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La possibile terapia contro un odio che non finisce mai

di Gabriele Nissim

Riprendiamo di seguito la relazione tenuta da Gabriele Nissim, Presidente della Fondazione Gariwo, durante il seminario "Racconto della Shoah e linguaggi ostili. Contrastare i pregiudizi in classe", organizzato dall'Università Cattolica di Milano nella giornata di martedì 16 gennaio 2024.

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Quanto più odio c’è nel mondo tanto più si manifesta l’antisemitismo. Non è un caso che i regimi totalitari che hanno teorizzato nel loro paradigma la lotta contro i nemici come fonte di legittimazione abbiano, prima o poi e in modo diverso, usato la carta dell’antisemitismo nelle loro campagne politiche e ideologiche. I regimi comunisti, ad esempio, sono passati dalla lotta di classe ai cosiddetti nemici del popolo negli anni '30, e hanno poi presentato gli ebrei come i nemici del socialismo ed agenti del capitalismo, prima con le campagne antisioniste di Stalin negli anni cinquanta, al tempo del cosiddetto “complotto dei medici ebrei”, e poi con quelle dei suoi successori in Russia e nei paesi orientali, dal processo Slánský in Cecoslovacchia nel 1952, alla Polonia di Gomulka nel 1968, dove gli ebrei furono accusati di fare il doppio gioco e di essere dei nemici nascosti. 

Altrettanto hanno fatto i fondamentalismi islamici che, dall’Iran all’Isis, alla stessa Hamas, hanno costruito delle teocrazie che, imponendo la Sharia e la dittatura religiosa contro gli infedeli, hanno indicato negli ebrei e nei sionisti i nemici dell’umanità. Nello stesso tempo, l’antisemitismo fa da detonatore e alimenta un odio generalizzato che colpisce e inquina tutta l’umanità. È stato questo il caso del nazismo, che dalla guerra agli ebrei ha portato alle macerie della Seconda guerra mondiale. Si cade in errore quando si pensa che l’antisemitismo colpisca esclusivamente gli ebrei e che quindi si tratterebbe solo di educare la società a superare pregiudizi radicati in codici culturali che vengono da lontano.

Non è di questo parere Yehuda Bauer, che nella sua ultima conferenza del 2022 ha voluto sottolineare per quale ragione leggere la distorsione della memoria della Shoah e l’antisemitismo come una questione che riguarda solo gli ebrei sia assolutamente riduttivo, perché si tratta di un problema universale:

Hitler, nel memorandum scritto di suo pugno che mandò a Göring nel 1936, scrisse che doveva preparare la guerra per combattere gli ebrei che attraverso il bolscevismo volevano dominare il mondo. Era questo lo scopo della guerra. Possiamo allora dire che a causa di questo antisemitismo sono morte 35 milioni di persone. Certo che ci sono stati i sei milioni di ebrei, ma gli altri 29 non ebrei sono morti a causa dell’antisemitismo di Hitler. Tutti sono stati colpiti da questo odio. Ebrei e non ebrei”.

È lo stesso ragionamento, sia pure in modo diverso, che potrebbe valere per il Medio Oriente. Quanti sono gli arabi e musulmani che muoiono in Medio Oriente non solo per un conflitto territoriale, ma a causa dell’antisemitismo e dell’antisionismo? Ecco perché è importante spiegare che l’antisemitismo colpisce tutti e che ogni forma di odio a sua volta può provocare l’antisemitismo.

Prima di tutto, cos’è l’odio e da dove nasce? E perché l’odio di qualsiasi tipo può aprire la strada all’antisemitismo? L’odio è una componente della condizione umana e nasce come affermazione del proprio ego nei confronti dell’altro. Si può scegliere di vivere in armonia e di fare della relazione con gli altri la fonte della propria ricchezza umana, oppure di guardare gli altri come un nostro nemico e per questo provare un sentimento di disprezzo nei confronti di coloro che immaginiamo siano di ostacolo alla nostra esistenza. C’è l’odio verso chi consideriamo di intralcio alla nostra affermazione professionale; c’è l’odio verso le donne che si sottraggono al potere del maschio; c’è l’odio etnico verso individui di altre etnie e di culture diverse che non vogliamo accettare; c’è l’odio per classi sociali diverse dalla nostra; c’è l’odio di genere; c’è l’odio nello sport nei confronti degli avversari sportivi; c’è l’odio nei social, dove si ha il gusto e il piacere di mettere alla gogna delle persone che neppure si conoscono; c’è l’odio nel dibattito politico delle stesse democrazie, dove chi la pensa diversamente viene considerato non una componente della Polis, ma un vero e proprio nemico da eliminare in una guerra verbale permanente. E l’odio più pericoloso è quello che viene legittimato dagli stati fondamentalisti e totalitari con leggi e persecuzioni contro i cosiddetti nemici, che siano ebrei, donne, membri della comunità lgbtq+, ma anche contro gruppi politici differenti. 

Come spiega Hannah Arendt, il punto comune di tutti i totalitarismi vecchi e nuovi è la negazione della pluralità umana. Essi ritengono che sulla terra esista solo l’uomo al singolare, l’uomo fotocopia, e non, invece, che l’umanità sia composta da uomini diversi. Ricorda infatti la Arendt, forse con la più alta sintesi del suo pensiero: “Non l’Uomo, ma uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”. Da questa concezione monolitica nasce, in varie forme, l’odio politico, che non solo può portare alle persecuzioni, ma fino alla distruzione estrema, come è avvenuto ad Auschwitz e in tutti i genocidi. E in questo contesto l’antisemitismo fa da collante, perché chi odia qualcuno, o uno stato che si fonda sull’odio politico, può presentare il volto nascosto dell’ebreo dietro al suo nemico. Il motivo per certi versi è molto semplice. Poiché gli ebrei nel pregiudizio millenario antisemita sono i nemici universali dell’umanità, diventa comodo presentare l’ebreo come quello che si nasconde dietro ad un migrante, ad un omosessuale, ad un oppositore politico, ad un nemico della nazione, ad un nemico dell’Islam. Anche se può sembrare assurdo ed incomprensibile, il ricorso all’antisemitismo “nobilita” la missione di ogni dittatura che fa dell’ebreo la sua minaccia esistenziale.

Ci illudiamo se riteniamo che con un colpo di bacchetta magica si possa mettere fine all’odio. È stato questo il grande fraintendimento dopo la Seconda guerra mondiale e la scoperta sconvolgente della Shoah e della distruzione degli ebrei. Si è pensato a una non ripetibilità del Male estremo. Invece, purtroppo, le devastanti guerre in Ucraina e in Medio Oriente ci mostrano che l’odio continua ad essere terribilmente presente nella Storia umana. Dobbiamo invece diventare consapevoli che, in ogni epoca, gli esseri umani possono scegliere tra un destino di convivenza e armonia e un percorso di odio e di conflitti. 

Come ha spiegato Baruch Spinoza, l’essere umano si trova sempre di fronte a due strade:

  1. Illudersi di sviluppare la propria potenza, il proprio conatus, a spese degli altri in una guerra permanente;
  2. oppure cercare la vera forza in un rapporto reciproco con gli altri, che permetta di trovare una risposta soddisfacente alla fragilità umana.

Ciò che determina l’esito di questa scelta, come aveva forse per primo capito Socrate con la sua Maieutica, è un processo permanente di Educazione. Può sembrare paradossale, ma gli esseri umani che possono cadere nella tentazione del Male devono venire guidati alla comprensione del Bene come la migliore convenienza per la realizzazione della loro pienezza umana. Si tratta costantemente di risvegliare le facoltà dell’animo che apparentemente sembrano sopite, come il gusto morale, estetico ed umano e di cui spesso gli uomini smarriscono il senso. Ecco perché vivere con odio, diceva Etty Hillesum, è la peggiore malattia dell’anima che deturpa la vita delle persone e le rende infelici.

È proprio l’Educazione il senso di quella Pedagogia dei Giusti che Gariwo ha sviluppato e praticato in questi ultimi venticinque anni, con la promozione delle figure morali dei Giusti e la costruzione dei Giardini dei Giusti. Il primo punto da sottolineare è che il concetto di Giusti, al di là dei riferimenti biblici, è un concetto di grande modernità, nato assieme alla parola genocidio, inventata dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin. Se infatti il termine "Genocidio" (ibrido del greco genos e del latino cidio) indica l’intenzionalità della distruzione parziale o totale di un popolo, la parola “Giusti” indica invece coloro che si oppongono e si assumono una responsabilità nei confronti delle atrocità di massa, salvando delle persone o lottando contro l’odio in atto, prima che il Male si realizzi. Il secondo punto fondamentale è che il concetto di Giusti non indica solo una categoria di uomini che emergono nelle circostanze estreme, ma una possibilità di essere e di realizzarsi per tutti gli esseri umani. Si tratta quindi di una modalità di esistenza, non per santi ed eroi, come si potrebbe credere erroneamente, ma una possibilità alla portata di tutti. Ognuno nel suo piccolo può scegliere se diventare portatore di odio, comportarsi da indifferente, oppure diventare con una sua vita autentica messaggero di bene. 

In questi anni c’è stata una cattiva e riduttiva interpretazione del concetto di Giusti. Molti hanno ritenuto che, ad esempio, parlare di Giusti nella Shoah, di fronte alla loro esiguità numerica dinanzi ad una maggioranza indifferente o complice del genocidio, significasse creare una cortina fumogena attorno agli ingiusti. In realtà, la testimonianza di un Giusto che osa sfidare leggi ingiuste e porsi contro lo spirito nefasto del proprio tempo deve venire interpretata come il più grande messaggio di scandalo. Il Giusto, infatti, con la sua azione controcorrente, inchioda alla sua terribile responsabilità chi è stato indifferente. È compito quindi della narrazione spiegare il contesto in cui agisce un Giusto e il suo "rapporto eretico" contro le derive della società del suo tempo.

Ma come si può rendere attrattiva nella società l’idea di essere Giusti e creare un movimento positivo di emulazione? È questo il punto decisivo. Si tratta di fare comprendere che fare il bene non è una rinuncia ed una privazione come molti lo intendono, ma un arricchimento della propria personalità che porta a quella che i classici greci chiamavano "eudemonia" (che significava il piacere della virtù). È forse la gioia più grande possibile nella nostra esistenza. Spesso invece le storie dei Giusti sono confuse nel nostro paese con le storie delle Vittime, come se la sofferenza e il martirio fossero il percorso obbligato di chi fa del Bene. C’è un punto in comune in tante biografie di uomini giusti nella Shoah e in altri genocidi. Leggendo le storie di Giorgio Perlasca, di Armin Wegner e Dimitar Peshev vi accorgerete che la motivazione delle loro azioni non dipendeva né da un imperativo categorico di tipo kantiano, né da un senso di dovere verso gli altri e persino nemmeno da un sentimento di altruismo, ma la base di partenza era il proprio senso estetico, il volere stare bene con se stessi, come suggeriva Hannah Arendt. Non tolleravano la deturpazione dell’umanità, perché altrimenti avrebbero sentito un’inquietudine ed un malessere dentro di loro.

Con le loro azioni, i Giusti hanno rischiato, hanno sofferto, hanno vissuto l’isolamento e l’incomprensione e alcuni hanno persino sacrificato la loro vita. Ma il punto di partenza è sempre stato il desiderio della loro felicità e del benessere interiore che i carnefici e i violenti avevano deturpato e inquinato. Lo ricordava Anton Čechov quando parlava della "terza intelligenza" che esiste negli esseri e che non dipende né dai geni ereditati, né dalla conoscenza e dall’esercizio della logica, ma dal gusto interiore di praticare il bene per rettificare il mondo. E lo suggeriva Seneca a Lucullo quando, in una bellissima lettera, gli spiegava che il percorso che può portare alla gioia derivava unicamente dalla realizzazione di una vita autentica.

Come abbiamo allora cercato di realizzare questa metodologia di lavoro sui Giusti nella società? Lo abbiamo chiamato il Metodo Gariwo, che è la sintesi teorica di 25 anni di attività:

  1. Con la creazione dei Giardini dei Giusti abbiamo sollecitato i giovani e l’opinione pubblica a ricercare dal basso le storie dei Giusti e a esprimere loro gratitudine e riconoscenza. La valorizzazione delle loro vicende produce così un movimento di emulazione positiva. Si stimolano le persone a riconoscersi nelle loro storie. La conoscenza delle storie di bene produce così una contaminazione.
  2. Con il concorso “Adotta un Giusto” abbiamo stimolato gli studenti a diventare degli Sherlock Holmes di tipo nuovo che, invece di cercare gli indizi di colpevolezza dei criminali e i moventi di un delitto, svolgono una indagine per scoprire le motivazioni e i meccanismi della coscienza che hanno spinto degli esseri umani a delle azioni di solidarietà e di altruismo. Così si crea una curiosità per scoprire il segreto dei Giusti.
  3. Abbiamo dato vita a una rete di 300 Giardini universali, il cui scopo è quello di provocare le coscienze attraverso un metodo di comunicazione indiretta. Lo definiamo come un "percorso di educazione etica antitotalitaria". Non imponiamo a nessuno una morale o una direttiva di comportamento, ma con le storie dei Giusti trasmettiamo degli esempi morali che stimolano così le persone a porsi delle domande e a fare un esame interiore. Così, attraverso un meccanismo di empatia nei confronti delle storie dei Giusti, le persone sono trascinate a fare un esame di coscienza sulla propria vita e sulle proprie responsabilità.
  4. Abbiamo istituito dei Giardini il cui scopo non è quello della commemorazione di eventi del passato, ma di educazione alla responsabilità nel tempo presente. Molto spesso la società è stata abituata a riconoscere il Male solo nel suo momento estremo. Il nostro scopo, invece, è quello dell’educazione alla prevenzione, per riconoscere in anticipo le possibili stazioni del Male che possono portare alla distruzione di esseri umani. Al Male estremo ci si arriva con la crisi della democrazia, le campagne di odio, il disprezzo della dignità dell’altro, la disumanizzazione del diverso, fino a leggi ingiuste che sono l’anticamera per la violenza politica. Ciò che rimane ancora oggi incredibile è che i percorsi sono spesso molto simili, ma non ce ne si accorge, anche perché l’attenzione della memoria ha sempre privilegiato il momento finale della distruzione. È il vuoto principale da rettificare.

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