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Sappiamo che è possibile vivere in pace

di Manuela Dviri da Tel Aviv

Ti svegli la mattina con gli occhi sbarrati e subito ti rimetti al lavoro. Bisogna controllare le ultime notizie. Capire se è successo qualcosa di nuovo durante la notte. Se qualcosa è cambiato da quando sei andata a letto. In meglio o in peggio.

Poi c’è da aprire i giornali, quelli in ebraico e quelli in italiano e cercare di capire, riflettere, pensare.

Oggi, domenica tre dicembre, a metà mattinata mi chiama mio marito per dirmi che è caduto in combattimento un caro amico di mia nipote Gali. È Or Brandes di 25 anni. Suo coetaneo.

Era uno spirito dolce, sorridente, un’anima pura, lo amavamo e lui ci amava, dice di lui sua zia. Ed è esattamente quello che dissi di un altro ragazzo, di un altro soldato morto, allora era il mio, 25 anni fa.

Come si fa a continuare a vivere, dopo, mi chiedono. Si fa.

Come si fa a sopravvivere nella situazione in cui ci troviamo, un intero popolo, un’intera nazione, con ancora un numero imprecisato di ostaggi in mano a chissà che organizzazioni terroristiche, una guerra in atto e centinaia di migliaia di sfollati dal nord e dal sud per il pericolo della guerra?

Ognuno lo fa a modo suo. Per me l’importate è rimanere lucida, e nella lucidità osservare la tragedia nella sua complessità. Testare la follia delle posizioni estreme. Le ipocrisie e le falsità. Capire la potenza dell’odio e la rapidità con cui si espande. Oggi, a essere israeliani ci si sente soli, aggrediti, assediati. Accusati. E per consolarmi mi dico che davvero abbiamo fatto bene a dimostrare, mezzo milione di persone, contro Benjamin Netanyahu. Di quanto sia stato e ancora sia corrotto e ipocrita e ciarlatano quest’uomo, e di quanto pericolose siano le sue alleanze con le frange più estremiste del paese pur di salvarsi dalla prigione attraverso leggi antidemocratiche. Oggi non solo noi della protesta, ma anche il 75% della popolazione lo vede come responsabile della situazione, degli ostaggi, dei morti, della guerra. Già si alzano le voci, in piena guerra, perché dia le dimissioni. Subito. Lui e il suo governo di incapaci.

E alla fine della guerra quando anche Sinwar avrà perso il suo potere, come per forza dovrà succedere, e quando Gaza verrà ricostruita, come per forza dovrà succedere, mi è chiaro, anzi spero, che anche i palestinesi e i gazawi si guarderanno intorno e si chiederanno se ne era valsa la pena.

E spero che il mondo intero, o almeno quello arabo moderato, si muova ora, finalmente, per aiutare i loro fratelli palestinesi. Meglio delle altre volte, avendone capito la pericolosità.

Solo, prima devono tornare gli ostaggi. Tutti. Subito.

Anche nella tragedia degli ostaggi abbiamo intravvisto flebili raggi di luce, e sono le donne anziane. Già al loro ritorno dalla prigionia, si sono rivelate come straordinarie, forti e coraggiose, hanno resistito al trauma e due giorni dopo erano già alla piazza degli ostaggi, per dimostrare per tutti i prigionieri rimasti a Gaza. Pioniere senza paura, non hanno accettato di farsi aiutare dai miliziani neppure per scendere all’ambulanza. Eppure Hamas le aveva provate a usare cinicamente per la loro propaganda. Cercando di fare credere al mondo che fossero state trattate decentemente. Così come hanno fatto con i nostri bambini liberati che stanno lentamente riprendendosi dall’orrore subito. La richiesta pubblica del ritorno di tutti gli ostaggi continuerà. Ora anche per tutti gli altri, gli uomini anziani, le donne giovani, le soldatesse e i soldati. Ce ne sono ancora più di 140 a Gaza.

La guerra è stata un terremoto che ha scosso la terra e ha portato alla superficie il peggio ma anche il meglio di questo paese: in primis la resilienza di donne e uomini coraggiosi, poliziotti e poliziotte, soldati e soldatesse e perfino civili che hanno combattuto come leoni e leonesse per difendere noi tutti e sono riusciti a fermare l’attacco prima che i militanti riuscissero ad infiltrarsi nel resto del paese.

Abbiamo anche riscoperto la forza del Kibbutz e dei suoi abitanti che credevamo antiquati e fuori moda in tempi di individualismo e capitalismo sfrenato. Stiamo riscoprendo la strada tra tel Aviv, la città del progresso e dell’innovazione, e Gerusalemme, la città di Dio, e abbiamo addirittura imparato a percorrerla a piedi come nell’antichità, sotto il solo cocente o sotto la pioggia, per urlare le nostra verità al governo. Continuiamo, malgrado la enorme tragedia che ci ha colpito, ad essere un paese energetico che sa come risorgere dalle ceneri.

Già nei moshav e nei kibbuz del sud stanno seminando il grano e raccogliendo gli avocado, è appena finita la raccolta del melograno. Mio marito, l’avvocato Dviri, anni 78, è diventato un trasportatore dal produttore al consumatore di verdura e frutta fresca da una parte del paese all’altro. Altri fanno volontariato in agricoltura. O nella raccolta di tutto ciò di cui possano avere bisogno degli sfollati: nessuno dei moderni profughi nel proprio paese è rimasto senza un tetto sopra la testa, o senza una maglia o un cappotto per l’inverno.

La generosità e la capacità di questo popolo a reagire è stata davvero straordinaria, commovente. Abbiamo imparato in pochi giorni a gestire, con il volontariato, un intero paese senza aiuto da questo governo incapace. Già si parla del futuro e del giorno dopo, e circolano mille idee per ricostruire quello che Netanyahu era riuscito a distruggere.

Ci sarà il giorno dopo e ce la possiamo fare. Sappiamo che è possibile vivere in pace con i palestinesi perché da settant’anni lo stiamo facendo, con i cittadini arabi israeliani, palestinesi esattamente come quelli di Gaza e della Cisgiordania. Sappiamo che le diverse anime di questo paese, quella più progressista e quella più tradizionalista, riescono a comunicare quando il nemico esterno minaccia l’intero paese (in questo e in molto altro Sinwar si era davvero sbagliato). Perfino le “harediot” cioè le timorate di Dio, le ultrareligiose di Mea Shearim, hanno diviso tra di loro i nomi dei rapiti e dei dispersi, e leggono, ognuna per un diverso ostaggio, i Salmi di Davide, i “tehilim” che raccolgono ed esprimono tutte le emozioni umane, gioia, speranza, fiducia e secondo la tradizione ebraica avvicinano a Dio in una preghiera potente. Non mancano le idee, anche le più fantasiose: c’è chi addirittura pensa di ricreare un Congresso ebraico mondiale come quello del 1936, nel segno della solidarietà, riunendo di nuovo diaspora e Israele.

Riusciremo a ricostruire un paese normale con un governo normale con confini ben chiari e definiti? Riusciremo a dimostrare che è possibile essere creativi non solo in start up e high tech, ma anche in politica, guardando la realtà negli occhi, senza illusioni? Non lo so. Lo spero davvero.

Ce lo meritiamo. Alla sera, prima di addormentarmi, cerco di immaginarmi il paese del giorno dopo. E penso agli ostaggi. Siamo il paese dei miracoli. Adesso ne abbiamo davvero bisogno. Chi due mesi fa si sarebbe immaginato che saremmo riusciti a liberare, vivi, tanti bambini e tante vecchie signore?

Dobbiamo continuare a crederci. Usciranno tutti da Gaza. E ci sarà il giorno dopo anche di questa tragedia.

Foto copertina: Adam Grabek, Tel Aviv

Manuela Dviri

Analisi di Manuela Dviri, giornalista e scrittrice

4 dicembre 2023

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