Gariwo
QR-code
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/le-persone-buone-esistono-anche-se-spesso-non-capiamo-il-perche-27340.html
Gariwo Magazine

Le persone buone esistono, anche se spesso non capiamo il perché

di Gabriele Nissim

La riflessione che segue è la prima parte della relazione tenuta dal presidente della Fondazione Gariwo Gabriele Nissim nell'ambito del convegno "Giusti", che si è tenuto il 22 maggio 2024 a Milano per il ciclo di incontri "Le parole e le storie. Quattro idee terapeutiche per la crisi del mondo contemporaneo” promosso dalla Fondazione Gariwo e dalla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

La definizione di uomo giusto cambierà in ogni epoca e in ogni contesto. Non ci sarà mai una tipologia definitiva e sarà sempre un concetto in evoluzione. Mi sforzo comunque di individuare alcuni meccanismi interiori che spingono gli esseri umani in circostanze critiche a rischiare la loro vita, ad andare contro leggi ingiuste, a sfidare il senso comune.

Alcuni lo fanno per un senso estetico, indipendentemente da un giudizio valoriale o razionale, ma perché semplicemente non gradiscono di vivere in un mondo disumano che deturpa l’armonia della vita. Come ci stupiamo per la bellezza della natura o di una opera d’arte, così reagiamo di fronte alla disumanizzazione di una persona o al deterioramento dell’etica della vita pubblica.

Per questo motivo persone comuni e del tutto normali, senza un retroterra politico, filosofico, religioso hanno compiuto atti inaspettati con grande coraggio.

Lo scrittore russo Vassilji Grossman ha coniato il termine molto efficace di “bontà insensata” che definisce un campo che sembra sfuggire ad ogni razionalità. È il giudizio spontaneo sul bello o sul brutto che spinge a reagire.

Il volersi sentire in sintonia con la bellezza della natura per Armin Wegner spiega addirittura il meccanismo del coraggio insensato. Chi mette a rischio la propria vita non pensa affatto di rischiare, perché ingenuamente si sente sorretto dalla bellezza della natura che lo circonda e dalla solidarietà degli esseri umani. Wegner racconta che nel 1933 scrisse la sua famosa lettera di sfida ad Hitler, che gli costò la prigionia in un campo di concentramento, con la stessa ingenuità di quando ragazzino si tuffò in acque torpide per salvare un’amica, immaginando che la corrente del fiume lo avrebbe sorretto ed aiutato, perché faceva una cosa giusta.

Altri salvano vite e cercano di impedire genocidi per un senso di autostima perché, come sottolinea Hannah Arendt riprendendo Socrate, non vogliono convivere con un assassino dentro di sé. Non vogliono sentirsi né complici indiretti, né indifferenti davanti ad una persecuzione nei confronti del prossimo, perché avvertono la responsabilità, da cui può dipendere la vita dell’altro. Voltando la testa dall’altra parte si sentirebbero essi stessi colpevoli.

In questo senso per alcuni è in gioco la loro reputazione morale di fronte alla società e persino alla storia. L’esempio più significativo durante l’Olocausto fu quello del vicepresidente del parlamento bulgaro Dimitar Peshev, il quale convinse nel 1943 i deputati filonazisti a sottoscrivere una lettera di protesta contro la deportazione degli ebrei, con l’argomento che il male che stavano commettendo i dirigenti del suo paese si sarebbe ritorto contro la stessa nazione bulgara, che avrebbe perso la propria reputazione morale di fronte agli altri paesi.

"È meglio subire un torto, piuttosto che commetterlo", è l’insegnamento socratico che molti vivono intensamente nella loro coscienza, quando avvertono che il male compiuto verso altri è un male che fanno a sé stessi, perché deturpa la loro stessa dignità interiore.

Così, pur sapendo che andando in soccorso delle vittime saranno perseguitati rischiando persino la propria vita, preferiscono “soffrire” per colpa dei persecutori piuttosto che diventare loro stessi protagonisti di una malvagità. In questo modo, sul piatto della bilancia morale diventa più grave subire ingiustizia piuttosto che praticare ingiustizia.

Altri salvano, come è accaduto nel racconto del Buon Samaritano, perché sono in grado di andare oltre all’appartenenza del proprio gruppo e sono capaci di avvertire il richiamo della sofferenza e della chiamata dell’altro (direbbe Emmanuel Levinas). In questo caso funziona un meccanismo di empatia che può nascere dalla sensibilità spontanea così come da un percorso educativo.

Chi è stato abituato a guardare il mondo dall’alto, mettendosi sempre nei panni degli altri, anche con degli esercizi spirituali di cui parla Pierre Hadot, è più capace di diventare solidale per le sofferenze che colpiscono un altro gruppo e persino percepito come il proprio nemico. Nel dramma odierno della guerra tra israeliani e palestinesi, abbiamo assistito a salvataggi di ebrei da parte di arabi e beduini durante il pogrom del 7 ottobre, come atti di denuncia e di grande umanità da parte di cittadini israeliani inorriditi per i massacri a Gaza.

Come ricordava Albert Einstein con una frase ad effetto, “il vero valore di un uomo si determina soprattutto dal modo in cui è giunto a liberarsi dall’io.”

Chi esce dal proprio ego e ha una propensione a sentirsi parte del tutto è più capace di avvertire il destino comune degli esseri umani e dunque di agire di conseguenza.

Naturalmente il viaggio dal proprio ego alla comunione con gli altri è un fine a cui gli uomini possono soltanto aspirare, senza mai realizzarsi compiutamente, perché nessun uomo potrà mai essere un Dio e anche se lo desiderasse non sarebbe mai in grado di occuparsi di tutti.

Così per ogni persona giusta c’è un limite. Possiamo diventare responsabili concretamente verso il prossimo vicino, con le persone con cui intessiamo rapporti di vicinanza, “per quanto riguarda tutti gli altri con cui dividiamo questa terra, come osserva Agnes Heller, possiamo fare tanto per loro, stringerli nell’abbraccio della carità e della solidarietà, ma non necessariamente ci prendiamo la responsabilità verso di loro”. Per esempio verso gli ucraini o le vittime del conflitto israeliano-palestinese esprimiamo la nostra solidarietà morale, siamo chiamati ad un giudizio politico, ma noi non siamo direttamente sul campo. Altri lo sono. Non esiste la responsabilità virtuale, ma solo di coloro che agiscono e riparano concretamente.

Chi poi salva una vita e difende la dignità di un uomo, inconsciamente o consapevolmente, preserva l’idea di cooperazione e il legame che ci lega agli altri come fondamento della condizione umana.

Sappiamo che l’Homo sapiens si è affermato sulla terra con il genocidio dell’uomo di Neanderthal, ma la sua forza è nata dalla cooperazione e dall’immaginazione. Era un animale debole rispetto ai grandi predatori, ma ha capito che il suo conatus, come ha compreso Baruch Spinoza, si basava sulla cooperazione. Così ha costruito la Polis per superare la fragilità del singolo.

Così chi aiuta e va in soccorso di chi viene minacciato afferma il principio della collaborazione dell’umanità per la propria sopravvivenza, contro la tentazione della lotta di tutti contro tutti.

Il giusto salva perché ognuno ha bisogno degli altri e non vuole rinunciare a nessuno, perché ogni privazione di una singola vita, per non parlare di un popolo intero ci renderebbe tutti più deboli.

Lo ha detto molto bene Raphael Lemkin, l’inventore della parola “genocidio,” quando ha sottolineato che ogni sterminio ci ricorda l’eliminazione di un musicista di una orchestra assieme al suo strumento. Ogni violinista che viene forzatamente rimosso impoverisce il suono della sinfonia. Così accade per l’umanità quando per colpa degli uomini perde un pezzo della sua storia.

Ma c’è un altro punto su cui riflettere. Chi salva e si si preoccupa che ogni vita sia protetta ha la consapevolezza istintiva della brevità della vita e che non ne esiste un’altra al di fuori di quella terrena.

La vita è sacra perché ce ne è una sola. Per lo stesso istinto di sopravvivenza che lo sorregge (e ciò vale anche per chi è credente) diventa così custode della vita altrui.

Già questo tema era presente nel più antico poema dell’umanità “l’epopea di Gilgamesh”, dove la locandiera rivolgendosi al re di Uruk lo invitava a non ricercare l’immortalità, ma a godere in tutto e per tutto della sua vita breve.

"Gilgamesh, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgamesh, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua làvati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo".

Avere coscienza della morte significa avere coscienza della propria finitezza e per questo, come poi successivamente sottolinearono i filosofi epicurei, essere capaci di godere la vita nella sua pienezza, senza mai sprecarla.

A maggiore ragione ne discende la responsabilità verso la vita altrui.

Per questo motivo un uomo giusto è un paladino della non violenza e per quanto gli è possibile si ribella alla distruzione di vite umane durante le guerre e le dittature.

Un esempio moderno di questa attitudine alla salvezza di tutte le vite, non importa di quale campo siano, è la storia di Gino Strada e della fondazione Emergency che ha costruito ospedali in ogni contesto di guerra, non facendo differenze sulla provenienza dei suoi malati. Ognuno doveva essere salvato per esempio in Afghanistan, fosse un americano o un talebano. Gino Strada non faceva distinzioni tra amici e nemici.

Ma ciò che spesso sfugge alla riflessione è che un uomo giusto non si preoccupa di salvare solo le vittime, ma anche chi sbaglia e ha preso una cattiva direzione. Si diventa argine del male, quando si è capaci di diventare il tramite di una purificazione dello stesso persecutore.

Era questa una delle caratteristiche di Socrate che risvegliava le coscienze dei cittadini ateniesi con l’arte della maieutica, un concetto ripreso dallo stesso Baruch Spinoza che sosteneva il valore costante dell’educazione.

“Il bene che l’uomo desidera per sé e ama, lo amerà con maggiore costanza se vede che altri lo amano, e perciò si sforzerà affinché altri lo amino.”

È questo lo sforzo più difficile, perché nelle situazioni estreme, raddrizzare il legno storto, in questo caso un uomo ingiusto, sembra una impresa impossibile.

Eppure, in tanti casi della storia dei totalitarismi e delle dittature il ravvedimento di un uomo di potere ha permesso il ribaltamento di una situazione.

Ma poca attenzione è stata data all’artefice di una mutazione. Chi ha persuaso per esempio Gorbaciov a consentire la fine della cortina di ferro, sebbene fosse un comunista convinto e il segretario di un partito che dominava un impero?

Sappiamo invece che in Bulgaria Dimitar Peshev divenne il protagonista del salvataggio degli ebrei dopo che un suo compagno di scuola Nir Baruch lo risvegliò dopo ore di colloqui dalla sua indifferenza , provocando la più incredibile crisi di coscienza.

Così Nir Baruch trasformò il politico che aveva presieduto la sessione del parlamento che aveva approvato le leggi razziali contro gli ebrei nell’artefice della loro salvezza, fermando all’ultimo minuto la macchina della deportazione bulgara.

Non sapremo mai con certezza perché una persona ha scelto di essere buona e ciò che lo ha spinto a compiere in situazioni difficili atti di bontà. Ci sarà sempre un elemento misterioso e inaccessibile, anche per il migliore investigatore. Probabilmente perché nella biografia delle persone ci sono episodi apparentemente insignificanti che solo l’interessato conosce o che fanno sentire i loro effetti dopo tanto tempo, anche perché mai elaborati del tutto e che rimangono nascosti nel proprio inconscio.

Nella maggior parte dei casi noi potremmo vedere solo la luce delle loro azioni senza mai comprendere del tutto il perché dei loro comportamenti

C’è però un dato di fatto: le persone buone esistono e noi abbiamo la fortuna di vederle.

Come ha scritto Kant, ricordato da Agnes Heller, non sapremmo mai se un una persona giusta ha obbedito ad un imperativo categorico, ma lo riconosceremo comunque dal carattere che lo ha portato ad agire. La sola prova di una scelta morale è un buon carattere.

Che sia forse il carattere che alla fine faccia la differenza, come sosteneva Eraclito, quando sosteneva che il carattere determina il destino di un uomo?

Credits foto in copertina: Flickr/Ninara

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti