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Un ghetto immateriale fatto di odi e paure

di Anna Foa

Se si guarda alle parole d’ordine delle manifestazioni in Italia della sinistra radicale contro Israele non si può fare a meno di stupirsi dell’immagine monolitica che ci offrono della politica israeliana. Israele vi appare come uno Stato coloniale e di apartheid, appoggiato dall’altra grande bestia nera della sinistra, gli Stati Uniti. Nessun eco della politica di Biden e di Blinken, dei loro innumerevoli tentativi di fermare la guerra a Gaza, e infine dell’astensione all’ONU degli USA sul cessate il fuoco, una svolta epocale nella politica americana di cui nessuno dei nostri antiamericani sembra prendere atto o capire la portata. Nessun riferimento, in queste manifestazioni, al fatto che per nove mesi lo scorso anno gran parte della società civile israeliana ha protestato contro il governo, nessun accenno al mondo della cultura israeliano, agli scrittori tanto letti in Italia e da sempre in prima fila contro l’occupazione e per la creazione di uno Stato palestinese. O nero o bianco, e Israele per i nostri contestatori è tutta nera. Non sarebbe da stupirsi se si chiedesse il boicottaggio dei libri di Amos Oz o di David Grossman. Già si chiede, e in qualche università si ottiene, il boicottaggio degli accordi con le università israeliane, frequentate da tanti studenti palestinesi e sempre in prima fila contro il governo Netanyahu.

Di un’analoga rozzezza interpretativa risentono le analisi sul 7 ottobre. A parte quelle che negano o tendono a mettere in dubbio l’efferatezza delle violenze, degli stupri, dei massacri, della cattura degli ostaggi, forme di negazionismo di cui è davvero inutile anche solo parlare, ciò che si afferma con maggior forza è l’idea che il 7 ottobre sia la conseguenza dell’occupazione e dell’oppressione dei palestinesi. Una ripresa, portandola però all’estreme conseguenze, della posizione di Guterres sul fatto che il 7 ottobre non nasce dal nulla. Ed è vero che non nasce dal nulla. Ma è anche vero che nasce dalla strategia militare di Hamas, che è un movimento terroristico che opprime i palestinesi di Gaza, che conculca le donne come in Iran, che mette a morte gli omosessuali. L’oppressione esercitata da Israele, che io certo non nego, serve a spiegare la presa che simili strategie terroristiche possono avere su una parte dei palestinesi, non le azioni di Hamas e tanto meno il 7 ottobre, che nulla può giustificare. Ma non ho sentito, oltre all’insistenza su questo nesso “causale” fra occupazione e 7 ottobre, nessuno riprendere i fatti emersi fin dai primi giorni dopo il 7 ottobre in Israele: il ritiro dal confine di Gaza di molta parte delle divisioni dell’esercito, spostate in direzione dei territori dell’autorità palestinese perché quelli dove era necessario proteggere i coloni israeliani e rosicchiare poco a poco i territori di un possibile Stato palestinese. La mancanza di attenzione ai segnali di rischio, i ritardi nei soccorsi, e poi naturalmente il fatto di non considerare gli ostaggi una priorità. Le cose che si potrebbero dire, che in Israele si dicono e si sono dette, contro il governo sul 7 ottobre sono infinitamente più gravi e puntuali della vaga equazione – sia pur in parte non sbagliata - tra occupazione e terrorismo che viene continuamente rilanciata per giustificare l’attacco di Hamas. Ma sottolineare le responsabilità del governo di Netanyahu vorrebbe dire fare distinzioni all’interno di Israele, cosa che le nostre sinistre radicali non vogliono fare o forse non sono capaci, per ignoranza o per fanatismo ideologico, di fare.

C’è un altro fenomeno importante di cui in Italia poco si tiene conto, il trauma lasciato nella società tutta, anche quella impegnata a sinistra e favorevole allo Stato palestinese, dal 7 ottobre. Un trauma che rende difficile per le sinistre israeliane provare empatia e solidarietà con i morti di Gaza, lo ha scritto già molte settimane fa Haaretz. E che impedisce anche alla società israeliana di chiedere a gran voce il cessate il fuoco. È un problema vero, che renderà difficile anche, una volta che questa guerra fosse infine finita, prospettare soluzioni di pace e convivenza tra i due popoli. Non se ne potrà prescindere, tuttavia, ma è un problema che le nostre sinistre non si pongono neanche. Perché vorrebbe dire condannare Hamas.

Sulla guerra contro Gaza le parole d’ordine sono altrettanto carenti, ma devo dire che trovano in risposta altre affermazioni altrettanto assurde. Parlare solo del numero dei morti a Gaza, tirandolo da una parte o dall’altra, è inutile. Che siano già troppi fin dall’inizio, che la reazione sia sproporzionata, che un cessate il fuoco sia assolutamente necessario, è cosa su cui continuano a dissentire in Italia solo i sostenitori del governo Netanyahu, i fautori dei sionisti religiosi decisi a sbarazzarsi dell’ipotesi di uno Stato palestinese e a ricostruire la grande Israele della Bibbia. Anche questo è taciuto dai nostri studenti (e non solo) filopalestinesi. Preferiscono parlare di genocidio e di apartheid. La parola d’ordine che definisce la situazione dei palestinesi in Israele e in Cisgiordania come apartheid, molto diffusa nella sinistra israeliana già vent’anni fa, all’epoca della creazione del Muro con i territori dell’Autorità Palestinese per l’effetto creato da questa separazione materiale, è certo un’efficace parola di propaganda, ma non risponde alla realtà storica dell’apartheid come è nato in Sudafrica. La situazione in Israele, almeno fino ad ora ma non escludo che potrebbe cambiare se vincessero razzisti come Ben Gvir e Smootrich, è certo di oppressione nei Territori e dentro Israele di difficoltà anche gravi, ma non di separazione. Lo stesso si può dire dell’accusa a Israele di genocidio portata davanti al tribunale dell’Aja dal Sudafrica, un’accusa che non tiene conto delle caratteristiche giuridiche del crimine di “genocidio”. Si potrebbe invece discutere a proposito di “crimini di guerra”, mai nominati nei discorsi delle nostre sinistre forse perché l’accusa di genocidio ha un valore propagandistico molto maggiore.

Di molti altri aspetti importanti, non certo senza influenza sulla guerra di oggi, le sinistre radicali potrebbero discutere, per esempio di ciò di cui in Israele molto si parla e di cui i nostri fautori dei palestinesi non sembrano sapere nulla, della necessità di superare la concezione di Stato degli ebrei (Eretz Israel), quale è nato con il sionismo, per uno Stato (Medinat Israel) che per essere democratico deve offrire uguale cittadinanza a tutti i suoi cittadini, come affermato già nella Dichiarazione di indipendenza del 1948. Nel 2018 una legge del governo Netanyahu ha proclamato Israele “lo Stato Nazione del popolo ebraico”. Un’affermazione forte di identità ebraica da cui gli altri sono esclusi e un preludio alla svolta dell’ultimo governo Netanyahu.

E poi, naturalmente, non si può non parlare del rischio di scivolare dall’antisionismo all’antisemitismo, due fenomeni che io non credo coincidenti ma che possono in alcuni casi coincidere. Soprattutto in due occasioni il fanatismo di queste posizioni filopalestinesi si è identificato con l’antisemitismo: nel rifiuto da parte del movimento femminista di prendere atto degli stupri sistematici del 7 ottobre e nell’attacco rivolto alla senatrice Liliana Segre, attacco rivolto in realtà, attraverso il simbolo che Liliana Segre rappresenta, contro l’intera Memoria della Shoah. Chi prende queste posizioni crede davvero di schierarsi in questo modo dalla parte dei palestinesi massacrati a Gaza? Per quanto mi è dato capire, non è attaccando gli ebrei perché israeliani o gli israeliani perché ebrei che si arriverà ad una soluzione politica di questo terribile conflitto. In Israele, ne deriverà un’ulteriore percezione di isolamento e pericolo, con le conseguenze evidenti che ne possono nascere. Nella diaspora, ci si schiererà sempre più a fianco del governo di Netanyahu e ci rinchiuderà in un ghetto immateriale fatto di odi e paure. E, a meno che non si voglia davvero contestare l’esistenza stessa dello Stato di Israele, morti e violenze continueranno a crescere.

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