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Quelle violenze di genere dimenticate da chi manifesta

di Anna Foa

25 novembre. Un mare di manifestanti nelle vie di Roma contro il femminicidio, dopo l’assassinio di Giulia, oltre 100 in questo 2023. L’associazione che aveva organizzato le manifestazioni, Non una di meno, movimento femminista e transfemminista attivo dal 2016 contro ogni forma di violenza di genere, tuttavia, in questo caso di violenze di genere ne aveva dimenticate alcune e non delle meno importanti. Accanto a un grande manifesto con la scritta “Palestina Libera”, allo sventolare di bandiere palestinesi e al richiamo esplicito alla questione palestinese nella piattaforma su cui la manifestazione era stata indetta - simboli che ci informano della volontà della manifestazione di estendere le sue parole d’ordine al campo internazionale - non troviamo, come invece ci saremmo aspettate, alcun riferimento ad alcuni casi recenti e assai scottanti di violenza di genere: l’Iran, ad esempio, dove dal settembre 2022 le donne sono in rivolta, dopo la morte di Mahsa Amini, giovane curda di 22 anni, deceduta in ospedale dopo essere stata arrestata e picchiata dalla polizia morale perché una ciocca di capelli sfuggiva al suo velo. Recentemente, un’altra morte terribile, quella della sedicenne Armita Geravand, picchiata dalla polizia di sorveglianza nella metropolitana, arrestata e deceduta dopo un mese di coma. Perché Non una di meno non fa riferimento alla repressione durissima contro le donne iraniane, denunciata nel dettaglio nel luglio di quest’anno in un rapporto di Amnesty International? Forse perché l’Iran è nemico di Israele e alleato di Hamas e della Russia di Putin?

Ma di opportunità di parlare di violenza di genere nella situazione internazionale ce n'erano altre. Se proprio si voleva considerare politicamente “imbarazzante” il caso iraniano, che dire ad esempio dell’Afghanistan, dove dopo la presa del potere da parte dei talebani nell’agosto 2021 le donne sono state escluse dalla scuola e dal lavoro, obbligate a portare il velo, ridotte in uno stato di servitù e dove tuttavia continuano a lottare per i loro diritti? Anche in questo caso bastava guardare ai rapporti di Amnesty International per documentarsi, ed anche in questo caso la manifestazione ha taciuto.

Conosco l’obiezione: quelli sono i loro costumi, non possiamo importare la nostra cultura, dobbiamo rispettarli. Obiezione infarcita di razzismo, anche se chi la esprime non lo capisce. Innanzitutto, perché sono i costumi di chi opprime una parte della propria popolazione, non di tutti. E finché esisterà anche solo un oppositore, come con Abramo nella sua contrattazione con Dio a proposito di Sodoma e dei Giusti, bisognerà rispettarlo. Anni fa, all’Università di Roma, durante un seminario, è nata un’interessante discussione fra gli studenti. Un ragazzo ha riproposto l’idea del rispetto di tutte le culture, anche di quella di chi opprime, per loro non è oppressione. L’idea dei diritti umani universali sembra davvero poco diffusa. Poi si è alzata una ragazza e nel silenzio ha detto: “Io sono iraniana. Le mie zie non portavano il velo. Ora lo portano”. Ha fatto una pausa e ha aggiunto: “Gli hanno tirato l’acido”. Il silenzio che ne è nato era assordante e non l’ho mai dimenticato.

Ma c’era un altro caso di cui una manifestazione contro la violenza di genere avrebbe dovuto parlare, tanto più se aveva inserito nella sua piattaforma il sostegno al popolo palestinese: quello degli stupri del 7 ottobre ad opera di Hamas. Qui, come nel caso della Bosnia e di tanti altri casi anche recenti, gli stupri, spesso seguiti dall’assassinio, sono un’arma di guerra, non una degenerazione della violenza. Il 7 ottobre, gli stupri e le mutilazioni delle donne, nella generale mattanza, sono stati organizzati, predeterminati e filmati dagli stessi miliziani di Hamas, che li hanno diffusi per aumentare la paura. È un fatto venuto fuori anche in Israele con ritardo e cautela, certo non usato dal governo Netanyahu a scopi propagandistici. In un articolo pubblicato su Repubblica il 23 novembre, la storica israeliana Tamar Herzig, docente all’Università di Tel Aviv, lo ha denunciato con forza e dovizia di particolari. Nello stesso momento, si stava preparando la piattaforma di Non una di meno per la manifestazione del 25. Non ve ne è alcun cenno, eppure non si può negare che di violenza di genere si tratti, e della peggior specie. C’è qualcuno che crede che fosse superfluo farne cenno in una piattaforma in cui, solo caso di politica estera, si esprimeva il sostegno al popolo palestinese? E c’è qualcuno che non ponga la domanda del perché?

Non sono solita usare l’accusa di antisemitismo a destra e a manca. Rispetto alla situazione italiana, ho finora pensato che i casi crescenti di antisemitismo verificatisi dopo il 7 ottobre non comportassero un eccessivo allarme. Ma la piattaforma della manifestazione del 25 novembre è effettivamente antisemita. Difficile dare un’altra spiegazione.

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