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"Rohingya, è un genocidio". Che cosa cambia per il Myanmar

di Lorenzo Lamperti

Genocidio. Dopo averla utilizzata per lo Xinjiang, gli Stati Uniti tornano a utilizzare questa parola anche per gli omicidi di massa dei Rohingya, gruppo etnico di religiosa islamica e minoranza repressa da lungo tempo nel Myanmar teatro del golpe militare del 1° febbraio 2021. L'annuncio, fatto dal segretario di Stato Antony Blinken, è arrivato da un luogo altamente simbolico: il museo Memoriale dell'Olocausto di Washington. "Gli Stati Uniti ritengono che si possa parlare di genocidio in sette occasioni. Oggi è l'ottava. Abbiamo stabilito che i membri dell'esercito birmano hanno commesso genocidio e crimini contro l'umanità", ha detto Blinken.

La decisione arriva dopo che gli investigatori americani hanno parlato con circa mille rifugiati Rohingya in Bangladesh. Tre quarti di loro hanno testimoniato l'uccisione di membri del proprio nucleo familiare negli scorsi anni, oltre la metà hanno invece testimoniato violenze sessuali. Uno su cinque è stato invece testimone di omicidi di massa. Il rapporto ha rilevato che la violenza contro i Rohingya è stata "estrema, su larga scala, diffusa e apparentemente orientata sia a terrorizzare la popolazione che a scacciare i Rohingya residenti". Appare dunque chiaro, secondo Washington, che l'intenzione delle autorità birmane fosse e sia quella di distruggere ed eliminare la minoranza che fa parte della storia di un paese martoriato dalle divisioni etniche e da un violento colpo di stato.

La giunta militare ha respinto "categoricamente" la dichiarazione di Blinken, definendola "molto lontana dalla realtà" in quanto il Myanmar "non ha mai avuto alcun intento di distruggere, in parte o del tutto, un altro gruppo nazionale, etnico o religioso", sostiene la nota del Tatmadaw. Le testimonianze e le evidenze dei fatti raccontano però una storia diversa, nella quale circa 850 mila Rohingya sono confinati nei campi profughi del Bangladesh e circa 600 mila di loro sono ancora bersaglio di una dura repressione nello stato di Rakhine, all'interno del territorio birmano. Diritti e accesso ai servizi sono negati anche a coloro che non subiscono violenze fisiche.

I vertici militari birmani sono già accusati di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia dell'Aja. Alle violenze etniche si sono poi aggiunte quelle successive al golpe militare. Un altro report, pubblicato nei giorni scorsi dallo Schell Center for International Human Rights della Yale Law School, intitolato "Nowhere is Safe", traccia una panoramica inquietante di omicidi, imprigionamenti, torture, sparizioni e persecuzioni dei civili. Tanto da configurare un'altra possibile accusa di crimini contro l'umanità.

La mossa degli Stati Uniti potrebbe alzare ulteriormente la pressione internazionale nei confronti di Naypyidaw. In seguito all'annuncio sul genocidio, gli Usa hanno deciso di sanzionare cinque nuovi individui e cinque entità collegati alla giunta. Le misure del Dipartimento del Tesoro colpiscono 66ma Divisione di fanteria leggera dell'esercito birmano, di base a Pyay; il generale Ko Ko Oo, alla guida del dipartimento per le Tecnologie del ministero della Difesa; il generale Zaw Hein, alla guida del comando delle forze armate a Naypyidaw. Nella lista figurano anche i commercianti di armi Naing Htut Aung, Aung Hlaing Oo e Sit Taing Aung, la compagnia Htoo e la banca Asia Green Development Bank.

Misure che si aggiungono alle numerose sanzioni già esistenti. A livello economico, ci si attendono ulteriori passi a livello internazionale. Diversi analisti richiedono ulteriori sanzioni sulla più grande compagnia petrolifera e del gas del paese, la Myanmar Oil and Gas Enterprise, che rappresenta una lucrativa fonte di ricavi per l'esercito. Ma serve fare di più, anche perché la fuoriuscita (annunciata ma talvolta disattesa) degli attori internazionali dal Myanmar prosegue in maniera lenta e incompleta, soprattutto nel campo energetico e delle materie prime. Htwe Htwe Thein, ascoltata docente birmana in Australia, ha richiesto azioni più dure sulle banche e sulle transazioni finanziarie. Ma anche un totale embargo mondiale sull'export di armi e uno stop alla consegna di carburante per l'aviazione birmana. Munizioni e sistemi militari continuano per ora a essere esportati in Myanmar in particolare da Russia, Cina e Serbia, quantomeno secondo un report di Thomas Andrews delle Nazioni Unite.

Allo stesso modo, in molti auspicano che alla designazione di "genocidio" faccia seguito un graduale allargamento delle sanzioni fino a coprire tutto il network della giunta, compreso quello economico e religioso. Diversi attivisti e ricercatori chiedono lo stop alla libertà di movimento internazionali di figure come Sitagu Sayadaw, monaco con forti legami con l'esercito. D'altronde la giunta continua a mostrare supporto pubblico alle autorità religiose e lo stesso generale Min Aung Hlaing ha visitato diversi monasteri negli scorsi mesi. C'è anche chi ipotizza il possibile invio di armi al governo di unità nazionale formato dall'opposizione per aumentare la pressione militare, un po' come sta accadendo con l'Ucraina. Per ora, Blinken si è limitato ad annunciare nuovi contributi per quasi 1 milione di dollari in finanziamenti aggiuntivi alla Convenzione sul genocidio di Myanmar, istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 2018. Il direttore del Burma Human Rights Network ha chiesto "azioni ulteriori. Un esercito che commette un genocidio e lancia un colpo di stato per rovesciare un governo democraticamente eletto non ha posto nel mondo civile".

Al momento, però, la chiusura nei confronti della giunta non è ancora totale. Lo dimostrano i tentativi diplomatici portati avanti dall'Asean, l'Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico. La presidenza di turno cambogiana ha inviato nei giorni scorsi in Myanmar il suo ministro degli Esteri Prak Sokhonn. Da più parti questo viaggio è stato criticato perché può dare "legittimità" al governo golpista. Sokhonn ha respinto queste accuse ma nei quattro giorni trascorsi nel paese non ha incontrato Aung San Suu Kyi, tuttora agli arresti domiciliari. Così come un incontro pianificato con Su Su Lwin, ex premier della Lega Nazionale per la Democrazia (il partito di Suu Kyi), è stato cancellato all'ultimo minuto. Ufficialmente per un contagio da Covid-19. L'incontro con Min Aung Hlaing, colui che secondo le accuse americane è a capo di un'organizzazione colpevole di genocidio, è invece andato in scena regolarmente.

Lorenzo Lamperti, direttore editoriale China Files

28 marzo 2022

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