Siamo di fronte ad una realtà mondiale in profondo mutamento. La questione più evidente negli ultimi tempi è la violazione, o comunque il mancato rispetto, del diritto internazionale e della legalità nei rapporti tra gli Stati. Parliamo, ovviamente, non genericamente del complesso di norme fissate nel secondo dopoguerra e che hanno dato origine al sistema delle Nazioni Unite, quanto alla continua violazione dei diritti umani, delle persone, oltre che delle relazioni tra gli Stati. In alcuni casi in modo evidente, in altri in forme più sottili, difficili da inquadrare sotto questa o quell’altra norma. Nei decenni precedenti, in un contesto che si proponeva progressivamente di assicurare il rispetto della dignità umana e la libertà di persone e popoli, non abbiamo assistito alle gravissime lacerazioni di oggi. Molti limiti venivano violati, ma forte giungeva la condanna della stragrande maggioranza dei popoli e degli Stati.
In questi giorni siamo stati sommersi dai commenti, dai giudizi, dalle amare reazioni ai fatti del Venezuela, del rapimento di Maduro e della moglie e del loro trasferimento in una prigione di New York dopo la “brillante” operazione decisa dal Presidente Usa Donald Trump. E assistiamo con tremore a quanto succede in Iran, dove le sacrosante proteste contro il regime degli ayatollah sono state macchiate di sangue, quello soprattutto dei giovani e delle donne. A Gaza si continua a morire, tenendo una popolazione ristretta come in una grande prigione. E in Ucraina continua la guerra. Nel frattempo è diventata d’attualità (!) la questione della Groenlandia. Per la quale, per fortuna, da parte di un ampio numero di Paesi europei giunge un deciso richiamo all’appartenenza di questa isola alla sovranità della Danimarca e alla NATO. Argomenti che dovrebbero indurre Trump ad una seria riflessione rispetto alle sue manifeste pretese neo-coloniali.
Di cosa si parla, dunque, quando si invoca il diritto internazionale? Non certo solo dei diritti umani in senso stretto, che rimangono prioritari e la cui protezione dovrebbe essere garantita in tutte le circostanze. Parliamo dell’insieme delle norme scritte in Carte e Dichiarazioni che hanno via via assunto carattere universale. L’origine di questo proficuo esercizio di convergenza tra soggetti diversi (gli Stati, ma anche le rappresentanze di altri organismi nazionali e internazionali e le persone in quanto tali), si può fare risalire ai principi fissati nella Carta delle Nazioni Unite. Da cui nacque l’organizzazione che, dopo la seconda guerra mondiale, sostituì la Società delle Nazioni di wilsoniana memoria (fine della prima guerra mondiale).
Il 24 ottobre 1945 a San Francisco nasceva appunto l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).
"Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole […], a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà…”
Con queste parole si sanciva un appello solenne che avrebbe portato gli iniziali 51 Stati membri agli oltre 190 attuali. Non nascevano soltanto l’Assembla generale e il Consiglio di Sicurezza (formato da Usa, URSS, Cina, Gran Bretagna e Francia, potenze vincitrici della seconda guerra mondiale), ma anche un “sistema” complesso di Agenzie e organi destinati ad occuparsi delle diverse realtà mondiali e dei loro problemi (soprattutto per contrastare le crisi regionali, affrontare il problema della fame nel mondo, la violazione dei diritti umani, le grandi questioni culturali, eccetera). Sono nate così l’UNRWA per i profughi palestinesi, l’UNCHR per i diritti umani, la FAO, l’UNESCO. E altri.
È importante ricordare quanto accadde nel periodo immediatamente precedente, dal 4 all’11 febbraio 1945. Parliamo della Conferenza di Yalta. Come è noto in quella sede si decisero le sorti dell’assetto internazionale che sarebbe seguito alla seconda guerra mondiale (la cui fine sarebbe giunta qualche mese dopo). A Yalta parteciparono, immortalati da foto diventate famose, Roosevelt, Stalin e Churchill. Si sono scritte intere biblioteche per ricordarne gli esiti. Non molti ricordano che in quella sede, oltre agli assetti geo-politici (diremmo oggi) del mondo, si decise l’istituzione delle Nazioni Unite cioè di una forma di organizzazione tra gli Stati che avrebbe dovuto regolarne i rapporti.
E veniamo all’oggi. A quanto è successo in Venezuela nelle settimane scorse quasi tutti hanno associato lo scorrere drammatico della guerra in Ucraina, provocata dall’aggressione della Russia, i timori per una possibile invasione di Taiwan da parte della Cina, e ancora la rivolta in Iran contro il regime. Un complesso sistema di azioni e reazioni, che rischiano di essere legittimate dalla scelta da parte degli Stati Uniti di “rapire” il Presidente del Venezuela e sua moglie. Con accuse pesanti, ricordiamolo, che dovrebbero essere sostenute da una qualche forma di giurisdizione internazionale, da una Corte che faccia riferimento e ne sia espressione proprio di quelle Nazioni Unite (è accaduto in passato).
Disancorato da questa realtà, di cui l’ONU dovrebbe essere la massima espressione, il mondo attuale non solo è “disordinato”, ma precipita sempre di più in una serie infinita di conflitti regionali che rischiano di diventare “mondiali” per il coinvolgimento di Stati, grandi e piccoli, che sfuggono ad ogni regola di compartecipazione e codecisione. Questo vale per le regioni e i Paesi di cui si parla più spesso, ma in realtà parliamo di interi continenti, dal Medio Oriente allargato, all’Africa, all’Asia. È “la terza guerra mondiale a pezzi” di cui parlò Papa Francesco. Si dice la fine del multilateralismo.
C’è una parte del mondo, la nostra Europa, che sinora sembrerebbe indenne da quanto succede (non sempre, si ricordi la guerra nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, e non tutta, considerando l’Ucraina e le crisi incombenti in Paesi limitrofi dell’Est). L’Europa unita, meglio l’Unione europea, è il soggetto apparentemente escluso (sino a quando?) da questa situazione di crisi. Cresciuta ed allargatasi sino a 27 Stati membri, l’Unione europea, può vantarsi di aver vissuto ottant’anni di pace. Tanti, mai nessuna generazione precedente nei secoli aveva conosciuto un così lungo periodo in assenza di conflitti. Eppure in questi giorni e mesi drammatici, tutti avvertiamo il silenzio, l’afasia, dei responsabili europei. Certo, dichiarano Antonio Costa, Ursula von der Leyen, Kaja Kallas, i Vertici dell’UE.
Ma da quelle dichiarazioni non emerge la ricerca di un vero protagonismo. Piuttosto, più o meno consapevolmente, sono evidenti il disagio e la difficoltà di non essere veramente parte del gioco rispetto agli attori delle guerre o delle crisi in corso. Si diceva, qualche anno fa, “l’Europa parli con una sola voce”. Oggi prevale il sordo silenzio di istituzioni che se solo lo volessero, con la loro forza economica e possibilità negoziali, potrebbero imporsi, rispetto alle crisi internazionali, non certo come risolutori ma come fattore attivo e propositivo.
Di fronte a tutto questo l’Occidente, area del mondo a cui tutti guardiamo (ne facciamo parte!), dimostra la sua stanchezza, una crisi crescente e la perdita di controllo rispetto ai molti cambiamenti (alcuni del tutto nuovi, riconosciamolo, come quelli prodotti dalla rivoluzione tecnologica, per esempio) che la provocano. Ebbene sì. Forse è tempo, non rassegnati si spera, di volgere lo sguardo all’Estremo Oriente. C’è una potenza che lì si afferma e si espande. È la Cina. Le sue millenarie tradizioni ne fanno un attore relativamente resiliente, solido e… molto paziente: già, loro sono abituati a pensare di secolo in secolo, altro che anni, mesi, settimane. Si racconta, forse una leggenda, che richiesto di un giudizio sulla Rivoluzione francese il compagno di Mao, Zhou Enlai, avrebbe risposto: “è ancora passato poco tempo…”
E allora si pensi ad una nuova Yalta 2.0. Da tenersi, che so, nelle Filippine o ad Hanoi, nel Pacifico. Chiedere che ne siamo protagonisti i BRICS (Brasile, Russia, Cina, India, Sud Africa), insieme, ovviamente, all’Alleanza Atlantica che lega USA ed Europa. Certo, anche in quel caso si vorrebbe che i partecipanti, grandi e piccoli, avessero gli stessi diritti, potessero esprimere le rispettive volontà in merito alle molteplici questioni (soprattutto quelle commerciali, ormai preminenti). E si cerchi, con la Cina e gli altri, il rilancio di un mondo multipolare, democratico, rispettoso delle basi essenziali di una forma civile della vita dei popoli e delle loro relazioni. Non con le guerre aggressive o con i rapimenti preventivi o la repressione di giuste rivolte, ma alla ricerca di una ragionevole “coesistenza pacifica”. Parola desueta, ma che ha regolato per decenni le relazioni tra gli Stati e i loro popoli.

