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Mai più è adesso

di Simone Zoppellaro

Da STOCCARDA – Che i confini si fanno sempre più spessi, è un’idea – quasi tangibile – che mi ossessiona negli ultimi anni. Non dico solo le frontiere tra paesi, sempre più impermeabili o militarizzate, ma anche una cosa più profonda: è come se avessimo interiorizzato una distanza fra noi. Ormai l’identità, nuova ossessione del millennio (non solo a destra, è bene ricordarlo), è un’arma che ci teniamo tutti di continuo puntata contro. Per chi, come me, cambia più spesso paesi che scarpe, non sono tempi piacevoli. Per le minoranze verso le quali l’odio è più inveterato e antico – ebrei, armeni e yazidi – sono, spesso nell’indifferenza generale, tempi pericolosi e terribili.

L’antisemitismo: mai, nei miei primi vent’anni, che coincidono con gli anni Ottanta e Novanta, avrei pensato di veder riemergere la questione al centro del dibattito culturale e politico. Sembrava – e non lo era – una cosa del passato, che sopravviveva giusto in qualche cucina, sagrestia o ai margini di un’aula. “Avrei immaginato molte cose”, scrive il poeta tedesco Durs Grünbein sulla Süddeutsche Zeitung, “ma che l’odio nudo e crudo per gli ebrei, la smorfia dell’antisemitismo, si mostrasse ancora una volta in modo così palese, in Germania, nell’Europa occidentale, nelle università americane e altrove, questa è un’esperienza che rimette in discussione tutto ciò che pensavo fosse garantito e certo.” Da parte mia, mai avrei creduto di uscire di casa e vedere scritte di odio contro gli ebrei, monumenti che conosco vandalizzati – eppure, siamo a questo punto.

La situazione, per molti versi analoga, viene vissuta in modo assai diverso in Italia e in Germania. Non è una novità, certo – ma è indubbio che la frattura si va ampliando. Basta analizzare le posizioni di partiti e intellettuali di sinistra tedeschi e italiani per vedere quanto profonda sia la divaricazione. Scrive il socialdemocratico Michael Roth, presidente della Commissione Affari Esteri del Bundestag: “È pazzesco come sedicenti persone di sinistra legittimino il terrore e nascondano il loro antisemitismo e l’odio per Israele dietro goffe teorie post-colonialiste e razziste. Voi non celebrate la libertà e i diritti umani, ma la violenza, l’oppressione delle donne e delle minoranze sessuali. Questo non è affatto di sinistra.” Il comune di Stoccarda, come molti altri e lo stesso Bundestag, esibiscono la bandiera d’Israele – spesso accanto a quella ucraina – in seguito al pogrom del 7 ottobre. Poster in solidarietà a Israele si trovano alle fermate degli autobus e della metro. Ma è anche e soprattutto la gente comune a pensarla in modo più empatico, in ambienti sociali anche molto diversi. Una questione molto sentita da un punto di vista morale, che trova le sue radici nel pensiero di Karl Jaspers, di Hannah Arendt, nel gesto storico di Willy Brandt, il cancelliere che si inginocchiò al Memoriale della Shoah di Varsavia. In Italia tutto questo è mancato, e la favola cattocomunista di una nazione innocente, di un popolo di brava gente incapace del male, ha portato dritto al tracollo politico e morale in cui ci troviamo – e, cosa ancora più grave, in cui nessuno sembra neanche più accorgersi di vivere.

Il 7 ottobre per molti di noi è stato uno shock, come anche quanto avvenuto in seguito: il numero di attacchi anti-ebraici in Germania è triplicato dal 7 ottobre, come riporta la Jüdische Allgemeine. Dal pogrom di Hamas fino alla fine del mese, si sono verificati circa 1.800 reati di matrice antisemita. Sullo sfondo, in termini forse neanche tanto politici, quanto strutturali, la consapevolezza diffusa che non è solo la sicurezza dei nostri concittadini ebrei ad essere messa a rischio, ma anche, nel suo insieme, la società plurale e multiculturale in cui crediamo.

Tanti commentatori fanno finta di dimenticarlo, ma la crisi del migranti del 2015 ha visto la Germania protagonista di una politica dell’accoglienza straordinaria che ha cambiato in modo radicale la società in cui viviamo. Una sfida resa ancora più ardua dalla pandemia che è seguita pochi anni dopo, che ha svuotato le casse federali e di molti Länder, oltre a rendere più difficile il processo d’integrazione da tutti i punti di vista (scolastico, lavorativo, persino linguistico). Centinaia di migliaia di siriani, afghani, iracheni in fuga dalle guerre e da un genocidio (mi riferisco agli yazidi), che sono stati accolti e supportati mentre nessuno in Europa li voleva. Fra loro, come è inevitabile che sia, anche molte persone traumatizzate o radicalizzate, che si sono innestate a nuclei preesistenti di gruppi di estremisti islamici, per anni sottovalutati dalle autorità tedesche. Basti pensare alla cellula di Amburgo di Mohamed Atta, che si rese protagonista dell’undici settembre. 

Ora, forse è difficile comprenderlo per chi non vive qui, ma questo ha innescato una serie di crisi e conflitti che hanno segnato – con episodi anche eclatanti, come gli attentati terroristici – la società tedesca. E soprattutto: minacce e aggressioni continue a sfondo politico, verso le minoranze e la componente più emancipata delle diverse comunità. Non parlo solo di cose che si leggono sui giornali, ma di quanto ho visto più volte coi miei occhi – e come me, credo, ogni tedesco. A fomentare l’odio contro le minoranze e a cercare di sfruttarlo, sin dal 2015, una santa alleanza fra Mosca, l’estrema destra e i rossobruni tedeschi, che si stanno costituendo a partito – partendo da una costola della Linke. Questi seminatori d’odio, ormai da un decennio, stanno cercando di promuovere una teoria aberrante, ma che purtroppo trova inevitabile alimento nella situazione attuale: il solo problema della Germania di oggi è l’antisemitismo dovuto alla migrazione (migrantischer Antisemitismus), non quello di destra e autoctono che, predicano gli sciagurati, non esisterebbe.

Su questo si sta consumando una pagina di guerra ibrida (come altro definirla?) che investe i social media, la politica, e tante losche figure che stanno investendo tutto – purtroppo, raccogliendo al momento alcuni successi – sul fallimento del multiculturalismo tedesco. Il pogrom del 7 ottobre ha servito su un piatto d’argento a questi nemici della democrazia un’occasione che, lo sappiamo bene, rischia di avvantaggiarli in modo determinante. Se non capite questo, vi consiglio vivamente di evitare di discorrere a vuoto della questione, se non altro per risparmiarvi figure imbarazzanti. Perché la battaglia culturale e politica che stiamo combattendo in Germania per la sicurezza dei nostri concittadini ebrei è la stessa che si oppone all’islamofobia e al razzismo. È una grande sfida per il rispetto reciproco e la convivenza civile. Le stesse persone (me incluso) che per anni hanno invaso piazze frequentatissime contro il razzismo oggi lottano contro questa sua forma specifica, l’antisemitismo – la madre di ogni forma di odio in Europa.

Per questo, serve l’impegno di tutti. Per questo, quelle parole proiettate sulla Porta di Brandeburgo il 9 novembre – a ottantacinque anni dalla Notte dei Cristalli – altro non sono che la sottile linea che separa la democrazia tedesca dal suo fallimento: “Mai più è adesso” (Nie wieder ist jetzt). Ora, sta a voi scegliere da che parte stare.

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