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Per una memoria non strumentale ma universale

di Carlo Greppi. Illustrazione in copertina di Jean Blanchaert

Nel pieno dell’“era del testimone” ci aveva visto lungo Giovanni De Luna quando, ne La repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa (2011), aveva denunciato i rischi insiti nell’arrembante uso politico-civile della storia dedicando il suo saggio, non a caso, a Nicola Gallerano. Da quell’inarrestabile proliferare dei primi anni Duemila di date memoriali di varia derivazione, al netto di alcune più istituzionali preesistenti – il 2 giugno, il 4 novembre – e di altre meno soggette a polemiche – l’8 marzo, il 1°maggio –, quelle ad alto tasso di conflittualità sono state, tradizionalmente e costantemente, il 10 febbraio e il 25 aprile; per non parlare della querelle sul 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana, cui è stato preferito il 9 maggio, in ricordo dell’assassinio Moro, sbilanciando la memoria pubblica di quel quindicennio sul terrorismo rosso. Il nodo cruciale, in tutta evidenza, è stato quello della violenza novecentesca.

Le vittime della Shoah, quelle delle foibe e quelle del terrorismo sono state spesso, anche esplicitamente, messe a confronto, generando mostruosi accostamenti e nutrendo per vent’anni un paradigma assai insidioso. Il “trionfo della ‘vittima’” – la figura “eroica” del nostro tempo – nella memoria collettiva, come sottolineato anche da Critica della vittima. Un esperimento con l’etica (2013) di Daniele Giglioli, ha goduto di un successo che verrebbe da definire ecumenico: “di fronte a una vittima reale, sappiamo subito cosa sentire e pensare”, scriveva Giglioli. A prescindere da quello che ha fatto in vita e da chi l’ha assassinata e perché. Se mai è stato davvero così, forse non lo è più, possiamo sostenere ora. Come avrebbe scritto Valentina Pisanty ne I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe (2020), “è triste a dirsi, ma l’efficacia della narrazione ‘olocaustica’ ne ha, sì, determinato l’egemonia culturale, ma anche la perversa mutazione in paradigma vittimario con cui chiunque può farsi scudo mentre avanza a spallate a spese delle vittime vere”. Ieri come oggi.

Arriviamo infatti esausti a quel territorio di confine che separa Giorno della Memoria (istituito nel 2000) e Giorno del Ricordo (istituito nel 2004) dalle polemiche sulla Festa della Liberazione. Condivido dunque qui alcune considerazioni personali.

Il Giorno del Ricordo a mio parere andrebbe abolito. Siamo aggrappati da vent’anni a un aggettivo per raccontare la “complessa” vicenda di quel confine mentre l’immonda narrazione di derivazione fascista dilaga. Le vicende umane delle vittime di quelle stagioni di violenza e le tragiche parabole dei civili travolti da conflitti di lunga durata di quel territorio liminare sono usate spudoratamente in senso unilaterale e ideologico, che non mostra peraltro alcun rispetto nei confronti del dolore privato, familiare, collettivo. È un nero martirologio che la complessità la usa come carta igienica: anche quest’anno abbiamo assistito alla solita sbronza di propaganda postfascista che le storiche e gli storici seri denunciano da decenni.

Il problema è che anche il 27 gennaio di quest’anno è stato all’insegna di doppie morali, empatie selettive, concetti usati come armi, identitarismi contrapposti, abusi sistematici del passato come non si erano mai visti. Non so se e come ci riprenderemo: la sua universalità è stata definitivamente tradita da chi non ha mostrato un grammo di empatia per l’incursione terroristica di Hamas del 7 ottobre e per la sorte degli ostaggi e da chi, specularmente, da tre mesi e mezzo, non mostra un grammo di empatia per uno dei più terrificanti massacri che la storia recente ricordi; in riferimento alla pioggia di bombe su Gaza sento dire e dico spesso, in queste settimane: “è la nostra Srebrenica”. Come nel luglio del 1995, la comunità internazionale è inerme – quando non complice – di una strage di civili, che prosegue ininterrotta da mesi e sembra destinata a non finire mai. Come allora, l’Europa postbellica perde pezzi della sua credibilità, ormai frantumata per la sua cronica incapacità di intervenire – questo stride ancora di più, in un paese che da due decenni vive immerso nelle date memoriali. E così, con la protezione dell’estrema destra occidentale – degli eredi di chi alle persecuzioni e allo sterminio degli ebrei d’Europa partecipò –, la memoria della Shoah è usata in chiave strumentale. Non contro chi la rese possibile, chiaro, ma contro chi denuncia crimini del tempo presente. 

“Il 27 gennaio 2024 è stata una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?”, ha scritto in un appello – Gaza: voci ebraiche contro la guerra, anche in Italia – un gruppo di componenti della comunità ebraica italiana; “abbiamo provato forte difficoltà di fronte all’appena trascorso Giorno della Memoria: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico”. E ancora: “Non siamo d’accordo con le indicazioni che l’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha diffuso per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale”.

Lo sapevamo, vent’anni fa, che questo modo di intendere la memoria pubblica sarebbe stata una battaglia. Ma abbiamo creduto a lungo, e a lungo a ragione, che i nemici fossero i [prefisso]fascisti, i suprematisti, i nazionalisti. È desolante e immensamente doloroso rilevare come i risvolti identitari – in senso lato e in senso stretto – ci abbiano portati, proseguendo con la consumata metafora bellica, ad assistere a quello che avremmo considerato “fuoco amico”. Abbiamo tutti visto giustificare questo massacro con riferimenti alla Shoah: “per una volta che ci difendiamo”, hanno detto in tanti/e; uno dei casi più eclatanti è quello di Lia Levi che, intervistata da Il Foglio, definisce la strage in corso con l’immagine dell’“ebreo-che-si-difende”. In questa immagine c’è il baratro: è lì che sprofonda l’umanità, in questo orwelliano ribaltamento semantico del concetto di “difendersi” ma anche nella logica identitaria sottesa. Se combattiamo l’immagine dell’“ebreo che” nella retorica sterminazionista antisemita lo dobbiamo fare anche quando viene usato con altri scopi.

“Non comprendo, non sopporto che si giudichi un uomo non per quello che è ma per il gruppo a cui gli accade di appartenere”, scriveva Primo Levi al suo traduttore tedesco, Heinz Riedt, ed è un messaggio che deve risuonare forte e chiaro in un’epoca in cui si sente spesso dire “Gli ebrei, i nuovi nazisti”; “I palestinesi, tutti terroristi”. Tollerare, accettare o rivendicare l’idea di colpe e di punizioni collettive è l’esatto opposto di quello che si era cercato di fare dall’istituzione del Giorno della Memoria a oggi. Antisemitismo e islamofobia sono le due facce della stessa medaglia che i veri nemici hanno sempre orgogliosamente appuntato al petto, e che girano in un verso o nell’altro a seconda delle occorrenze. 

Forse vale ancora la pena continuare. Almeno su due versanti, nello specifico. Da un lato sulla data della memoria mancante, Yekatit 12, quella che dovrebbe essere la giornata della memoria dei crimini del colonialismo italiano in ricordo del massacro di Addis Abeba cominciato il 19 febbraio 1937: in quell’occasione le vittime della caccia all’uomo di fascisti, militari e civili italiani furono il quadruplo dei “martiri” del 1943 e del 1945 che l’estrema destra ogni 10 febbraio celebra (anche se – forse soprattutto se – erano fascisti e/o criminali di guerra). 

Quella data è un’occasione per fare i conti con quel “noi” che nulla vuol dire, ma che è duro a morire. Credo ancora fermamente, come tantissime altre persone, che sia davvero giunta l’ora di istituirla, se vogliamo essere una comunità immaginata decente; perché assumersi una responsabilità istituzionale – non una colpa ereditaria: ovviamente – su un ventennio genocidario, dalla Libia all’Africa orientale, può aiutarci anche a vedere le ingiustizie di oggi, i dispositivi identitari di esclusione, le logiche e le pratiche eliminazioniste, le possibili strategie di Resistenza.

Dall’altro lato – a questo proposito – sul 6 marzo, la Giornata dei Giusti dell’umanità istituita in Italia nel 2017, recependo quanto si auspicava con la Giornata Europea dei Giusti, proclamata cinque anni prima dal Parlamento europeo. La proposta era stata di Gariwo, con un appello sottoscritto da 3600 cittadini, intellettuali, artisti e politici, e la Giornata è testualmente (come recita la legge istitutiva) “dedicata a mantenere viva e rinnovare la memoria di quanti, in ogni tempo e in ogni luogo, hanno fatto del bene salvando vite umane, si sono battuti in favore dei diritti umani durante i genocidi e hanno difeso la dignità della persona rifiutando di piegarsi ai totalitarismi e alle discriminazioni tra esseri umani”. Ed è dunque esplicitamente universale.

Detto questo, forse un certo modo di “fare memoria” sta arrivando al capolinea. Forse ci è arrivato già da tempo, e non ce ne siamo accorti/e. Facciamo tesoro di queste esperienze, e cerchiamo di ripartire: sarà difficile fidarci di nuovo gli uni degli altri, dopo quest’anno. Ma, voglio crederlo, può aver senso provare.

Carlo Greppi

Analisi di Carlo Greppi, storico e scrittore

28 febbraio 2024

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