Gariwo
QR-code
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/la-violenza-delle-guerre-inquina-la-democrazia-ritroviamo-il-gusto-della-pluralita-27292.html
Gariwo Magazine

La violenza delle guerre inquina la democrazia, ritroviamo il gusto della pluralità

di Gabriele Nissim

Alla vigilia delle elezioni europee Gariwo vuole lanciare un allarme. Il valore della democrazia politica e la modalità di un confronto democratico sono in pericolo e ci sono molti segnali di contrapposizioni violente nel linguaggio che possono minare la società.

Molto spesso riteniamo che le guerre che sono in corso dal Medio Oriente all’invasione dell’Ucraina non abbiano effetto su di noi, come se vivessimo in un’isola felice. E invece queste guerre ci condizionano pesantemente. E lo stesso vale per le dinamiche delle autocrazie in Russia e in Cina, e le degenerazioni populiste che attraversano gli Stati Uniti con la campagna elettorale di Trump. Ma anche in altri paesi, dalla Francia, all’Argentina, all’Ungheria, dove ci sono leader di governo e di opposizione che si muovono con una logica di resa dei conti finale.

Anche se non ce ne rendiamo conto, abbiamo introdotto nel dibattito pubblico posizioni estreme contrapposte che se ci trovassimo in un campo di battaglia ci porterebbero a prendere le armi gli uni contro gli altri.

Prendiamo per esempio il conflitto tra israeliani e palestinesi. Ci sono siti pro-israeliani che plaudono alla distruzione di Gaza, come soluzione finale al potere di Hamas, e creano tribù di sostenitori che sui social inneggiano alle operazioni militari e chiamano arrendevoli (persino il Presidente della Repubblica) coloro che si interrogano sul sacrificio di vite umane e sul possibile cessate il fuoco. E ieri alcuni imam sono entrati nell’università occupata di Torino e hanno organizzato una funzione religiosa dove il loro capo Brahim Baya ha dichiarato, senza suscitare scandalo tra gli studenti, che il sionismo è “il colonialismo più becero e criminale sulla faccia della terra”. Ovvero il più grande male dell’umanità perpetuato dagli ebrei.

Se questi gruppi si trovassero assieme si picchierebbero di santa ragione come avveniva dopo il ‘68 nelle piazze italiane quando si fronteggiavano gruppi estremisti. Ma dietro a questa contrapposizione ci sono due segnali molto inquietanti. Da un lato si accusano gli ebrei in quanto tali, per quello che accade a Gaza - e questo è un fenomeno di palese antisemitismo, come continua a denunciare Liliana Segre. Da un altro lato, non solo in Italia, vediamo crescere pericolosi antagonismi tra la minoranza ebraica e quella ben più consistente araba e musulmana.

Nelle piazze invece non vediamo nessun movimento della società civile che raggruppi ebrei, arabi, musulmani per chiedere la pace e il compromesso territoriale tra i due popoli. Così è la nostra stessa idea di democrazia e di uguaglianza che viene meno. Non siamo capaci di proporre ai due popoli la non violenza e il dialogo e noi stessi ne siamo contagiati e ascoltiamo senza reagire chi vuole la Palestina libera dal Giordano al mare o Israele occupante perenne della Cisgiordania.

D’altro canto il conflitto russo-ucraino è lacerante, tra pacifisti anti Nato che guardano a Putin a Mosca e i difensori della giusta e sacrosanta sovranità ucraina minacciata.

Per alcuni il sostegno all’Ucraina porta alla terza guerra mondiale e ad una possibile catastrofe atomica in Europa. Per altri, invece, la questione è considerata solo in funzione dell’aiuto militare all’Ucraina e c’è poca sensibilità verso il possibile lavoro della diplomazia.

Per ora si tratta solo delle scintille tra gli opinionisti dei due campi che discutono nei talk show e nei dibattiti pubblici, ma immagino che se nei prossimi mesi la Russia diventasse più aggressiva - non solo verso l’Ucraina - e ci fosse la malaugurata ipotesi dell’elezione di Trump, potremmo assistere nelle piazze d’Europa a contrapposizioni violente tra difensori dell’Ucraina e pacifisti arrendevoli.

Cosa potremo fare domani non siamo in grado dirlo, ma oggi possiamo vedere come in questa guerra (al di là di gruppi meritevoli come le iniziative della giornalista Anna Zafesova con la comunità ucraina) poco è stato fatto per creare un ponte tra la società civile russa anti putiniana e la resistenza ucraina. Non è forse vero che i più coraggiosi pacifisti sono i giornalisti e gli oppositori russi che si oppongono a Putin? E allora perché non creare un dialogo con loro? Aiutando l’opposizione russa e dandole valore si lavora per la pace.

Mi ricordo come negli anni Ottanta, quando c'era ancora il totalitarismo sovietico e in Europa un movimento pacifista protestava nelle piazze contro gli euromissili e non si rendeva conto dell’oppressione russa sui paesi cosiddetti satelliti, da parte degli esponenti del dissenso di Charta 77 a Praga ci fu un tentativo importante (soprattutto da parte di Vaclav Havel e di Jiri Pelikan, che come esule cecoslovacco in Italia teneva le fila dell’opposizione nella diaspora) di lavorare nella società per una ricomposizione tra le istanze pacifiste e quelle che invece giustamente si opponevano allo slogan “meglio russi che morti” e che rivendicavano la libertà e i diritti democratici in est Europa.

Lo stesso tentativo dovrebbe essere culturalmente anche fatto oggi per mettere assieme le istanze pacifiste e quelle della difesa della sovranità dell’Ucraina nei confronti dell’imperialismo russo.

Ho parlato degli effetti laceranti di queste guerre nel nostro dibattito pubblico, che potrebbero portarci alla violenza, per arrivare al punto di crisi della nostra democrazia.

Noi come europei possiamo diventare un esempio morale per le moltitudini che vivono nelle dittature e autocrazie se siamo capaci di vivere la democrazia, come un modo di vivere democratico, dove non si incita più all’odio verso l’avversario, dove non si demonizza più chi la pensa diversamente, dove si è pronti a cambiare opinione, come scrive ancora oggi il filosofo e sociologo centenario Edgar Morin.

Ritroviamo il gusto della conversazione e della non violenza nella vita della Polis e non viviamo le prossime elezioni come se si dovesse andare alla resa finale degli uni contro gli altri. Lenin, il fondatore del comunismo totalitario (ma Mussolini pensava allo stesso modo) sosteneva che il dibattito avesse come unico scopo la distruzione dell’altro in vista della vittoria, come succede negli spregevoli talk show televisivi e nelle gogne mediatiche create sui social. Invece la democrazia è tutta altra cosa. È il confronto permanente dove abbiamo bisogno del pensiero differente dell’altro per avvicinarci ogni volta al giusto e al vero, senza mai trovare una soluzione definita.

Per questo immagino che i Giardini dei Giusti di tutte le nostre città possano diventare un presidio permanente della bellezza della democrazia, intesa nel gusto della pluralità umana.

--------

Foto in copertina di Sebastian Sollfrank

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

24 maggio 2024

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti