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Unione europea, la membership si allarga ai Balcani occidentali?

di Giacomo Corbellini

Lo scorso 21 marzo il Consiglio europeo – l’organo costituito dai capi di Stato o di governo dei 27 paesi Ue – ha dato seguito alla raccomandazione fatta pervenire dalla Commissione europea nove giorni prima, conferendo il proprio assenso all’apertura dei negoziati ufficiali per l’adesione della Bosnia-Erzegovina all’Unione. Si tratta senz’altro di un fatto storico, sia per Sarajevo che per Bruxelles, che mai come oggi appare volenterosa di allargare la propria membership ai Balcani occidentali. Nonostante ciò, il processo di adesione è ancora da intendersi come lungo e tortuoso ed è quindi probabile che il paese balcanico non faccia il proprio ingresso nell’Ue prima di diversi anni.

In ogni caso, la notizia è stata accolta positivamente dal presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, il quale ha sottolineato che “il posto della Bosnia-Erzegovina è nella nostra famiglia europea” e ha pubblicato una foto che lo ritrae in compagnia di Borjana Krišto, Presidente del Consiglio dei ministri della Bosnia-Erzegovina. Un simile endorsement istituzionale era già stato fatto qualche giorno prima dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che aveva anche speso parole al miele per i progressi compiuti da Sarajevo nell’ultimo anno, aggiungendo che il futuro della Bosnia-Erzegovina dovrà essere nell’Unione europea. Attestati di fiducia sono giunti anche dal cancelliere tedesco Olaf Scholz e dal primo ministro croato Andrej Plenković, il quale ha dichiarato che “si tratta di un giorno storico per la nostra amica e vicina Bosnia-Erzegovina”. Da dove nasce, tuttavia, questa spasmodica ricerca di engagement con Sarajevo e, più in generale, con i Balcani occidentali, regione più volte dimenticata e relegata ai margini del progetto di integrazione europea? Ci arriveremo, ma prima occorre fare un passo indietro.

La Bosnia-Erzegovina ha atteso a lungo il via libera per l’avvio dei negoziati di adesione all’Ue. Le prime spinte comunitarie nell’area della ex-Jugoslavia hanno cominciato a smuoversi a seguito del Consiglio europeo di Salonicco del giugno 2003, organizzato più di vent’anni fa. In quell’occasione, il Consiglio europeo aveva espresso “la sua determinazione ad appoggiare appieno ed efficacemente la prospettiva europea dei paesi dei Balcani occidentali, che diverranno parte integrante dell'Ue una volta soddisfatti i criteri stabiliti”. Nonostante ciò, Sarajevo ha presentato ufficialmente domanda di adesione all’Unione europea solamente dodici anni dopo, il 15 febbraio 2016.

È stato quindi innescato, come da prassi, il processo mediante il quale le istituzioni europee (in particolar modo la Commissione) verificano la legittimità della candidatura. Come previsto dall’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea “Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all'articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell'Unione”. L’articolo 2 dello stesso Trattato elenca sommariamente i valori fondanti dell’Ue, tra cui il rispetto della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani. 

In ambito comunitario è prassi che la Commissione europea svolga un’ulteriore analisi affinché uno Stato possa entrare a far parte dell’Ue. Questo tipo di verifica richiede il rispetto dei cosiddetti “criteri di Copenaghen”, così denominati poiché definiti proprio in occasione del Consiglio europeo tenutosi nel 1993 nella capitale danese. Il primo criterio è di natura politica e richiede che lo Stato candidato presenti istituzioni stabili, che siano in grado di garantire democrazia, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani e tutela delle minoranze. Il secondo criterio è economico ed è volto alla verifica che il paese candidato presenti un’economia aperta e di mercato, che possa far fronte alla pressione concorrenziale intra-Ue. L’ultimo criterio consiste nella capacità dello Stato in questione di poter recepire efficacemente l’acquis communautaire, ovvero l’insieme dei diritti e degli obblighi giuridici derivanti dalla membership Ue.

Nel 2019 la Commissione europea aveva pubblicato un dettagliato report teso alla verifica della domanda di adesione presentata dalla Bosnia-Erzegovina. La Commissione aveva in quel caso riscontrato diversi profili di criticità e aveva quindi identificato 14 punti chiave ai quali Sarajevo avrebbe dovuto conformarsi per poter entrare a far parte dell’Ue. Alcuni di questi punti riguardavano il funzionamento del sistema giudiziario, la lotta al riciclaggio di denaro, la gestione dei flussi migratori, la messa in atto di passi concreti per la riconciliazione post-bellica, il rafforzamento della protezione e dell’inclusione dei gruppi definiti come vulnerabili - in particolar modo persone con disabilità, bambini, persone appartenenti alla comunità LGBTQ e persone rom - e l’abolizione della pena di morte, legalizzata in Repubblica Srpska (la federazione a maggioranza serbo-bosniaca del paese).

Solamente nel 2022, sette anni dopo aver inoltrato ufficialmente la propria richiesta di adesione, la Bosnia-Erzegovina ha quindi potuto ottenere lo status di paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. Negli ultimi due anni, la posizione di Sarajevo è ulteriormente migliorata, grazie all’attuazione di leggi nazionali tese al soddisfacimento dei 14 punti chiave riscontrati dalla Commissione nel 2019. Tra queste, si segnalano soprattutto le riforme indette in ambito di democrazia e funzionamento statale, rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali, e nell’ottica di una riforma della pubblica amministrazione. Le principali leggi emanate dal paese balcanico includono la lotta al riciclaggio di denaro, il contrasto del conflitto di interesse e, soprattutto, l’approvazione dei negoziati per un accordo con Frontex, l’agenzia che compie attività di controllo presso le frontiere esterne dell’Unione europea. Si segnala, inoltre, come la Corte costituzionale bosniaca abbia abolito, nell’ottobre 2019, la pena di morte in Repubblica Srpska.

Tutti questi importanti passi in avanti hanno quindi portato alla svolta di marzo 2024, con la decisione del Consiglio europeo di dare ufficialmente avvio ai negoziati per l’ingresso della Bosnia-Erzegovina nell’Ue. Come riportato al punto 30 del documento conclusivo dei lavori del Consiglio, la Commissione è ora invitata a predisporre un quadro negoziale per l’adesione dello Stato balcanico, da sottoporre allo stesso Consiglio solamente una volta che Sarajevo avrà compiuto tutti i passaggi necessari per conformarsi a quanto stabilito dalla Commissione nella sua raccomandazione di ottobre 2022. Proprio quest’ultimo punto lascia presagire che la Bosnia-Erzegovina debba ancora adeguarsi completamente ai criteri di adesione Ue, soprattutto dal punto di vista politico. Permangono inoltre delle difficoltà oggettive dettate dalla particolare architettura istituzionale del paese e della distanza ideologica tra la leadership della Repubblica Srpska e i valori fondanti dell’Unione europea. A tal proposito, è bene ricordare come la recente visita in Russia del leader serbo-bosniaco Mirolad Dodik sia stata caratterizzata da attacchi verbali all’Occidente, all’Ue e alla NATO e da diverse foto che lo ritraggono in compagnia di Vladimir Putin. Tutte manifestazioni apertamente incompatibili con la decisa svolta europeista di Sarajevo.

Nonostante queste problematiche evidenti, la strada sembra comunque essere tracciata ed è possibile che la Bosnia-Erzegovina possa essere il prossimo paese dei Balcani occidentali ad entrare a far parte dell’Unione europea, dopo Slovenia e Croazia. Proprio in relazione a questo punto si apre un ulteriore interrogativo: cosa spinge l’Unione europea ad estendere la propria membership a quest’area regionale?

Negli ultimi anni, infatti, Bruxelles ha più volte manifestato interesse ad allargare la propria comunità politico-economica ai Balcani occidentali, un territorio che ricopre senza dubbio un ruolo di preminente importanza per gli obiettivi dell’Unione, anche se a lungo dimenticato. Sei paesi dell’area hanno fatto richiesta di adesione all’Ue. Quattro di essi – Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia – hanno iniziato, con pretese e tempistiche di ingresso differenti, i negoziati per l’adesione. A loro si è aggiunta di recente anche la Bosnia-Erzegovina. Resta più complicata la questione inerente al Kosovo: Pristina ha formalmente presentato la propria domanda di adesione nel 2022, ma cinque membri Ue (Cipro, Grecia, Romania, Spagna e Croazia) continuano a non riconoscerlo come Stato sovrano. In ogni caso, è plausibile credere che il prossimo allargamento dell’Unione europea guardi proprio a questi territori.

Le ragioni sono diverse e assumono natura sia politica che economica. In primis, l’Unione europea ha interesse a svolgere un ruolo di preminente importanza nell’area in chiave di contenimento della Federazione Russa. Una situazione che affonda le proprie radici nella storica influenza esercitata da Mosca sui Balcani occidentali, ma che si è ulteriormente esacerbata a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina di febbraio 2022. Della vicinanza politico-ideologica di Dodik a Putin si è già discusso, e lo stesso vale per la Serbia di Aleksandar Vučić, il quale ha di recente rifiutato ancora una volta di imporre sanzioni a Mosca, dichiarando all’agenzia russa Tass che “un vero amico si riconosce nei momenti di difficoltà”. La Belt and Road Initiative – il progetto infrastrutturale con cui la Cina intende favorire la propria rete commerciale con l’Europa – e la crescente pressione esercitata da Pechino nell’area dei Balcani occidentali sollevano ulteriore preoccupazione per i paesi membri dell’Ue, timorosi di poter perdere il controllo di un'area così strategica. A ciò si aggiunge la gestione delle materie prime presenti nel territorio e la più che mai attuale questione dei flussi migratori. La “rotta balcanica” percorsa ogni anno da migliaia di persone migranti provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan si districa, infatti, anche attraverso i paesi con cui Bruxelles ha avviato i negoziati per l’adesione.

In conclusione, sono molteplici i motivi che spingono il prossimo allargamento comunitario verso i Balcani occidentali. In questo senso la notizia dell’avvio dei negoziati tra Sarajevo e Bruxelles – la cui possibile riuscita, come ricordato in precedenza, necessiterà di diversi anni di trattative – rappresenta senz’altro un’ottima notizia. Tuttavia, il tempo a disposizione comincia a scarseggiare ed è quindi necessario che la svolta europeista venga compiuta il prima possibile. Solamente così facendo, infatti, l’Ue potrebbe finalmente coinvolgere nell’area democratica europea i paesi di questo territorio a lungo dimenticato.

Foto in copertina dal profilo X di Charles Michel, presidente del Consiglio europeo.

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