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La lezione morale di Robert Oppenheimer

di Giampaolo Cadalanu

C’è qualcosa di vero nel luogo comune del fisico con la testa fra le nuvole, il pensiero smarrito dietro i calcoli infinitesimali e lo sguardo lontano. Ed è difficile immaginare un approccio di concretezza nei visionari che sconvolsero il mondo con il Progetto Manhattan, dando il via libera all’era dell’energia atomica, su un percorso accidentato e pieno di ripensamenti e pericoli. Eppure, la figura di Julius Robert Oppenheimer quell’immagine svagata e quasi leggera non la autorizza in nessun modo: non c’era distrazione nella coscienza di aver aperto una strada a una possibile apocalisse, non c’era superficialità nel pensiero che l’atomo reso energia potesse diventare trionfo dell’uomo, ma anche tragedia.

Nelle lezioni tenute fra il 1947 e il 1955 (pubblicate in questi giorni dalla UTET con il titolo “Quando il futuro sarà storia”, 192 pagine, 17 euro), quando, cioè, aveva ormai un’idea precisa delle possibili implicazioni dell’energia atomica, lo scienziato americano fa capire in modo netto in che modo l’umanità dovesse stare molto attenta nel valutare i rischi e le opportunità che la nuova tecnologia offriva. “Nel lavoro scientifico, il problema del bene e del male, di cosa è giusto e cosa no, ha un ruolo minore e secondario. Nelle decisioni pratiche della politica, è invece fondamentale”, argomentava Oppenheimer. In altri termini: l’approccio di studio è privo di prospettive morali, ma l’applicazione della scienza le deve avere.

Il profilo è quello di uno scienziato conscio dei limiti umani, fortemente deciso a fare la sua parte affinché i materiali fissili e la stessa tecnica nucleare venissero messi sotto il controllo di organismi internazionali creati ad hoc. In altre parole, è il profilo di uno studioso che porta senza vergogna il senso di responsabilità. Per le logiche della comunicazione digitale, dei giorni nostri, sembra quasi naturale che un fisico offra valutazioni politiche, rifiutando di nascondersi dietro la presunta obiettività di una ricerca scientifica apparentemente non partigiana. Ma questa è, appunto, la cultura attuale. In quegli anni, con il mondo ancora preda delle scosse di assestamento del conflitto e del vento di guerra fredda, la scelta di esporsi era autentico coraggio. Non è un caso che il padre dell’atomica sia finito nel mirino del senatore Joseph McCarthy, al quale i dubbi sulla sorte dell’umanità sembravano tradimento e dunque dovevano essere sintomi di una strisciante adesione al bolscevismo.

Più ancora che all’ottusità dei censori di Stato, può essere utile confrontare la condotta “militante” di Oppenheimer con quella di chi si preparava a invocare l’obbedienza come supremo valore, proponendola come scusa dei comportamenti più atroci. Gli anni in cui l’uomo del progetto Manhattan metteva in guardia sulla sua invenzione, prendendo sul suo nome la responsabilità piena, erano gli stessi in cui Adolf Eichmann si era rifugiato in Argentina, con il nome falso di Ricardo Klement. Da una parte, insomma, un uomo dotato di colonna vertebrale, conscio dei propri limiti e appassionato nella preoccupazione per l’umanità intera. Dall’altra, invece, un burocrate destinato a diventare l’esempio storico della mancanza di dignità, dell’incapacità di ammettere i propri errori, indicando la mancanza di umanità alla semplice decisione di eseguire gli ordini.

Per chi si occupa di politica e guarda con occhio disilluso alle dinamiche internazionali, le aspettative di Oppenheimer rischiano di apparire ingenue. L’invito a mettere in comune le risorse, sia in termini di know-how che di materiali, l’appello alla massima trasparenza, possono sembrare realmente naif. A un certo punto lo studioso si fa tentare dalla voglia di guardare al futuro, correggendosi subito con la prudenza: “È vero che si sente spesso dire che la pura e semplice esistenza del nostro potere, senza nemmeno contare la sua applicazione, sarebbe in grado di indirizzare il mondo su una strada fatta di pace e trasparenza; eppure al giorno d’oggi non abbiamo alcun indizio chiaro, né in qualche misura attendibile, sul modo in cui questo possa concretizzarsi. Abbiamo scelto di interpretare, forse correttamente, il nostro passato come la dimostrazione che una politica di debolezza ci ha condannati; ma non abbiamo modo di interpretare il futuro come una dimostrazione ben chiara che una politica di forza potrà salvarci. Quando il tempo sarà trascorso, quando il futuro sarà storia, apparirà chiaramente quanto poco oggi saremo stati in grado di prevedere”. 

La Storia, in effetti, ha sancito che se la debolezza è un rischio, la forza da sola non basta a garantire la pace. Ed è una lezione attuale anche per la nostra epoca, dall’uomo che immaginò di aver scoperchiato il vaso di Pandora e voleva lanciare un allarme al genere umano. Come recita la sua frase più celebrata, l’attimo del ripensamento dopo aver scatenato la forza dell’atomo: “Ora sono diventato Morte, distruttore di mondi”. Ma sempre con la coscienza della propria responsabilità.

Giampaolo Cadalanu

Analisi di Giampaolo Cadalanu, giornalista e scrittore

1 settembre 2023

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