fotocopia, ma persone differenti che si vogliono assumere una responsabilità per il proprio tempo. Era questo il suo principio di fondo: “Non l’uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”.

Oggi in quella grande tavola si dovrebbero ritrovare tutti coloro che vogliono rivitalizzare dal basso le istituzioni democratiche e considerano l’Europa il nostro destino comune.

La sfida di Gariwo è che i Giardini dei Giusti, sparsi in Italia e nel mondo, possano contribuire a questo percorso democratico con una attività educativa e con il loro esempio.

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

2 dicembre 2025

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