Il villaggio di Neve Shalom Wahat Al Salam, dove vivono assieme famiglie di ebrei israeliani e palestinesi, aveva fatto una scelta molto coraggiosa di fronte al 7 ottobre e ai massacri di Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Poiché nella narrazione pubblica ricordare le vittime degli altri era considerato un atto sovversivo, se non un vero e proprio tradimento della propria appartenenza, l’amministrazione del villaggio aveva chiesto ai suoi abitanti di condividere il dolore privato in uno spazio comune.
Così era nata l’idea della tenda del lutto, dove israeliani e palestinesi - raccontando le storie delle loro famiglie distrutte - avevano creato un meccanismo indiretto di empatia comune. Ognuno era stato quasi costretto ad ascoltare l’altro e cambiare la percezione del conflitto, riconoscendo, così, il destino comune che i fanatici dei due campi volutamente cercano di rimuovere.
Al Giardino dei Giusti di Milano abbiamo voluto riprendere questa iniziativa cercando di sviluppare un ulteriore significato. Ricordare, oggi, le vittime della distruzione di Gaza assieme a quelle del 7 ottobre, della colonizzazione dei territori occupati, significa indicare con chiarezza un punto di svolta nella crisi del Medio Oriente. L’orrore di questi due ultimi anni, che purtroppo non sembra mai avere una fine, impone all’opinione pubblica un cambiamento radicale nella percezione del conflitto.
Come dopo Auschwitz è nata la suggestione del mai più genocidi ed antisemitismo; come dopo Hiroshima è nato il rifiuto dell’uso delle armi nucleari nei conflitti; come dopo l’11 settembre è cambiata a livello internazionale la percezione del terrorismo; così, il mai più dopo Gaza in Medio Oriente significherà la messa in discussione di qualsiasi ipotesi politica, sia da parte della destra israeliana, sia da parte di Hamas, che immagini la distruzione dell’altro popolo come via della liberazione.
Il mai più dopo Gaza significherà, infatti, la costruzione di due Stati amici sullo stesso territorio o una federazione tra due Stati sovrani, se non si vuole che guerre terribili e nuovi terrorismi continuino a riprodursi. Immaginare che dal fiume al Giordano possa vivere un solo popolo può solo portare a nuovi lutti, perché israeliani e palestinesi non hanno altro luogo dove vivere.
Tutto questo può sembrare, oggi, una utopia di fronte alla guerra che sta lacerando i due popoli e che ha creato un sentimento di sfiducia reciproca, come non era più accaduto dagli accordi di pace di Oslo. Ma la storia, infatti, è andata terribilmente indietro.
Ma le centinaia di migliaia di morti di oggi, che un giorno dovranno essere ricordati in un memoriale, ci devono spronare a dire che non esiste nessuna altra possibilità, se non si vuole che si passi da una Gaza ad una nuova Gaza.
Siamo consapevoli che l’esito di questo conflitto non dipende da noi e che tutto sarà determinato dalle possibili relazioni tra i due soggetti in conflitto e dall’operato della comunità internazionale. Ma come persone responsabili, dobbiamo porci in modo realistico una domanda: allora, cosa possiamo fare noi da qui?
Può sembrare assurdo, ma prima di tutto bisogna evitare che Gaza inquini le nostre menti e crei lacerazioni nella nostra società.
Molte persone che hanno a cuore la causa palestinese hanno pensato di colpevolizzare tutti gli ebrei per quello che accadde in Israele. Sono partiti da due presupposti che, apparentemente, possono sembrare ragionevoli ma che, in realtà, ricadono nell’antisemitismo.
Il primo presupposto è che molti ebrei si identificano con Israele, perché lo considerano un Paese che, in caso di pericolo, può diventare un’ancora di salvezza. Ma i propal considerano questo rapporto acritico di fiducia come un elemento di complicità con i massacri di Gaza.
Il secondo presupposto è che, poiché gli ebrei, dopo la Shoah, sono stati gli artefici principali di un discorso sulla memoria, hanno il dovere di prendere posizione sul “genocidio” a Gaza. E, se non lo fanno esplicitamente, sono colpevoli di omissione.
Così, invece di concentrare la propria protesta contro le autorità israeliane, per alcuni propal gli ebrei della diaspora, che non hanno nessuna responsabilità diretta, sono diventati il capro espiatorio. A questo fenomeno si è poi aggiunta la criminalizzazione dell’intera Israele, non distinguendo più la destra fanatica e messianica al potere dal resto della popolazione.
Ogni israeliano è diventato, così, colpevole, indipendentemente dalla sua responsabilità. E, quindi, si è affermata l’idea della colpa collettiva, che ha fatto dire nelle piazze, che Israele come Stato non aveva più diritto di esistere.
In questo modo, il legittimo movimento filopalestinese ha perso la grande occasione di diventare un mediatore di pace tra israeliani e palestinesi per una soluzione giusta del conflitto. Dalla sacrosanta denuncia dei crimini di Gaza si è passati, così, ad una lettura unilaterale della guerra ed è stata coperta la politica terrorista e fondamentalista di Hamas. Proprio quella politica che ha portato al suicidio del possibile nascente stato palestinese, così come Netanyahu sta portando al suicidio la società israeliana, come profeticamente ha scritto Anna Foa.
Altri, invece, non solo nel mondo ebraico, hanno avallato l’idea che una critica nei confronti della politica di Israele a Gaza fosse l’anticamera di un discorso antisemita. Così, è accaduto che l’occupazione e la distruzione di Gaza venisse legittimata in nome della lotta all’antisemitismo, e, come si può leggere nel sito di Niram Ferretti, ogni abitante di Gaza viene presentato come un complice di Hamas.
Tutti questi comportamenti hanno pesantemente lacerato la nostra società, impedendo così che le società democratiche come la nostra potessero diventare un veicolo a sostegno di politiche diplomatiche di pace.
Come allora possiamo uscire da questo circolo vizioso?
Il compito che ci siamo dati con l’impegno dei Giardini dei Giusti è quello di dare voce a tutti i gruppi che, oggi, in Israele e in Palestina, e nel resto del mondo sono impegnati per ricreare il dialogo tra i due popoli.
Proprio per questo, sulle pagine di Gariwo abbiamo presentato una panoramica di tutte le associazioni che sono impegnate per la ricerca di un percorso di pace e di condivisione. È, infatti, nostro compito fare conoscere e valorizzare queste forze che agiscono in condizioni difficili e sono oggetto di sempre più pesanti intimidazioni.
Il nostro sostegno a questi gruppi è fondamentale per gli esiti futuri del conflitto.
Oggi, purtroppo, con la presidenza di Trump e l’attuale leadership israeliana che non solo ha dichiarato il suo rifiuto totale ad uno Stato palestinese, ma ha impresso una accelerazione alla colonizzazione dei territori e si accinge in queste ore all’occupazione totale di Gaza, ogni soluzione diplomatica sembra impossibile.
Eppure, sono proprio questi gruppi di persone volonterose da entrambe le parti che nel tempo possono ricreare le condizioni per la condivisione della terra.
Il dialogo dal basso è l’unica via che può riaccendere la speranza in Medio Oriente.
Così, la tenda al Giardino dal racconto del Male può indicare la via della resurrezione del Bene.

