Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/per-un-buon-uso-della-storia-intorno-al-giorno-della-memoria-26808.html
Gariwo Magazine

Per un buon uso della storia. Intorno al Giorno della Memoria

di Carlo Greppi

Il passato può essere un luogo in cui rifugiarsi. È il controcanto, questo, della prima “lezione” che ci può insegnare la storia, che personalmente ho ripetuto all’inverosimile con radicale convinzione e forse anche per assolvermi da una cronica incapacità di “stare” lucidamente sul tempo presente. Attraverso lo studio del passato possiamo cercare di comprendere l’essere umano, cioè noi stesse e noi stessi, con una giusta distanza, con una prospettiva che ci permette di vedere, più che le cause, anche gli effetti dei nostri comportamenti. È, in un certo senso, un antidoto alla piattezza, alla superficialità e alle molte cantonate che si possono prendere, fisiologicamente, cercando di studiare e di narrare qualcosa che è a noi contemporaneo in senso stretto, che scorre intorno a noi senza darci il tempo di comprenderlo a fondo. Ma può rivelarsi anche uno scantinato stantio e cupo che mette in crisi l’utilità stessa dello studio della storia e di un suo “uso” onesto e trasparente.

Nelle ultime settimane in molti, a partire da una voce autorevole come quella di Enzo Traverso in un articolo uscito a novembre sulla rivista «Jacobin Italia», hanno manifestato timori sulla “tenuta” del Giorno della Memoria, e in generale della memoria della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, a fronte di quanto sta accadendo a Gaza. Nelle ultime settimane, con colleghi e colleghe impegnati nella conoscenza storica e nella difesa dei diritti umani, nel rifiuto dei razzismi e nel contrasto delle derive identitarie e autoritarie nelle società democratiche, ci si è confrontati costantemente, innanzitutto cercando le parole: non è facile districarsi nel groviglio di contraddizioni implicite nel cortocircuito tra passato e presente, generato – come mi scrive Enrico Manera, studioso e docente – dalle “sconcertanti scelte sociali e militari della politica israeliana, in particolare dopo le terrificanti violenze terroriste di Hamas del 7 ottobre 2023; azioni di portata geopolitica internazionale che rischiano di minare il discorso pubblico sulla Shoah nella misura in cui nelle opinioni pubbliche internazionali si incrociano e sovrappongono il discorso sulla memoria delle vittime ebree del genocidio operato dai nazisti nella Seconda guerra mondiale e la critica delle pratiche disumane di uno stato democratico governato da una destra radicale, responsabile del massacro di migliaia di civili palestinesi e di una costante violazione dei diritti umani”.

Provo a mettere in fila l’enormità delle questioni sollevate da queste preoccupazioni, dopo una dolorosissima premessa personale: nei mesi scorsi ho osservato con sgomento l’incursione terroristica di Hamas, l'incrudelirsi dell’offensiva militare israeliana su Gaza in spregio al diritto internazionale, e con una sensazione di paralisi dovuta al prisma di sensibilità coinvolte per cui, nel dubbio e per rispetto, paradossalmente si finisce per tacere. A partire dal fatto che non conosco infatti, se non di sfuggita, palestinesi, la cui vicenda tragica assume per molti in occidente lo statuto spersonalizzante e simbolico di “vittime” assolute dell'oggi; viceversa, il mio percorso si è costantemente incrociato con quello di persone appartenenti a comunità ebraiche di ogni angolo del pianeta, che oggi in alcune società europee si sentono minacciate nelle loro strade, come nei secoli e nei decenni passati, e per le quali i fatti di ottobre e quelli successivi hanno coinvolto reti affettive e familiari con inedita intensità, almeno in tempi recenti, andando ad aggravare una sensazione di accerchiamento. Allora provo, per il poco che vale, a rompere questo muro di silenzio.

Primo punto. Se un altro paese invasore con il potenziale distruttivo e con il pedigree di potenza coloniale/occupante di Israele stesse facendo lo stesso, non si sentirebbero stridere altrettanto stomachevolmente storia e presente. D’altra parte è uno dei rari casi in cui, in sostanza, abbiamo “le prove”: questa sovrapposizione – largamente indebita – non è avvenuta nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina; una guerra altrettanto “vicina”, seppure non con la medesima sproporzione di forze, né con questo tasso di violenza assolutamente fuori scala. Perché? Sono “le vittime che diventano carnefici”, secondo un’espressione assai diffusa nel senso comune, e questa è un’espressione da respingere integralmente al mittente: la Shoah termina nel 1945 – non i pogrom, che proseguono negli anni successivi – e siamo ora tra le due e le tre generazioni successive agli eventi. L’ho scritto in un libro tre anni fa (Si stava meglio quando si stava peggio. 20 luoghi comuni da sfatare, Chiarelettere), dunque in tempi “non sospetti”, come si dice (e mi si perdoni l’autocitazione): “Un numero probabilmente non indifferente di israeliani oggi vorrebbe eliminare tutti i palestinesi o quasi, o se non altro scacciarli definitivamente da quelle terre – e viceversa, d’altronde –, ma anche per queste persone non si può mai dire che ‘le vittime diventano carnefici’. Perché? Il motivo è semplice: la stragrande maggioranza di loro ai tempi della Shoah non era ancora nata. In altre parole: al di là di quello che fa o che vorrebbe fare, la stragrande maggioranza di loro non può essere definita ‘vittima’ nel senso comunemente inteso”. E poi: la responsabilità di omicidi, atrocità, stermini – e la responsabilità in generale – è individuale, non ereditaria. Qualunque tentativo di attribuire una colpa collettiva a un gruppo umano as such puzza lontano chilometri di identitarismo, nazionalismo, antisemitismo, islamofobia, razzismo. E questo vale anche per le “ragioni” che muovono la pioggia di bombe sulla Striscia di Gaza – la punizione collettiva dei fatti del 7 ottobre –, ed è il secondo punto.

Mai nella mia vita adulta – sono nato nel 1982 – ho sentito riaffacciarsi con tanta insistenza il termine “genocidio”, ora davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nel caso che sicuramente “farà la storia” (e che speriamo favorisca per lo meno un avvicinamento al cessate il fuoco) Sud Africa c. Israele. Difficile “non pensare all’elefante” a fronte delle recenti dichiarazioni di Netanyahu, palesemente sulla difensiva per via delle crescente delegittimazione interna prima del conflitto, seguita alla mancata previsione dei fatti di ottobre e della gestione della questione degli ostaggi, dalle “regole di ingaggio” militari sempre più sregolate in relazione alle vittime civili e delle crescenti pressioni internazionali: “Israele sta combattendo i terroristi di Hamas, non la popolazione palestinese”. Al contrario, dal momento che sono difficili da negare le intenzioni genocidarie di alcuni esponenti della società, del governo e delle istituzioni israeliane, e in generale dell’ultradestra nazionalista (difficile stupirsene: l’estrema destra nazionalista fa l’estrema destra nazionalista in ogni luogo e in ogni tempo), a fronte di oltre 20.000 persone assassinate deliberatamente e/o “collateralmente” in una delle più spietate rappresaglie collettive che la storia recente ricordi, dovremmo saper interrogare con onestà intellettuale la nostra sensibilità e le nostre immobilità. Perché quelle pulsioni genocidarie certamente esistenti – ovviamente favorite de facto dalla pioggia di bombe su un lembo di terra ad altissima densità di presenza umana, palestinese – vanno a incrociare il cortocircuito sottolineato opportunamente da Bruno Montesano, quello tra due “identità” che in Israele coesistono: quella dello stato che opprime e quella degli ebrei storicamente oppressi; colpendo in territorio israeliano si colpiscono quasi esclusivamente ebrei – e non è che le motivazioni antisemite manchino, sul versante palestinese.

Due intenti genocidari più o meno a macchia di leopardo non si giustificano l’un l’altro; semplicemente, nella loro coimplicazione reciproca ci fanno sprofondare nell’orrore (lo ha scritto recentemente Slavoj Žižek). Nell'orrore e nelle contraddizioni. Riconoscerlo non ci rende antisemiti, né islamofobi; non mette in discussione la legittimità dell’esistenza di Israele, né il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi oppressi da tre quarti di secolo – due istanze che appaiono sempre più inconciliabili, e in questo sì, i due “opposti estremismi” sono indubitabilmente alleati, con il loro viscerale identitarismo più o meno teocratico.

È stato opportunamente sottolineato dallo storico Benoît Bréville (Si les vies se valaient, “Le Monde Diplomatique n. 838, janvier 2024) “l’inventario di asimmetrie” che inchioda Unione europea e Stati Uniti a un atteggiamento a dir poco contraddittorio rispetto all’occupazione illegale dell’Ucraina da parte della Russia e – da molto più tempo – all’occupazione illegale di Israele in Palestina, e ai due rispettivi conflitti in corso: i due pesi e le due misure utilizzati dalla diplomazia e da gran parte della stampa “occidentale” (qualunque cosa voglia dire) nascondono piuttosto maldestramente uno schieramento con una delle due parti, lo stato di Israele appunto, anche a fronte di atrocità – i giuristi ci diranno se possiamo definirle “genocidio”, “crimini contro l’umanità”, “crimini di guerra” – contro i civili che ricordano il conflitto Russia-Ucraina, Afghanistan e Iraq, la Siria, l’ex Jugoslavia, il Vietnam, la Seconda guerra mondiale, la guerra di Spagna, l’Etiopia (ma l'elenco potrebbe ovviamente essere molto più lungo soprattutto se si incrociano i silenzi e le memorie post-coloniali). Le “rime” della storia e delle sue ricorrenti empatie selettive si sentono, e sono assordanti. E noi, che osserviamo atterriti ogni atto di questa tragedia, siamo sicuri di essere coerenti?

Ed è questo, a mio avviso, il terzo punto. Credo che ciascuno/a di noi giudichi con metri diversi l’iprite di Mussolini e Graziani in Africa orientale, i raid aerei fascisti su Barcellona o quelli nazisti su Coventry e Londra, quelli alleati su Dresda e Amburgo, Hiroshima e Nagasaki, il napalm statunitense sui cieli dell’Indocina, i mortai serbi su Sarajevo e le bombe Nato su Belgrado, la “guerra al terrore” in Afghanistan e Iraq, la mattanza di Damasco, quella di Mariupol, quella in corso a Gaza. La storiografia ci ha insegnato che i bombardamenti alleati portarono, ad esempio, a una significativa erosione del “consenso” in Italia. Uccidevano forse diversamente rispetto a quelli fascisti su Barcellona? Erano forse gli italiani di allora responsabili del loro governo? Se sì, loro lo erano certo meno di noi, che viviamo in un regime democratico.

Centinaia di migliaia di persone hanno protestato e si sono dissociate, prima e durante questa tragedia, e parallelamente centinaia di migliaia di persone, in Medio Oriente ma non solo, invocano l’uso della violenza senza freni. D’altra parte il 10 gennaio, riferisce “Haaretz”, cinquanta studiosi della Shoah in Israele e all’estero hanno chiesto a Yad Vashem di condannare inequivocabilmente le pulsioni sterminazioniste della società civile; indice piuttosto evidente di una pervasiva ferocia nel discorso pubblico israeliano. Anche “vogliamo giustizia, non vendetta” è un’istanza morale soggetta a diversi pesi e misure?

Creiamo un caso studio, naturalmente in vitro, in scia a quanto osservato ancora da Montesano sul fatto che sia “ipocrita (e un po’ squallido) non vedere che chi stava in un rave al confine con Gaza vive contraddizioni simili alle nostre quando facciamo un aperitivo accanto a un Cpr o dopo una strage in mare”. Se oggi o un domani delle persone – sopravvissute al naufragio di un barcone o i loro discendenti – sfondassero le porte di casa nostra a colpi di kalashnikov o iniziassero a bombardarle, avendone i mezzi, per vendicare le migliaia di morti ignorate del Mediterraneo, avrebbero forse in qualche modo le loro ragioni? I nostri governi democraticamente eletti sono stati alternativamente criminali, complici, pavidi – se il “mare tra le terre” è uno sterminato cimitero, la colpa è anche “nostra”, si potrebbe sostenere. In quanto europei, italiani, cittadini che eleggono i loro rappresentanti. Eppure chiunque sa, in cuor suo, che non è così, non può essere così. Questo non significa sottrarsi alle proprie responsabilità morali – non abbiamo fatto abbastanza per fermarli –, in quanto europei in qualche misura complici della guerra ai migranti (e non solo), in quanto israeliani complici di una valanga di crimini di guerra (e non solo), in quanto palestinesi complici delle pratiche terroristiche di Hamas (e non solo). A prescindere dalle ragioni di ciascuno, così la vedo io, il sostegno esplicito o implicito alla violenza rivolta contro i civili mi fa orrore.

Dal momento che la reductio ad Hitlerum è sempre dietro l’angolo, difficile non citare l’immenso Burt Lancaster di Vincitori e vinti (Judgment at Nuremberg) di Stanley Kramer, un film del 1961 sui processi secondari di Norimberga. È un monologo struggente, il suo, quando di fatto rifiuta di essere difeso: “Dove eravamo quando Hitler incominciò a ululare il suo odio nel Reichstag?, quando i nostri vicini venivano trascinati nel cuore della notte a Dachau?, quando ogni paese della Germania aveva un binario morto dove i carri bestiame erano riempiti di bambini che venivano portati allo sterminio? Dove eravamo quando i bambini gridavano nella notte? Eravamo sordi? Ciechi? Muti??”.

Ecco: se la storia e la memoria pubblica sono un antidoto dovremmo chiedercelo sempre, dove eravamo e dove siamo. Per provare a non correre il rischio di finire in quel maledetto scantinato stantio, a rifugiarsi nello studio, mentre i bambini gridano nella notte. “La memoria della Shoah è di tutti”, ha sostenuto sul sito di “Gariwo” la storica Anna Foa, e ha ragione: è anche delle donne e dei bambini intrappolati a Gaza o nei campi profughi di tutto il Medio Oriente. Sempre che sopravvivano.

Forse, chissà, un giorno succederà quello che immagina Elie Duprey (“Contretemps”, 23 dicembre 2023):

"La situazione non lascia spazio all'ottimismo. In Palestina, innanzitutto e prima di tutto, dove il sostegno incondizionato dato a Israele dalle potenze occidentali rende difficile immaginare qualcosa di diverso dall'approfondimento delle dinamiche attuali: pulizia etnica, apartheid, fascistizzazione sempre più spinta della società israeliana, indignazione generale – da parte dell'Occidente – di fronte alle esplosioni di violenza più spettacolari, indifferenza generale – da parte dell'Occidente – di fronte alla violenza quotidiana della colonizzazione. La storia degli Stati Uniti dimostra che certi processi coloniali possono trionfare e certi popoli scomparire. Forse un giorno qualche turista entrando in un casinò di Gaza verserà una lacrima in memoria dei crimini passati, prima di tornare a godere dei benefici della civiltà. Forse no".

Forse sarà così, forse no – in ogni caso decine di migliaia di persone non ci sono più. Dipende anche da noi, dal poco – pochissimo – che contano le nostre voci. Se non le alzeremo abbastanza, e se non verremo ascoltati, chissà, può essere che un giorno qualcuno ci verrà a cercare, sempre che non sia già troppo tardi. Quando busserà alla nostra porta chiedendoci se davvero non sentivamo, non vedevamo, non parlavamo, noi, o almeno io, probabilmente non sapremo cosa dire.

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti