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La sfida del Giardino di Roma: diventare un luogo dove le voci degli oppressi possono trovare ascolto

Riflessioni dopo la cerimonia dell'11 aprile dedicata a Giacomo Matteotti e a Aleksej Naval'nyj

La colonia penale di Charp in Siberia e il Lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma distano circa 4.200 chilometri. E sono sorte 36410 albe tra le 16.30 del 10 giugno 1924, quando il gruppo di sicari legati al fascismo caricò Giacomo Matteotti su una Lancia Lambda (ultimo momento in cui il deputato socialista fu visto vivo) e le 14.17 del 16 febbraio 2024 (orario di Ekatierinburg), quando, stando al bollettino del servizio penitenziario federale, Aleksej Anatol'evič Naval'nyj è morto dopo “aver fatto una passeggiata ed essersi sentito poco bene”.

Eppure lo scorso giovedì 11 aprile le storie di Giacomo Matteotti da Fratta Polesine e di Aleksej figlio di Anatoly da Butyn, oblast di Mosca, sono sembrate quanto mai vicine. Al Giardino dei Giusti di Roma, a Villa Pamphilj, Matteotti e Naval'nyj sono stati entrambi onorati nell’ambito delle celebrazioni legate alla Giornata dei Giusti dell’Umanità.

È evidente che queste scelte non sono casuali. Le loro vite, pur appartenendo a epoche e contesti diversi, si intrecciano attraverso una serie di parallelismi sorprendenti. Entrambi hanno sfidato i regimi autoritari dei loro tempi, denunciando la violenza, la corruzione e la mancanza di trasparenza nei rispettivi governi. Matteotti ha combattuto contro il regime fascista in Italia, mentre Naval'nyj ha affrontato la corruzione e l'oligarchia nel governo russo.

Ma il loro impegno va oltre la critica. Entrambi hanno sacrificato molto per difendere i valori democratici, mettendo a rischio la propria vita per portare avanti il loro messaggio. Matteotti, rapito e brutalmente assassinato per le sue denunce coraggiose, è diventato un simbolo della lotta per la verità e la libertà in Italia. Allo stesso modo, Naval'nyj ha affrontato minacce, il carcere e veri tentativi di assassinio nel suo impegno per una Russia più libera e giusta.

Ma il vero legame tra Matteotti e Naval'nyj risiede nel loro sacrificio finale. Entrambi sono morti per le loro idee, per le loro denunce coraggiose contro l'oppressione e l'ingiustizia. Il loro coraggio individuale ha dato voce a una comunità annichilita, e il loro nome rimarrà impresso nella storia come simbolo di speranza e determinazione.

E qui arriviamo al significato profondo di questa cerimonia. Entrambi sono diventati icone della resistenza, ispirando milioni di persone in tutto il mondo a lottare per la democrazia e i diritti umani. Ricordare Naval'nyj, a Roma, a poche centinaia di metri dalla residenza dell’ambasciatore russo e nel corso del centenario della morte di Matteotti, assume un messaggio politico molto preciso.

Come molti Giardini dei Giusti dell’Umanità, quello di Roma è vivo grazie alle energie, la dedizione e la passione di un gruppo sparuto di persone che crede nel potere di questi luoghi nel raccontare e creare le condizioni per la solidarietà, per lo sviluppo della coscienza civile e per l’incontro tra le memorie. Il grande lavoro di Giovanna Grenga e Anna Foa, anime di questo incredibile sforzo civile, ha trovato la sua restituzione plastica proprio durante la cerimonia dell’11.

La messa a dimora degli ulivi per queste due figure non è stata una mera commemorazione. Oltre alla partecipazione di figure di primo piano nel dibattito politico italiano come il già presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick e dell’ex parlamentare e sindacalista Giorgio Benvenuto, oggi presidente della Fondazione Buozzi, la cerimonia è stata vissuta dalla comunità dei russi che non si riconoscono nella narrazione del Cremlino. Persino da Savona sono arrivati per ricordare il sacrificio di Naval'nyj e sventolare la bandiera bianco-azzurro-bianca, che è diventata un simbolo delle proteste contro l’invasione dell’Ucraina e di unione tra le persone russofone impegnate per la pace e la libertà.

“In questa lotta avete alleati affidabili: ci sono decine di milioni di russi che sono contro Putin, contro la guerra, contro il male che porta. Non dovete perseguitarli, al contrario, dovete lavorare con loro. Con noi”, ha detto Yulia Navalnaya (a cui, su sua richiesta, sono state mandate le immagini della cerimonia) nel corso del discorso che ha letto al Parlamento europeo lo scorso 28 febbraio. Mentre la professoressa Foa leggeva queste parole, l’emozione tra i presenti – e in particolare tra i rappresentanti della comunità russa - era tangibile.

Questa iniziativa ha segnato una nuova fase del Giardino capitolino, che le istituzioni cittadine non possono più ignorare. I cippi a Naval'nyj, Matteotti, così come quelli dell’anno passato dedicati a Vasilij Semënovič Grossman e agli uomini e alle donne della Cooperazione Internazionale, sono presenti solo grazie all’impegno economico del mondo dell’associazionismo, e in particolare della Fondazione Matteotti, del Movimento europeo di azione nonviolenta e della Fondazione Gariwo.

Un’azione della società per la società che la politica non può non vedere.

Per spiegarne il senso basterebbe rivivere l’abbraccio virtuale e fisico tra Yolande Mukagasana, scrittrice sopravvissuta al genocidio in Ruanda, e le attiviste russe che hanno onorato la memoria di Naval'nyj. Un momento che racconta perfettamente lo spirito del Giardino e le potenzialità che ha in una città come Roma, che accogliendo persone da tutto il mondo ne raccoglie inevitabilmente le sofferenze e le aspirazioni.

La sfida è ora proseguire su questa scia, facendo sì che sempre più realtà impegnate nell’accoglienza, nell’attivismo ecologico e nell’educazione possano usare queste aule fatte di alberi per coltivare la democrazia dal basso.

Il piano architettonico del Giardino prevede che la curva disegnata dal filare degli ulivi risulti, se vista dall’alto, risulti simile alla forma a calice del fiore di croco, che annuncia la primavera. Questo calice è racchiuso da un boschetto di cipressi. “Il cipresso, secondo alcuni, è l’albero resinoso che fornì a Noè il legname per l’arca. Nella tradizione cristiana è diventato simbolo dell’immortalità, emblema della vita eterna dopo la morte per la sua verticalità assoluta, l’erigersi verso il cielo”, si legge nella descrizione del Giardino pubblicata dal sito del Comune di Roma.

Fuori dalla metafora religiosa, rendere immortale l'eredità morale di Matteotti e Navalny vuol dire concretamente fare un appello all'impegno rivolto a tutta la cittadinanza romana, intesa nella sua pluralità di persone provenienti da tutto il mondo che convivono tra le rovine della capitale dell’impero. Ci ricorda l'importanza di difendere la libertà, la giustizia e la dignità umana in ogni contesto politico e sociale. Il Giardino di Roma può diventare il luogo in cui le voci degli oppressi possono trovare ascolto e dove comunità diverse possono lavorare insieme per disegnare per un futuro condiviso.

Joshua Evangelista

Analisi di Joshua Evangelista, Responsabile comunicazione Gariwo

19 aprile 2024

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