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La trappola

di Francesco M. Cataluccio

Da metà ottobre sono ossessionato da Una piccola favola di Franz Kafka:

"Ahimè -disse il topo- il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All'inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho già raggiunto l'ultima stanza e lì nell'angolo c'è la trappola cui sono destinato.

- Non devi far altro che cambiare direzione, -disse il gatto, e se lo mangiò".

Ho la sensazione che, in Medio Oriente, si sia realizzata un'immensa trappola, alla fine di decenni drammatici in un luogo dove c'è molta Storia e poca Geografia.

Quello che è accaduto con il pogrom del 7 ottobre 2023 è qualcosa di drammaticamente simile a ciò che successe l' 11 settembre 2001. Un fatto enorme che getta le vittime in un'inestricabile confusione e le obbliga a reagire scompostamente. Perché questo sia possibile occorre che la violenza messa in atto sia esagerata, oltre l'immaginabile e sopportabile. Le mutilazioni, gli stupri, le ustioni, l'infierire macabro con i corpi delle vittime, i saccheggi e gli incendi, accecano di dolore e lasciano sgomenti. Più di mille e duecento morti in un paio di giorni, in piccolo stato di pochi milioni di abitanti, fanno sì che moltissimi cittadini abbiano un parente, un amico, un conoscente tra le vittime. I filmati girati dagli assassini e diffusi, a volte in diretta, sui social sono serviti ad accrescere l'orrore e il terrore.

Ma l'elemento principale della prima trappola sono gli ostaggi: bambini, donne, giovani militari, anziani. Gente pacifica dei kibbutz che ogni giorno dava lavoro a centinaia di palestinesi frontalieri, con i quali, spesso, c'erano rapporti non soltanto di lavoro. Ed è grazie ad alcuni di questi che si è preparato per mesi l'attacco al quale, da risentiti esperti dei luoghi e le persone, molti hanno poi partecipato. Mentre pochi altri, rischiando la vita, hanno avvisato prima gli israeliani, con i quali avevano rapporti, di mettersi in salvo.

Gli ostaggi, con i fondati timori per le loro vite, sono le mine vaganti per Israele dopo il 7 ottobre: un paese per la prima volta diventato in balia dei propri aggressori. Il colpo violento è arrivato quando, come ha scritto lo scrittore David Grossman, "nella società israeliana si stavano manifestando crepe allarmanti. Il governo, con Benjamin Netanyahu a capo, stava cercando di far passare una serie di provvedimenti legislativi volti a indebolire fortemente l'autorità della Corte Suprema, infliggendo così un colpo mortale al carattere democratico di Israele. Centinaia di migliaia di cittadini sono scesi in piazza ogni settimana, tutti quei mesi fa, per protestare contro il piano del governo. La destra israeliana sosteneva il governo. L'intera nazione stava diventando sempre più polarizzata" ("la Repubblica", 8/03/2024). Passata la sorpresa, il governo israeliano ha reagito in modo sbagliato. Ma ci si dovrebbe anche porre la domanda che cosa, a quel punto, si potesse fare di giusto e appropriato difronte a un attacco del genere (oltretutto sciaguratamente non previsto o sottovalutato). Se quel governo fosse caduto qualche mese prima, un leader dell'opposizione, più moderato e aperto al dialogo, ostile alle nefande frange ultrareligiose e nazionaliste, che reazione avrebbe potuto mettere in campo? Perché una reazione ci doveva inevitabilmente essere: lo chiedevano le famiglie degli ostaggi e gran parte della popolazione sotto shock, indignata e terrorizzata dalla scoperta di essere vulnerabile, e feribile in questo modo, e non durante una guerra.

Qualsiasi reazione ci fosse stata, quella era un pezzo importante della trappola, che doveva portare un paese, moderno e molto armato, a un confronto con la barbarie organizzata e modernizzata. Un piano molto ben preparato al quale hanno dato un contributo decisivo potenze straniere come il teocratico e violentemente fanatico Iran e la neoimperialista Russia (l'interessato Putin ha incontrato più volte i rappresentanti di Hamas prima e dopo il 7 ottobre, non certo in un impegno per la pace!), e persino l'interessata Repubblica Popolare Cinese.

Le trappole a quel punto sono diventate due. Alla prima si è aggiunta quella drammatica e tragica (al momento 32mila morti) della popolazione civile palestinese di Gaza, costretta a scoprire (ma forse la maggior parte lo sapeva, lo subiva o lo approvava) che sotto gli ospedali e le scuole c'erano depositi di armi e una vasta e strutturata rete di cunicoli militari da far invidia alla metropolitana di una metropoli. Donne e bambini cacciati dalle loro case, costretti a spostarsi a Sud con mezzi di fortuna, affamati e terrorizzati, senza possibilità (salvo una piccola minoranza) di fuggire oltre confine. Anche loro sono diventati ostaggi di Hamas che li usa cinicamente come scudi e manipola le vittime per la sua propaganda. Un popolo di quasi due milioni di persone tragicamente intrappolati in un furioso teatro di guerra.

Lo stato di Israele si è ulteriormente ficcato nella trappola quando, dopo qualche giorno di esitazione, ha dichiarato di "andare a liberare gli ostaggi". Salvo qualche caso, nessuno era in grado di sapere dove essi fossero e siano. È come cercare un ago in un pagliaio, con un'invasione di un territorio insidioso, densamente popolato, che si preparava allo scontro da anni. Oltretutto col continuo timore che gli ostaggi possano essere ammazzati dai loro carcerieri, una volta che si sentissero braccati, o colpiti, come è successo, dal "fuoco amico". Le trattative per la loro liberazione (che vedono coinvolti soprattutto Qatar e Arabia Saudita), hanno avuto un iniziale piccolo successo (come scambio di prigionieri), ma sono ormai diventati un tira e molla infinito che esaspera i loro famigliari e aumenta il pessimismo sulla loro sorte. Se la maggior parte degli ostaggi non tornerà viva (e questo dipende dalle decisioni di Hamas) per Netanyahu sarà una irreparabile sconfitta. Di questa trappola, hanno cercato di approfittare i nazionalisti ortodossi e i coloni che illegalmente da anni, con la complicità del Governo, occupano territori che appartengono di diritto ai palestinesi. Bande armate di fanatici vorrebbero sfruttare questa tragedia per rinsaldare le loro indifendibili posizioni.

Nel frattempo, per giustificare gli ormai cinque mesi di guerra, e le numerose vittime del suo esercito, il governo israeliano ha spiegato che l'obbiettivo è la liquidazione di Hamas. Il primo problema, che ingigantisce la trappola, è che Hamas, al di là delle tronfie parate, non è un esercito regolare che combatte con la sua divisa in campo aperto. Potenzialmente, nella striscia di Gaza, ogni uomo adulto, e purtroppo anche parecchi ragazzini, potrebbe essere un combattente. Loro fanno la guerra in casa propria e sparano spesso dagli edifici pubblici. Hamas può essere indebolita ma non liquidata. Come ha detto la scrittrice palestinese Suad Amiry (Cfr. "la Repubblica", 15/03/2024) "Hamas è un'idea, non si può distruggere militarmente".

Anche mediaticamente la trappola ha funzionato. Da parte palestinese non ci sono state condanne o prese di distanza nette dal pogrom. In alcuni luoghi si è assistito addirittura a manifestazioni di giubilo. In pochi giorni si è fatta largamente strada l' opinione che quella barbarie inaudita fosse frutto del "contesto". I distinguo, le comprensioni e le giustificazioni hanno preso campo. Persino il segretario dell'ONU, condannando l'accaduto, ha usato parole ambigue che mettevano assieme cause ed effetti. In molte situazioni si sente ormai dire, come fosse una cosa ovvia, che gli ebrei (raramente si parla di "israeliani) "se la sono cercata" per molti motivi: "un'occupazione che dura da 75 anni; 17 anni di assedio a Gaza; la morte di centinaia di palestinesi in Cisgiordania senza che mai i giornali ne parlassero; gli sputi contro i cristiani a Gerusalemme; la crescita senza sosta degli insediamenti" (sempre secondo Suad Amiry). In questa parte della trappola ci sono cascati in molti e la messa in discussione dell'esistenza dello Stato di Israele e l'odio antiebraico hanno dilagato nel mondo occidentale: nelle manifestazioni, nei talk show, sulla stampa, nelle università. La messa in discussione dell'esistenza dello Stato d'Israele, del suo diritto a esistere (che nello statuto di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche viene negato), è diventata un'opinione normale e, nella manifestazioni, si auspica la sua cancellazione "dal fiume (Giordano) al mare". L'identificazione di israeliani ed ebrei è un fatto scontato e a questi ultimi si chiede conto delle azioni di Tsachal. Come avvenne in diversi paesi d'Europa nella seconda metà degli anni Trenta o, ad esempio in Polonia ancora nel 1968, si discriminano gli studenti ebrei e li si ritengono responsabili delle scelte politiche e militari di Netanyahu.

L'antisemitismo, mai del tutto sopito, riemerge ora in modo preoccupante, facendo molti proseliti tra i giovani. L'uso improprio del termine "genocidio" per definire quello che sta accadendo a Gaza, serve a equiparare gli eredi delle vittime della Shoah a coloro che compiono crimini di guerra. Gli ebrei, da vittime che erano, vengono considerati ora carnefici al pari di coloro che ottant'anni fa li sterminarono. L'odio antiebraico, un maleodorante e limaccioso fiume carsico che zampilla fuori ad ogni occasione, ha la possibilità di esprimersi come odio per l'Occidente e i suoi valori (inquietante è il manifesto comparso a Firenze, con la parola "Geno-Cide scritta con lo stesso lettering della Coca.Cola; cfr. "il Venerdì", 15/03/2024, p. 89).

Il 7 ottobre i terroristi ci hanno tutti intrappolati in una dimensione di dolore, rabbia, odio, incomprensione e confusione che lascia pochi spazi a soluzioni pacifiche (anche quella, assai auspicabile, dei "due popoli due stati" sembra ormai irrealizzabile). Si rischia, più che in altre crisi, presenti o recenti, di oltrepasassare la linea d'ombra oltre la quale la trappola scatta irreparabilmente.

Francesco M. Cataluccio

Analisi di Francesco M. Cataluccio, Responsabile editoriale della Fondazione Gariwo

21 marzo 2024

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