Vladyslav Heraskevych, il ventisettenne campione ucraino di slittino non ha vinto la medaglia olimpica e nemmeno ha potuto figurare nella classifica della sua gara, perché lo hanno squalificato, ma ha vinto forse la gara più importante della sua vita, quella dei Giusti dello sport. Egli senza fare nessun atto eclatante di ribellione, senza lanciare nessuna accusa sul campo, senza nemmeno nominare i russi che avevano invaso il suo paese, ha deciso con un atto simbolico di ricordare gli atleti ucraini che hanno perso la vita in questa guerra.
Ha pensato che tutti questi atleti dovessero essere ricordati a Milano Cortina ed in un certo modo partecipare con i loro volti alle sue spericolate discese nella pista di slittino. E così in questi giorni ha indossato un casco con le loro fotografie pensando di ripagare il privilegio di essere presente a Cortina, facendosi così portavoce della loro memoria.
Sul suo casco c’era il volto di Karina Bakhur, la campionessa ucraina di kickboxing, morta in ospedale il 18 novembre per le ferite riportate dopo un bombardamento sulla città di Berestin, nei pressi di Kharkiv, dove si allenava. Avrebbe dovuto il giorno dopo partecipare ad una importante gara internazionale in Austria. Non aveva ancora diciott’anni. E sul suo casco c’era anche la foto di Olexsandr Peleshenko, campione di sollevamento pesi, classificatosi al quarto posto alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016. Quel campione non aveva avuto dubbi e al momento dell’aggressione russa si era arruolato spontaneamente per difendere il suo paese. Quella sua scelta si era però conclusa con un prezzo amaro ed era morto in prima linea il 5 maggio 2024, come ricorda Kristina Berdynskykh sul Foglio.
Vladyslav Heraskevych andando in giro con quel casco ha rotto il muro di omertà su tutti quegli atleti ucraini che non solo non ci sono più, ma che sono stati costretti per la guerra ad abbandonare le loro passioni e a rinunciare ai loro sogni. Poiché lui aveva la possibilità di portare avanti questo sogno non ha voluto dimenticare i sogni infranti dei suoi amici e lo ha fatto gareggiando con i volti impressi sul suo casco. Sapeva che la burocrazia olimpica lo avrebbe probabilmente squalificato, ma ha pensato che dovesse scegliere tra le due gare in cui si era trovato a gareggiare. Ha scelto quella della giustizia e ha perso quella sportiva.
Ma non importa, lui è stato un grande vincitore morale, mentre il comitato olimpico seguendo le regole, si è allontanato dai valori fondanti delle Olimpiadi nate con l’idea della sospensione delle guerre e della pace che significa soprattutto rispetto per le morti ingiuste. Noi di Gariwo ricorderemo la sua storia nell’Enciclopedia dei Giusti, nella categoria figure esemplari sport: per noi è come se avesse vinto la medaglia d’oro.
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Foto in copertina dal profilo Instagram di Vladyslav Heraskevych

