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Le nuotatrici. La storia di Yusra Mardini e di sua sorella Sarah

di Oscar Buonamano

Più delle parole, o della lotta tra la vita e la morte, poté l’amore.

Proprio così, l’amore di Yusra Mardini per il nuoto è riuscito a battere anche la paura generata dalla guerra civile siriana iniziata nel 2011 e che secondo le stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) ha causato non meno di 430.000 morti.

Yusha e Sarah vivono a Damasco una vita tranquilla, piena di amici e di cose belle. Amano il nuoto, allenate entrambe dal padre e sognano, come ogni atleta, di rappresentare la Siria alle Olimpiadi.

La loro vita è felice. Damasco è una grande città, la più antica del mondo, i cui primi insediamenti risalgono al 9.000 a.C. Una città colta che ha saputo attraversare e accompagnare la presenza dell’uomo sulla Terra dalla notte dei tempi.

Mentre la loro vita scorre serena irrompe la guerra civile del 2011. Delle due è Sarah che percepisce per prima la gravità della situazione, mentre Yusra resta concentrata sugli allenamenti e vive con più tranquillità la sua adolescenza.

Per i primi anni del conflitto convivono, seppur sempre più preoccupate, con la guerra. Nel 2015 decidono di abbandonare la Siria per non spezzare i loro sogni.

Ed è da questo momento in poi che il film, The Swimmers (Le nuotatrici), di Sally El Hosaini presentato al Toronto International Film Festival l’8 settembre del 2022 e in novembre al Marrakesh International Film Festival (oggi è disponibile sulla piattaforma Netflix), spicca il volo.

Si vive l’odissea delle due ragazzine che per inseguire il proprio sogno rischiano di morire. Accompagnate da un loro cugino raggiungono in modo relativamente semplice la Turchia attraversando il Libano e cercano una strada per la Grecia per poter fare l’ultimo sforzo e approdare in Germania, meta prefissa.

In questa lunga traversata, fisica e metafisica, il regista riesce ad esprimere come meglio non si potrebbe lo smarrimento, la solitudine, la sofferenza di ogni migrante abbandonato a sé stesso.

Un gommone con un carico umano superiore a qualunque logica, l’acqua che poco a poco allaga ogni cosa, la paura sul volto delle donne, dei bambini e degli uomini a bordo che non sapevano nuotare. Il buio e il freddo della notte.

Yusra e Sara si gettano in acqua e aiutate da altri due compagni di viaggio portano in salvo l’intero gruppo. Sfinite e fradice giungono a Lesbo, in Grecia.

Ogni singolo frame di questa lunga sequenza ha una capacità evocativa unica. Le nuotatrici, questo meraviglioso film, andrebbe proiettato nelle scuole italiane e di tutto il mondo per far vedere al maggior numero di persone la disperazione umana che si può leggere negli occhi di chi sa che sta per morire senza aver fatto nulla di male, di chi scappa dalla guerra per salvare la propria vita, di chi scappa dalla miseria per provare a costruire una vita più dignitosa, di chi è innocente e paga per colpe non sue.

Nello stesso tempo andrebbe visto per toccare con mano quando grande sia la capacità umana di resistere, quando grande sia la capacità umana di aiutare gli altri, quando grade sia la capacità umana di sopportazione del dolore e delle umiliazioni, quando grande sia la capacità umana di amare.

Da questo momento in poi il film cambia registro e la drammaticità dei momenti legati alla guerra, la traversata in mare in condizioni disperate, lasciano il posto alla caparbietà di Yusra nel ricongiungersi al suo sogno, alla dimensione sportiva.

L’angoscia, la rabbia, il sommovimento interno che ti coglie nella prima parte del film si trasforma, adesso, in gioia e partecipazione emotiva agli allenamenti di Yusra, alla crescita umana e politica di Sarah che decide di occuparsi di diritti umani.

Seguiamo due percorsi diversi, storie che si giustappongono fino alla fine del film quando, di nuovo, si sovrappongono. Yusra partecipa ai Giochi Olimpici di Rio De Janeiro del 2016 come rappresentante della prima squadra olimpica di rifugiati politici e Sarah con Emergency Response Center International (Erci), un’organizzazione non profit greca, si occupa di emergenze umanitarie.

Yusra oggi vive in Germania con lo status ufficiale di rifugiata e dal 2017 è la più giovane Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Anche Sarah continua il suo impegno a favore dei rifugiati e come la maggior parte degli attivisti si trova a dover fare i conti con la giustizia. È infatti stata accusata di spionaggio, falso e uso illecito delle frequenze radio e rischia diversi anni di carcere. Vittima, come molti, della criminalizzazione dei soccorritori umanitari, in fondo Sarah offre quell’aiuto che le è stato negato quando con la sorella provava a lasciarsi alle spalle la guerra per iniziare una nuova vita altrove.

Le nuotatrici è un film potente che riesce a toccare le corde più profonde dei sentimenti umani, drammatico e pieno di poesia. Un film che riesce a spiegare in modo semplice l’assurdità della guerra e le conseguenze che arreca alle persone che la subiscono. Un film che riflette l’idiozia di noi tutti essere umani, incapaci di comprendere la bellezza e la sacralità della vita in tutte le sue forme.

Perché, come ci hanno insegnato Yusra e Sarah, più delle parole, o della lotta tra la vita e la morte, poté l’amore.

Oscar Buonamano

Analisi di Oscar Buonamano, direttore Pagina'21

19 dicembre 2022

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