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Sconfiggere la paura

di Gabriele Nissim

Lo storico Yuval Noah Harari, protagonista del grande movimento democratico che aveva scosso le piazze di Israele fino al giorno dell’attacco genocida di Hamas - che aveva colpito alla festa rave proprio quei giovani più aperti al dialogo e quei kibbutz di impronta socialista così tanto impegnati nella difesa della persona umana - ha espresso un concetto molto importante. Coloro che in Europa hanno il privilegio di non patire direttamente il dolore, di non vivere sotto i missili e le bombe, di non sentirsi fragili, di potere immaginare un futuro di speranza, hanno il dovere di tenere alta la bandiera della saggezza e della ragione. Non solo non devono farsi inquinare dai pregiudizi e dall’odio esploso in Medio Oriente, ma devono mantenere accesa la scintilla dell’umanità e così diventare un ponte per la pace e la conciliazione in un momento dove i protagonisti del conflitto non sono in grado di provare un sentimento di empatia reciproca. 

Anche se può sembrare terribile da un punto di vista umano, non esiste compassione a Gaza per le vittime ebraiche dell’attacco di Hamas, così come in Israele, dopo i pogrom del 7 ottobre, la dura operazione militare non contempla un meccanismo di pietas nei confronti della popolazione palestinese. "L'attivista per i diritti umani ed ex direttore di Peace Now Yariv Oppenheimer quando ha visto Amira Hass la giornalista israeliana famosa per i suoi reportage sui palestinesi versare lacrime sul destino degli abitanti di Gaza si è affrettato a scrivere: 'Ammetto di essere diventato insensibile'", riporta Gideon Levy su Haaretz. Perdere l'umanità nella risposta e nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania significherebbe farsi corrompere dagli stessi carnefici come scrisse Etty Hillesum sui tedeschi prima di venire deportata.Non odiare a qualunque costo è la sfida più difficile quando i propri cari sono sterminati.
Sono invece i terzi, come siamo noi europei e italiani, a essere chiamati a tenere accesa la luce della compassione nei confronti dei protagonisti del conflitto. È un concetto che ricorda uno dei cardini della filosofia stoica, introdotto da Aristone di Chio e poi ripreso in vario modo da Epitteto e Marco Aurelio. Di fronte ad un male che non dipende direttamente da noi, la prima soluzione per non farsi condizionare, osservavano i filosofi, era quella di preservare il nostro carattere morale.

La formula sembra essere per certi versi ambigua, perché gli stoici invitavano a “essere indifferenti alle cose indifferenti”, termine ben diverso da quello che usiamo noi oggi pensando, per esempio, alla scritta “Indifferenza” impressa a lettere cubitali all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano, che indica la responsabilità di una zona grigia silente al dramma ebraico. "Indifferenza", nella visione dei filosofi, significava invece non farsi condizionare negativamente da situazioni indipendenti dalla nostra volontà, come ad esempio i terremoti, la morte e persino catastrofi provocate dagli umani. Ciò che contava era invece il costante esercizio della virtù nel proprio spazio di esistenza, dove si poteva essere liberi e sovrani e dunque avere la possibilità di scegliere e di vivere una vita degna e morale. 

Cosa significa questo concetto nella situazione attuale, quando sentiamo tutta la nostra impotenza (ciò che non dipende da noi) per le barbarie a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane? Dobbiamo disperarci e diventare succubi dell’emotività, prendendo partito per una delle parti in causa come se fosse in gioco la nostra vita, o invece possiamo trasformare la nostra impotenza in responsabilità? 

Il primo punto è un buon uso delle parole. Ciò che è accaduto alla festa rave non è resistenza, non è un’operazione di guerra e nemmeno una forma estrema e deprecabile di terrorismo. È invece un atto di genocidio, termine coniato dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin nel 1948 per indicare una azione la cui finalità è la distruzione degli esseri umani, la cui colpa è soltanto quella di essere al mondo. In questo caso di essere nati in Israele. Quanto è avvenuto non è una azione di uomini malvagi che hanno infranto le leggi dell’umanità, ma è del tutto coerente con lo statuto di Hamas, che preconizza la distruzione di Israele e della cosiddetta “entità sionista”. Il genocidio, spiegava Lemkin, nasce da un’intenzionalità dichiarata di un Stato o di un gruppo politico e non è un caso che nei documenti di Hamas gli ebrei siano definiti come discendenti delle scimmie e dei maiali e ai ragazzi si insegna nelle scuole che uccidere gli israeliani è un valore.

Ci potevamo allora immaginare che attorno alla denuncia di una pratica genocidaria si potesse creare un grande consenso morale indipendentemente dalle appartenenze e dalle simpatie e, invece, vediamo crescere una marea di manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese, che da Milano a Londra, a Parigi e in tutte le capitali arabe, tacciono sui crimini che sono stati commessi nei confronti degli israeliani. Mentre in Israele e nel mondo ebraico ci sono voci importanti che si battono, anche dopo l’eccidio, contro la disumanizzazione del nemico e come Harari chiedono di bloccare l’odio dei coloni nei territori e si pongono il problema della soluzione della questione palestinese anche rispetto all’operazione militare di terra a Gaza, invece nel mondo arabo non ascoltiamo voci pubbliche che provano compassione e ribrezzo per quanto è accaduto in Israele. È questa probabilmente la più grave sconfitta morale dopo l’eccidio del 7 ottobre, che provoca un grande sentimento di solitudine nel mondo ebraico, soprattutto in quello che non ha mai creduto che la sopravvivenza di Israele dovesse andare a discapito dei diritti degli altri.

Difendere i diritti dei palestinesi non è antisemitismo, ed è un concetto che va ribadito con forza anche in questo momento tragico, ma quando si considera un atto di eroismo militare o di resistenza quanto è successo in Israele, o si tace su un pogrom, si lancia un messaggio terribile che non solo allontana la prospettiva della condivisione sulla stessa terra, ma getta una parte del mondo ebraico nella sfiducia e nella chiusura in se stessi. La paura e l’istinto di sopravvivenza fanno perdere la razionalità e possono portare ad un destino tragico. “Se gli altri mi vogliono eliminare perché dovrei ricercare la pace?” è un sentimento che attraversa Israele.

Oggi un ebreo che viaggia nel mondo arabo non si sente più  sicuro e se il suo nome non lo “tradisce”, di fronte all’ira anti-israeliana come un neo marrano è costretto a nascondere la sua identità. Quanto è successo nel Daghestan, dove una folla inferocita ha dato l'assalto ad un aereo che trasportava degli ebrei, deve molto fare riflettere. Se non c'è uno Stato arabo, un mussulmano che conti, un leader palestinese che denunci la barbarie nei Kibbutz come è possibile avere fiducia nell'umanità per i discendenti dei sopravvissuti della Shoah e non immaginare un antisemitismo eterno?

È proprio attorno al tema della paura e della fragilità che dobbiamo esercitare il nostro carattere morale. Dobbiamo mostrare come terzi che è possibile costruire un futuro senza paura, che riannodi il dialogo tra israeliani e palestinesi. Oggi la politica non ha molti mezzi a disposizione, ma la cultura può rendere visibili quei palestinesi, arabi e israeliani che, come i Giusti nascosti della Bibbia, sono capaci in queste ore tragiche di andare oltre alle proprie appartenenze e di sentire la compassione per il dolore altrui. Un esempio può essere Yocheved Lifschitz, la donna israeliana liberata a Gaza che - come nella storia, raccontata da Vassilj Grossman in Vita e Destino, di una vecchietta di Stalingrado che aveva espresso un moto di pietà per un nazista tedesco, offrendogli da bere - ha detto “Shalom” ai propri rapitori, per sottolineare che un giorno forse un dialogo di pace si potrà ricominciare. È necessario raccontare e togliere dall’oblio queste perle di umanità, come suggeriva in altri tempi Walter Benjamin.

Queste storie sono una terapia contro la paura. La paura è il primo istinto dell’uomo. La paura, come ricorda Andrea Tagliapietra ne Il pudore dei giusti (Cafoscarina, 2022), è la radice profonda dello “stupore” del thaumazein che Platone e Aristotele ponevano all’origine del filosofare. Per uscire dalla paura della propria vulnerabilità, come accade oggi in Israele, che si accorge drammaticamente di una sua debolezza, non c’è solo la forza militare, ma c’è bisogno di un percorso che trasformi la paura di (un nemico) in una paura solidale, che riconosca la comune vulnerabilità e la necessità di un mutuo soccorso tra israeliani e palestinesi per l’esistenza futura. Se israeliani e palestinesi non si riconosceranno in un comune destino in due Stati divisi, ma molto prossimi e amici (non come è accaduto con Gaza), la paura della propria vulnerabilità continuerà a provocare nuove lacerazioni. Ecco perché il nostro compito di spettatori privilegiati è quello di disinnescare la paura e di vigilare contro “le parole malate”. Per questo, nella mia piccola parte ho proposto che nei Giardini dei Giusti di tutta Italia si incontrino coloro che lavorano per il dialogo e non per la distruzione dell'altro. Anche un abbraccio tra un israeliano e un palestinese farebbe la differenza.

Questa analisi amplia l'articolo pubblicato da La Stampa giovedì 2 novembre 2023

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