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La memoria della Shoah è di tutti

di Anna Foa

Ci si domanda da più parti, e da diverse prospettive, come si arriverà a celebrare quest’anno il 27 gennaio. Da una parte, non sono pochi quelli che pensano che gli ebrei farebbero meglio a starsene zitti, con quello che Israele sta facendo a Gaza, e paragonano Gaza alla Shoah, in una ripresa dell’antico argomento – risale più o meno alla guerra del Libano del 1982 – delle vittime che si trasformano in carnefici. Dall’altra, emergono nel mondo ebraico italiano voci che propongono uno “sciopero” da parte ebraica della Giornata della Memoria. È meglio, dicono, che gli ebrei se ne stiano da soli, dato che tutto il mondo è contro di loro, come il 7 ottobre e le successive reazioni hanno dimostrato. Una riproposizione, alla luce dell’attacco di Hamas, della teoria dell’”eterno antisemitismo”, che si sperava spazzata via dalle complessità della memoria e della storia.

Ambedue queste opposte posizioni partono da due presupposti semplificatori e pericolosi. Il primo è che un movimento terrorista quale è Hamas si identifichi con i palestinesi, tutti i palestinesi, e che dall’altra parte la politica del governo di Netanyahu sia non solo espressione dell’opinione unanime di Israele, ma anche di quella altrettanto unanime degli ebrei della diaspora. E che quindi questa guerra sia in realtà uno scontro di civiltà fra arabi ed ebrei. Fra Occidente e mondo musulmano, fra democrazia e terrorismo per gli uni, fra l’Occidente colonialista e i reietti della terra per gli altri. Nella radicalizzazione delle posizioni a cui assistiamo, nessuno si preoccupa di guardare al carattere del regime di Hamas, violento e fanatico anche nei confronti degli altri palestinesi, e nemmeno alla profonda spaccatura della società israeliana e alle grandi e pacifiche manifestazioni di questi mesi contro il governo. Riassorbite dalla guerra? Forse solo temporaneamente, e nemmeno del tutto.

Ma il pericolo maggiore di queste due opposte posizioni è quello da parte degli uni di considerare la memoria della Shoah come un fenomeno solo ebraico, frutto del solo mondo ebraico, destinata solo agli ebrei. A che fine? Risarcirli dei milioni di morti, forse. Un risarcimento che con le guerre di Israele sembra essersi esaurito. Si può ripartire da zero, fare piazza pulita dei morti del passato, guardare solo all’oggi. Un oggi in cui il 7 ottobre e i suoi orrori sembrano cancellati dalla distruzione di Gaza.

Da parte degli altri, degli ebrei, il rischio è simmetrico: considerare la memoria della Shoah come una proprietà degli ebrei, da non estendere al resto del mondo, sempre e ovunque antisemita, in fondo prendere le distanze da una celebrazione, il 27 gennaio, che nasce guardando a tutti (e fra l’altro anche alle altre vittime della guerra di Hitler) e per tutti: per dare un segnale al mondo che la memoria della Shoah è di tutti, per insegnare a tutti ad evitare altri genocidi, razzismi, antisemitismi. E il fatto che finora non ci sia riuscita, che i genocidi e i crimini di guerra abbiano continuato a succedersi di fronte ai nostri occhi troppo spesso distratti, non annulla questo impegno, semmai lo rende più urgente.

Se il 27 gennaio l’immagine che si vuole proporre nelle scuole e nelle istituzioni è quella di una memoria chiusa in se stessa, che rifiuta di aprirsi al mondo, che si ammanta del suo ruolo di vittima per negare le altre vittime, allora sarà certo problematico trovare le parole per spiegare questa immagine, questa memoria. Se si prenderanno per buone le due equiparazioni alla Shoah che vengono fatte da parti opposte, quella di Gaza da parte antiisraeliana e quella del 7 ottobre da parte del governo israeliano, allora non ci sarà spazio per nessuna memoria, solo per il suo utilizzo deviato, per la sua peggiore strumentalizzazione. Dobbiamo trovare le parole, gli argomenti per evitarlo.

In questo terribile conflitto, in cui due estremismi opposti si combattono nel dolore delle vittime di entrambe le parti, ora l’importante è fermare l’operazione bellica che sta distruggendo Gaza e che sempre più precisa come suo obiettivo l’annessione dei territori occupati a formare una grande Israele. Vedremo risorgere, con tutti i suoi limiti, ma anche con le sue aperture e le sue speranze, l’antica Israele dei suoi padri fondatori, e vedremo i palestinesi disfarsi degli estremisti e lavorare alla creazione di uno stato che viva in pace coi suoi vicini? Per quanto difficile sia, distruggere la memoria del maggiore genocidio del Novecento, oppure anche soltanto lasciarla come patrimonio solo degli ebrei, sottraendola all’umanità intera, non può certo aiutare a raggiungere questo obiettivo.

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