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L’eroismo e il politicamente scorretto: storia di Maria Madi, la dottoressa ungherese che salvò gli ebrei

di Guido Ambroso

La famiglia di mia nonna materna viveva a Budapest e si chiamava originariamente Lemberger, tipico cognome ebraico, ma all’inizio degli anni Venti il bisnonno decise di “ungheresizzare” il cognome in Lakos, molto comune in Ungheria, per cercare di mantenere un basso profilo e nascondere la loro origine ebraica in un contesto di antisemitismo crescente. Pochi anni dopo, la nonna Elisabetta Lakos arrivò in Italia per sposare mio nonno Rodolfo Ruberl, ebreo della Moravia (odierna Repubblica Ceca, allora parte dell’impero austroungarico) che si era stabilito a Milano ai primi del Novecento dove avviò un’attività commerciale. Entrambi non erano molto praticanti e si consideravano dei borghesi illuminati mitteleuropei (in casa parlavano tedesco, solo con qualche espressione in yiddish), ma erano ben consci della loro identità ebraica ed erano iscritti alla comunità di Milano. Si salvarono dalla Shoah insieme alle due figlie (mia mamma Liana e mia zia Riccarda) grazie alla prontezza di mio nonno che organizzò senza esitazioni la fuga in Svizzera ai primi segni dell’occupazione nazista, ma questa è un’altra storia.

La nonna Elisabetta aveva due fratelli (Karl e Lazlo, detto “Latzi”) e una sorella, Irene, che rimasero a Budapest durante la guerra. Il fatto che l’Ungheria fosse alleata della Germania nazista le permise di restare almeno formalmente indipendente e di evitare la persecuzione degli ebrei fino al marzo del 1944, quando la Germania prese il controllo diretto e diede inizio ai massacri e alle deportazioni di una delle più grandi comunità ebraiche in Europa, che contava oltre 800.000 individui. La famiglia Lakos si divise e, secondo i racconti familiari, Karl e Laszlo sopravvissero grazie all’aiuto di Raoul Wallenberg, il diplomatico svedese che insieme all’italiano Giorgio Perlasca salvò migliaia di ebrei ungheresi durante la Seconda guerra mondiale, mentre la moglie di Laszlo, Rozsy Schonberg, morì ad Auschwitz. Invece Irene e il nipote Alfred, detto Fredi, figlio di Laszlo, vennero salvati da una sua amica, Maria Madi, una dottoressa ungherese non ebrea. Irene aveva circa quarantaquattro anni (presumibilmente un’età simile o di poco inferiore a quella della sua amica Maria Madi) mentre Fredi solo sette.

Nel 1956, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, Irene e suo nipote Fredi arrivarono a Milano e vennero ospitati da mio nonno Rodolfo e mia nonna Elisabetta (sorella di Irene). Dopo un anno Fredi partì per il Canada e poi divenne cittadino americano, mentre la prozia Irene rimase a Milano a casa dei nonni per il resto della sua vita (morì nel 1999). Da bambino, a pranzo dai nonni e zie, sentii molte volte la storia di come Irene e Fredi si dovevano nascondere dietro un grande specchio senza fiatare quando per un motivo o per l’altro la dottoressa Madi doveva ricevere qualcuno in casa. Anni dopo incontrai varie volte Fredi, che durante la guerra era solo un bambino ma si ricordava benissimo di quel difficilissimo periodo della sua infanzia. Sia Irene che Fredi hanno sempre espresso una profonda gratitudine per l’eroismo di Maria Madi. Nel 2014 Fredi (deceduto nel 2021) mi scrisse che avevano trovato i diari di Maria Madi e che sarebbero stati pubblicati dal United States Holocaust Memorial Museum, dove sono consultabili online. Articoli sulla pubblicazione dei diari e sul conferimento a Maria Madi del titolo di “Giusta fra le nazioni” il 4 giugno 2016 in una cerimonia al tempio Emanuel di Denver, una delle più gradi sinagoghe degli Stati Uniti, in collaborazione con lo Yad Vashem, sono apparsi fra l’altro sul Times of Israel e il Guardian.

Quello che colpì gli studiosi fu che Maria Madi, che aveva studiato medicina in Gran Bretagna e aveva una figlia emigrata negli USA che contava di raggiungere dopo la guerra, aveva scritto 16 volumi in buon inglese con un resoconto dettagliato degli eventi della Seconda guerra mondiale vissuti a Budapest fra il 1941 e il 1945. Una vera miniera di informazioni. La dottoressa Madi era chiaramente una persona illuminata e progressista, addolorata per le discriminazioni che i colleghi di origine ebraica avevano cominciato a subire dopo l’alleanza fra la Germania e l’Ungheria. E, rischiando la vita, dette rifugio alla sua cara amica Irene Lakos e al nipotino Fredi per circa quattro mesi alla fine del 1944, salvandoli dalla deportazione e dalla morte. Eppure, nei diari emergono alcuni atteggiamenti che la studiosa dell’Holocaust Memorial Museum che li ha esaminati definisce di “anti-semitismo culturale”, ma che potrebbero anche essere definiti “politicamente scorretti” o addirittura “razzisti”. Infatti, nei diari c’è una frase del 28 ottobre 1944 che dice che, “Più mi sento legata agli amici ebrei [e più mi rendo conto che, NDT] c’è un certo tipo di ebreo che odio, e il colmo è che questo bambino di sette anni [Fredi, NDT] che cerco di salvare con tutte le mie forze, è il tipo peggiore; non gli manca nessuna delle caratteristiche negative note come caratteristiche ebraiche”.

Non c’è dubbio che se oggigiorno una frase simile, estrapolata dal contesto, venisse pronunciata o scritta sui social media a riguardo di una qualsiasi minoranza etnica, sarebbe nella più rosea ipotesi considerata politicamente scorretta, se non razzista. E antisemita, razzista o fascista sarebbe considerato anche l’autore o autrice di questa frase, che potrebbe anche scatenare gli insulti e l’odio di molti “leoni da tastiera”. Come scrive il filosofo Maffettone riguardo al movimento Cancel Culture, vi è “il timore che se diciamo, magari per caso, qualcosa di sbagliato su temi come genere, ambiente, etnia etc., saremo condannati, senza processo, senza prove, senza possibilità di difesa, prima moralmente, poi socialmente e infine forse anche legalmente e professionalmente”.

Ma quando si è costretti a mettersi in gioco a costo della propria vita per salvare quella degli altri, l’eroismo o la sua mancanza non conosce ideologie o etichette politiche, come dimostrato da Giorgio Perlasca, fascista che aveva combattuto in Spagna dalla parte di Franco ma salvò migliaia di ebrei a Budapest fingendosi il console spagnolo. Al contrario, François Mitterand e Dario Fo, ammirati dalla sinistra liberal in Francia e in Italia, ebbero un oscuro passato collaborazionista durante la Seconda guerra mondiale. Irene e Fredi non avevano dubbi sull’eroismo di Maria Madi, e dopo il rinvenimento dei diari, Fredi affermò: “non usate quella frase contro di lei, fu una vera eroina, forse ero un ragazzino un po’ turbolento…diciamo che ero viziato” e firmò senza esitazioni la lettera di testimonianza per il conferimento del titolo “Giusta fra le nazioni”. Come dice il detto popolare, “l’abito non fa (sempre) il monaco”.

Maria Madi effettivamente emigrò negli USA dopo la Seconda guerra mondiale dove raggiunse sua figlia. Lazlo (padre di Fredi) e Karl Lakos invece rimasero a Budapest per il resto dei loro giorni.

Guido Ambroso

Analisi di Guido Ambroso, esperto di questioni internazionali e umanitarie

11 marzo 2024

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