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Ripensare una nuova strategia per combattere l'antisemitismo

di Gabriele Nissim

Quando si compie un’analisi del fenomeno antisemita, per non cadere in una visione catastrofica, come accade in questi giorni, è necessario fare una distinzione netta e chiara tra le politiche antisemite di stato e i pregiudizi antisemiti che si presentano in vario modo nelle società. Oggi, con la memoria della Shoah e il percorso di purificazione morale che ha coinvolto i paesi occidentali dopo la Seconda guerra mondiale, non esiste più un antisemitismo di stato e sono le stesse istituzioni che, in vario modo, si assumono una responsabilità nei confronti del mondo ebraico. Mentre, in alcuni paesi musulmani (come l’Iran, il Libano, la Siria) il discorso pubblico presenta Israele come il male dell’umanità e la causa di tutte le loro frustrazioni.

Eppure, l'odierno conflitto con Hamas ha fatto emergere nuove forme di antisemitismo che hanno creato paura e sconcerto nelle comunità ebraiche in ogni parte del mondo. Si colpevolizzano gli ebrei della diaspora per quanto succede in Israele, come se gli ebrei che abitano in Europa, in America Latina o negli Stati Uniti, dovessero essere ritenuti responsabili per la mancata soluzione della questione palestinese. Come è già successo in differenti occasioni, dalla Guerra dei Sei giorni, alla guerra del Libano, fino ai nostri giorni, si crea un meccanismo perverso per cui un ebreo che non c’entra nulla con quegli avvenimenti dovrebbe essere chiamato a risponderne per le responsabilità del governo israeliano. Si crea un legame di pura fantasia tra la vita di une ebreo che vive come cittadino europeo e quella di un responsabile politico israeliano. Mi è capitato anche in questi giorni di essere sollecitato a difendere o a giustificare in luoghi pubblici le buone o cattive politiche israeliane. Chiedere ad un ebreo di prendere posizione è una sottile forma di colpevolizzazione. Non mi risulta che un americano, un tedesco, o un arabo che vive all’estero sia chiamato in causa per la politica del proprio paese.

Ancora più perverso è il meccanismo che presenta gli ebrei come carnefici e portatori di vendetta. È una modalità che cerca di dimostrare che la persecuzione durante la Shoah aveva delle motivazioni da ricercarsi nel comportamento deplorevole degli ebrei. Una professoressa di Treviso, riferendosi alla guerra a Gaza, ha pubblicato un post stringato, ma molto chiaro: “Andate all’inferno, Hitler aveva ragione su di voi ebrei”. Gli attacchi di vario tipo ai simboli ebraici, dalle pietre d’inciampo, alle lapidi dei cimiteri, alle scritte sulle sinagoghe, alle stelle di David disegnate sulle case e sui negozi degli ebrei, hanno questo significato. Creare dei dubbi sulla moralità degli ebrei e cercare di mostrare che la memoria tragica del passato nazista dovrebbe essere ripensata, perché gli ebrei qualche colpa devono averla. 

Non sono fortunatamente fenomeni di massa, ma sono tutti concepiti per creare un'immagine negativa degli ebrei e dare l’idea che la loro persecuzione era forse una forma di autodifesa della società. È un dubbio che viene istillato e che, anche se non può essere quantificato a livello generale, lascia tracce che ogni tanto si sentono nei discorsi della gente: “Guardate cosa fanno gli ebrei in Israele, una volta che sono lasciati liberi di agire!”. Il dubbio sulle possibili colpe degli ebrei lo sperimentai anni fa durante una visita ad Auschwitz. Una gentile suora, dopo avermi accompagnato in tutte le baracche e avermi espresso la sua grande compassione, mi chiese improvvisamente se non c’era forse una ragione di tutto questo orrore nel comportamento degli ebrei. È un sentimento nascosto, che sembra riaffiorare in questi giorni: ebrei vittime, ma per dei motivi che non dipendono solo dall’antisemitismo, bensì dalle loro stesse azioni.

Ciò che più sconcerta gli ebrei nelle manifestazioni di massa per la Palestina è la rimozione totale per le barbarie commesse da Hamas il 7 ottobre e gli slogan che inneggiano all'istituzione di una Palestina libera "dal Giordano al mare", che è come auspicare la cancellazione di Israele. È diventato persino popolare, con 12 milioni di visualizzazioni su TikTok, un testo di Bin Laden (poi fortunatamente rimosso) dove il carnefice terrorista delle Torri Gemelle afferma che i veri eredi dell’alleanza con Dio sono i musulmani e per questo motivo la Palestina è una terra promessa per gli arabi. Con un tono che ricorda i Protocolli dei savi di Sion, gli ebrei sono descritti come i dominatori dell’America, della politica e dell’economia mondiale e per questo vanno combattuti in ogni luogo per il bene dell’umanità e dei musulmani. In questi giorni, udire parole simili per gli ebrei è un trauma terribile: appare infatti che una parte della popolazione araba e musulmana immigrata in Europa non solo non abbia compreso nulla dell’Olocausto, ma consideri un valore l’idea della distruzione dello stato ebraico. 

Ciò che stupisce ancora di più è che ci sono istituzioni universitarie e importanti accademici che firmano petizioni che chiedono il boicottaggio dei loro colleghi e delle istituzioni scientifiche israeliane, non comprendendo nemmeno che fino al pogrom del 7 ottobre erano proprio gli intellettuali di queste università che in Israele manifestavano nelle piazze per chiedere le dimissioni di Netanyahu, il rispetto di tutte le minoranze nello stato ebraico e la fine della colonizzazione selvaggia. Dietro a questa presa di posizione c’è l’idea che ogni israeliano sia colpevole (non importa se pacifista, liberale, laico, di sinistra) perché il peccato originale è la stessa esistenza dello stato ebraico. Quindi, se abiti in Israele sei responsabile e magari quel pogrom te lo sei andato a cercare.

Come reagire a questa situazione? Esiste una strategia possibile nei confronti di queste forme di antisemitismo? La prima considerazione, anche se non è per nulla rassicurante, è che la battaglia contro l’antisemitismo, come del resto quella contro l’odio verso le donne, gli omosessuali, i migranti e i diversi, non avrà mai fine. Il “mai più” è una speranza, ma ancor più un’illusione spesso alimentata, inconsapevolmente, dall’idea della memoria della Shoah come male unico nella storia e dunque non ripetibile. Invece, bisogna comprendere che il “mai più” è solo un’aspirazione a cui tendere e che necessita di una continua opera di educazione e di prevenzione di fronte a un male che, sotto forme diverse, continuerà all’infinito a ripresentarsi sulla scena pubblica.

La novità su cui ragionare, non solo per quanto riguarda i paesi arabi e musulmani, ma nelle stesse democrazie che hanno accolto migliaia di migranti, è che le politiche della memoria della Shoah e la battaglia contro l’antisemitismo contemporaneo dovrebbero concentrarsi sulle minoranze che sono state indottrinate con gli stereotipi dell’antisionismo. In questo ambito dobbiamo registrare un grave ritardo culturale da parte di tutte le istituzioni preposte alla memoria. È necessario per questo individuare strumenti culturali nuovi. Bisogna, per esempio, ripensare nella scuola alle famiglie da cui provengono i migranti. Per un giovane europeo è più facile ragionare sull’antisemitismo perché i genitori hanno mantenuto delle memorie legate alla Seconda guerra mondiale e al fascismo, mentre chi proviene dall’Africa e dal Medio Oriente non ha questo background culturale, che nasce prima di tutto dall’esperienza vissuta in famiglia. Un tema da proporre, ad esempio, quando si parla della complessità di Israele, è ricordare l’espulsione forzata di 900 mila ebrei, perfettamente integrati, da Egitto, Libia, Siria, Iraq, negli anni cinquanta e sessanta, di cui esiste una rimozione totale a livello di opinione pubblica.

La seconda osservazione è che la lotta contro l’antisemitismo non deve mai cadere nella trappola di una battaglia identitaria, ma deve ricongiungersi sempre a quella più generale contro ogni forma di odio e di pregiudizio. Se gli ebrei si pongono pubblicamente in modo diverso dagli altri, ciò dà spazio agli antisemiti che li vorrebbero ghettizzare. Lo ha spiegato benissimo il 10 novembre scorso in un discorso pubblico l’ex presidente dell’università di Harvard Lawrence H. Summers che, come ebreo, è voluto intervenire sull’antisemitismo nelle università: “Non dobbiamo mai suggerire che il nostro sia l’unico gruppo che subisce ingiustizie o che si sente ingiustamente minacciato. Fare una qualsiasi di queste cose significherebbe in qualche modo abbassarsi al livello di coloro che ci feriscono di più. Questo è ciò che loro desiderano. Non dobbiamo e non vogliamo darglielo”.

L’apertura universale è la forma più alta di lotta all’antisemitismo perché fa comprendere che ogni odio verso qualsiasi uomo (dalle democrazie, alle dittature, ai totalitarismi) inquina la vita di tutti e spesso alimenta lo stesso pregiudizio antiebraico. Purtroppo, raramente qualcuno si muove in soccorso dell’altro se non comprende che il male che stanno facendo a questo lo tocca personalmente, perché anche se non è un ebreo gli potrebbe capitare la stessa cosa, qualora l’odio diventasse una modalità della politica, come avviene nei regimi fondamentalisti o nelle autocrazie. Per questo, è un grave errore immaginare una strategia contro l’antisemitismo basata esclusivamente sulla compassione e sulla difesa della propria alterità. Non dire mai “aiutateci e compatiteci”, ma invece spiegare che se vince l’antisemitismo tutti, prima o poi, ne pagano le conseguenze.

La terza osservazione è la più difficile. Ci vuole realismo nella stessa lotta all’antisemitismo e bisogna lavorare sui contesti che lo possono provocare. Non si tratta di diventare marrani e di accettare un’autocensura, ma di evitare tutti i pretesti che possono alimentare forme di odio contro gli ebrei. Mio padre, che viveva in Grecia, dove c’era sempre un pregiudizio sottile contro gli ebrei, mi ha insegnato che nelle situazioni di emergenza è meglio non cercare, come autodifesa, una visibilità troppo grande, ma attuare sempre una politica dei piccoli passi. È quanto hanno fatto per anni gli ebrei nel totalitarismo sovietico che, per non incorrere in una persecuzione politica, spesso si comportavano da invisibili.

Il tema più scottante è però quello che riguarda Israele e il Medio Oriente. Non ha nessuna giustificazione qualsiasi idea che chiede la fine dello stato ebraico e la rimozione del terribile pogrom subito dagli israeliani per mano di Hamas. Ma senza la soluzione della questione palestinese continueranno a esistere i fanatici che alimentano l’antisionismo. Occorre tenere a mente le parole di Baruch Spinoza, quando affermava che gli uomini prima di tutto agiscono per il loro istinto di sopravvivenza (vedi il termine conatus). Quindi, conviene a israeliani ed ebrei che si arrivi il prima possibile alla costruzione di due stati indipendenti in Medio Oriente. L’antisemitismo non finirà nel mondo arabo e musulmano, per i veleni accumulatisi negli ultimi ottant'anni, ma si sarà comunque fatto un passo importante.

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

28 novembre 2023

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