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Parlare di Giusti significa insegnare a tutti la possibilità della scelta

di Gabriele Nissim

Riprendiamo di seguito l'orazione tenuta oggi a Firenze da Gabriele Nissim, Presidente della Fondazione Gariwo, in occasione della seduta solenne del Consiglio regionale della Toscana. La seduta consiliare - organizzata nell'ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria 2024 - si è svolta alle ore 10.00 presso la simbolica cornice del Memoriale italiano di Auschwitz di via Donato Giannotti 75/81, Firenze. 

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Vorrei dedicare la seduta solenne di oggi in occasione della Giornata della Memoria a quattro grandi ebrei che hanno dato un nome o una definizione a dei concetti nuovi. Sono Yehuda Bauer, Raphael Lemkin, Moshe Bejski, Hersch Lauterpacht. Sui concetti che questi giganti del pensiero hanno voluto trasmetterci si decide la memoria anche nel tempo difficile di oggi.

Cos'è la Shoah secondo la definizione di Yehuda Bauer? Un genocidio universale non precedente che si propone di eliminare gli ebrei in ogni parte della terra. Un genocidio non legato ad un territorio, ma di pura fantasia perché gli ebrei sono indicati come nemici dell’umanità. La Seconda guerra mondiale venne intrapresa con lo scopo di distruggere gli ebrei. Nel memorandum scritto da Hitler a Göring nell’agosto del 1936 si sosteneva che la Germania si dovesse preparare alla guerra contro il bolscevismo attraverso cui gli ebrei si volevano impadronire del mondo. Nel suo discorso al Reichstag del gennaio 1939, Hitler ripeté lo stesso concetto, dicendo che per distruggere la minaccia ebraica la Germania avrebbe dovuto compiere una guerra preventiva tesa ad eliminare gli ebrei: “Se l’internazionale dei finanzieri ebrei dentro e fuori l’Europa dovesse riuscire ancora una volta a far precipitare le nazioni in una nuova guerra mondiale, il risultato non sarebbe la bolscevizzazione della terra e quindi la vittoria degli ebrei, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa”.

Di conseguenza, l’antisemitismo di Hitler provocò la morte di 35 milioni di persone, 6 milioni di ebrei e 29 milioni di non ebrei. L’annientamento degli ebrei era più importante della stessa vittoria militare perché ad Hitler importava prima di tutto il ribaltamento etnico delle popolazioni e lo sterminio della popolazione ebraica. Nel ghetto di Lodz, adibito a fabbrica dai nazisti, Himmler nel 1944 ordinò ai generali di non usare gli ebrei come schiavi per la Wehrmacht, ma di annientarli anche se la Germania nazista stava perdendo la guerra. Era questo lo scopo principale del progetto genocidario dei nazisti. La Shoah è stata possibile per l’antisemitismo e la complicità dei paesi alleati, come l’Italia, l’Ungheria e la Bulgaria, oltreché per l’antisemitismo presente in alcune popolazioni, come avvenuto in Polonia e in Russia. Perché nessuno nella resistenza, ad esempio, compì delle azioni militari contro i treni che dall'Italia e da altri paesi portavano ad Auschwitz?

Oggi c’è una distorsione della memoria, come già aveva compreso Istvan Bibo nel 1950. Si danno le colpe ai tedeschi facendo tacere le responsabilità nazionali. Accade ad esempio in Polonia, dove per legge si proibisce di parlare di complicità polacche. Anche in Italia in molti omettono di dare un nome ai responsabili delle Fosse Ardeatine e delle famigerate leggi razziali del 1938 o di quelle del 30 novembre 1943, che ordinavano l’arresto degli ebrei in tutto il territorio nazionale. Si parla di crimini efferati, ma si vuole omettere che sono stati commessi dai fascisti. Gli ebrei danno un nome alle vittime, ma alcuni non vogliono dare un nome ai carnefici fascisti, come per esempio nel caso della vicenda dimenticata del ministro dell’interno Buffarini Guidi, che dettò il telegramma con cui si ordinò l’arresto degli ebrei.

Dalla Shoah sono nate nel mondo, come una vera e propria rivoluzione culturale, tre importanti parole. 

La parola genocidio, coniata per la prima volta nella storia dall’ebreo polacco Raphael Lemkin a partire dall’ibrido di una parola greca, genos (genere), e latina, cidio, che indica l’intenzionalità di eliminare un popolo parzialmente o totalmente. A Lemkin dobbiamo due grandi tentativi purtroppo abortiti. Prima della guerra, dopo avere letto il Mein Kampf, cercò di fare approvare nel 1933, nell’ambito della quinta conferenza internazionale in Spagna per l’’unificazione del diritto penale, una legge contro lo sterminio, che condannava il barbarismo e il vandalismo per inchiodare Hitler. Poi, fuggito dalla Polonia negli Stati Uniti, cercò invano nel 1942 di convincere Roosevelt a trasformare la Seconda guerra mondiale in una guerra per la prevenzione di un genocidio. La protezione delle minoranze doveva essere l’obbiettivo della guerra e tutti i parlamenti dovevano votare una legge in tal senso. Roosevelt lo sconcertò dicendo di avere pazienza. Dopo la guerra, invece, riuscì nel suo capolavoro. Nel 1948 fece approvare dalle Nazioni Unite la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Tutti gli stati dovevano unirsi attorno a questo impegno.

La seconda parola che nasce dalla Shoah è il concetto di Giusto, che si sviluppa a Yad Vashem per merito di due giudici, Moshe Landau e, soprattutto, Moshe Bejski. Giusto sta a significare chi si oppone ad un genocidio e salva vite umane. Moshe Bejski ha un percorso meraviglioso. Salvato nella lista Schindler, prima si prende cura del suo salvatore e lo fa incontrare con i suoi 1100 salvati; poi dirige la commissione dei Giusti di Yad Vashem per 25 anni, creando una vera e propria filosofia del bene. Vuole che tutti i salvati ricordino i loro salvatori e che i loro atti diventino un esempio morale per l’umanità. Bejski non vuole ricordare santi ed eroi, ma persone normali, che pure con tutte le loro contraddizioni hanno salvato gli ebrei, anche se erano fascisti, nazisti o malfattori.

La terza parola è quella di crimini contro l’umanità, che viene approvata al processo di Norimberga per merito del giurista Hersch Lauterpacht. Si approva il principio che esistono valori universali che vanno oltre la legge degli stati. Di fronte ad un crimine contro l’umanità non vale il principio dell’obbedienza agli ordini o alle leggi nazionali, ma un essere umano deve obbedire a valori superiori. Una persona deve diventare eversiva contro leggi ingiuste. Nella sentenza di Norimberga si può leggere questo estratto che ha fatto epoca: “Il fatto che una persona abbia obbedito ad un ordine del suo governo o di un suo superiore non esclude la responsabilità della persona secondo il diritto internazionale, purché la sua scelta morale fosse possibile”. Con questa accusa vennero condannati i gerarchi nazisti, ma questo principio – che è stato applicato nella condanna dei responsabili di genocidio in Ruanda, in Cambogia e nella pulizia etnica nell’ex Jugoslavia - potrebbe valere anche per i crimini commessi da un soldato russo a Bucha, o da un azero in Karabakh, per un palestinese che il 7 ottobre ha obbedito agli ordini barbari di Hamas, per chi a Gaza nello scontro militare compie atti contro l’umanità.

E che significato ha oggi la parola antisemitismo? Quali sono le nuove forme? Prima di tutto l’antisemitismo genocidario dell’Iran, di Hamas e degli Hezbollah, che teorizzano la distruzione dello stato d’Israele. Il pogrom del 7 ottobre è stato il prodotto di questa ideologia dichiarata. Non un incidente di percorso. Chi nelle piazze grida “Palestina libera dal fiume al mare” diventa megafono di questa impostazione. È un sostenitore della distruzione dello stato ebraico. Rari sono coloro i quali, anche in questi tempi bui, lavorano piuttosto per la riconciliazione e la pace tra palestinesi ed israeliani. Da questo punto di vista il tribunale dell’Aja ha perso un’occasione per affermare il diritto dei due popoli alla loro esistenza condannando i fanatismi all’interno delle due parti in guerra in modo esplicito ed equilibrato. Grave omissione è stata quella di dimenticare i femminicidi e i pogrom del 7 ottobre. Ricordarli e chiedere insieme la prevenzione di atrocità di massa a Gaza avrebbe avuto un altro effetto. In secondo luogo, come ha sottolineato Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, è antisemitismo colpevolizzare gli ebrei per quanto accade a Gaza. Si vogliono presentare gli ebrei in quanto tali come colpevoli per sostenere uno strano concetto. Se gli ebrei sono stati perseguitati e se oggi esiste un pregiudizio, ciò capita perché gli ebrei hanno le loro colpe. È un modo sottile per coprire le responsabilità del passato. E non dimentichiamoci chi presenta gli ebrei come i nemici delle nazioni perché portatori di identità cosmopolite, come è successo anche in Italia con la campagna contro il finanziere Soros, accusato di essere l’agente nascosto di una fantasiosa sostituzione etnica.

Quale dovrebbe essere allora una politica della memoria? Si dovrebbe introdurre un concetto nuovo. Quello della responsabilità dell’individuo, che dovrebbe venire educato a prevenire con le sue azioni quel processo che, come scriveva Agnes Heller, porta alle stazioni del male. Noi siamo abituati soltanto a ricordare il punto finale del male estremo, quello dei campi di sterminio e delle camere a gas. Invece dobbiamo diventare consapevoli che ad Auschwitz si arriva sempre con delle tappe preparatorie, che vanno dall’attacco alla democrazia alla colpevolizzazione del diverso, fino alla promulgazione di leggi ingiuste e alla discriminazione che conduce alla violenza estrema. È il messaggio etico della responsabilità che spesso manca nella nostra società.

Dobbiamo insegnare che ogni individuo in ogni circostanza può fare la differenza. Ogni persona ha sempre la possibilità di arrestare dal basso la marcia e il treno dell’odio: astenendosi dal cadere, ad esempio, nelle gogne mediatiche sui social, dove c’è il gusto di insultare chi nemmeno si conosce personalmente; prendendo le distanze da chi trasforma la politica in caccia permanente ai nemici, quando invece la Polis dovrebbe diventare un luogo di dialogo permanente tra diverse opinioni tutte alla ricerca di una politica migliore; diventando un guardiano attivo di fronte ai fenomeni di antisemitismo e non delegando il compito agli ebrei, lasciandoli così soli; diventando solidale verso chi lotta per i diritti e la libertà nelle nuove autocrazie e dittature, dalla Cina, alla Russia, all’Iran. 

Per questo credo che sia molto importante la valorizzazione del concetto di Giusto che il nostro paese ha fatto con l’approvazione da parte del parlamento italiano della Giornata dei Giusti dell’Umanità e la creazione di centinaia di Giardini in Italia e nel mondo. È un’idea importante per educare la società alla prevenzione e alla responsabilità attraverso i migliori esempi di donne e uomini che, come sottolineava Moshe Bejski in Israele, rappresentano l’élite dell’umanità. Parlare dei Giusti ha un grande valore pedagogico perché significa insegnare a tutti la possibilità della scelta. Il bene ha questa particolarità. Può creare emulazione e contaminare positivamente le persone. Sempre nella storia c’è chi accende la scintilla del bene e rompe così il muro dell’indifferenza. Senza i Giusti non si abbatte il muro della menzogna e dell'omissione, che denuncia in modo instancabile Liliana Segre. La proposta dei Giardini dei Giusti è una grande idea italiana ed ebraica che può girare per il mondo in questi tempi difficili. Mi auguro che presto a Firenze il Giardino dei Giusti possa ritornare a crescere e uscire dall’anonimato per diventare finalmente anche una grande meta ideale e turistica.

Foto in copertina dal sito web del Consiglio regionale della Toscana. 

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