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Liliana Segre sui Giusti del Ruanda

la riflessione della senatrice a vita pubblicata da Oggi


Riprendiamo "Ruanda, l'indifferenza fu complicità", riflessione pubblicata da Oggi nella rubrica "La Stanza", in cui la senatrice Liliana Segre risponde a una domanda di una lettrice sul Genocidio in Ruanda. La senatrice a vita cita Gariwo e il suo impegno per onorare i Giusti ruandesi.

"Cara Senatrice Liliana Segre, lo scorso 7 aprile è stata la Giornata internazionale di riflessione sul genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda ma, con dispiacere, non ne ho sentito parlare molto sui media"

È vero, purtroppo non se ne è parlato come sarebbe stato necessario perché quello che è accaduto non si ripeta, né in Ruanda né altrove. Ho un ricordo vivo di quel genocidio, che si consumò in solo un centinaio di giorni nel 1994. Tra il 6 aprile e il 16 luglio di quell’anno, infatti, l’esercito regolare, le truppe paramilitari ma anche i civili della maggioranza hutu massacrarono connazionali tutsi e hutu moderati. Il numero delle vittime varia tra le fonti, ma oscilla comunque tra gli 800mila e il milione di morti su una popolazione totale di poco superiore ai 7 milioni. A dare inizio alla mattanza fu, il 6 aprile 1994, l’abbattimento dell’aereo dell’allora presidente hutu del Ruanda, Juvénal Habyarimana. Ma la contrapposizione etnica esisteva da lungo tempo, strumentalmente fomentata già prima dell’indipendenza dai dominatori coloniali. Con quello che avevo vissuto, il genocidio del Ruanda non poté che colpirmi nel profondo. Rispetto alla tragedia degli ebrei, fu più concentrato nel tempo e nello spazio, mentre la Shoah avvenne in diversi anni e Paesi. Se inoltre gli hutu usarono strumenti primitivi come il machete, l’Olocausto fu attuato principalmente attraverso metodi industriali. Ma simili sono stati l’odio razziale; la separazione etnica scritta fin nella carta d’identità; la campagna volta a demonizzare e disumanizzare la minoranza così da preparare la popolazione ad accettare il genocidio; il carattere indiscriminato delle eliminazioni: uomini, donne, bambini, anziani…
«Non dobbiamo mai dimenticare quello che è successo – ha detto in occasione del 7 aprile il Segretario generale dell’Onu António Guterres – e fare in modo che venga sempre ricordato dalle generazioni future. I discorsi d’odio, un indicatore chiave del rischio di genocidio, possono facilmente trasformarsi in crimini d’odio. La noncuranza di fronte all’atrocità è complicità». E ha invitato a ricordare anche, «con vergogna, il fallimento della comunità internazionale ». Quest’ultima, incluse le Nazioni Unite, non intervenne. Il genocidio finì solo quando ci fu la vittoria militare del Fronte patriottico ruandese (Fpr), espressione della diaspora tutsi.
Vale la pena ricordare anche figure di Giusti che, con rischio personale, salvarono altri esseri umani. Diversi ne ha onorati negli anni la fondazione Gariwo
. Tra loro, Pierantonio Costa (1939-2021), imprenditore e console italiano a Kigali che, usando la rappresentanza diplomatica, la sua rete di conoscenze e il denaro personale, scongiurò la morte di quasi 2 mila persone.
Io stessa, sempre attraverso Gariwo, ho ascoltato il racconto di un’altra Giusta, Godeliève Mukasarasi (1956): una donna hutu che fu perseguitata perché moglie e madre di persone tutsi. Nel 1996 lei e il marito accettarono di testimoniare davanti al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, ma poco prima di farlo l’uomo e la figlia furono assassinati. Mukasarasi porta avanti Sevota, un’organizzazione che ancora oggi lavora per promuovere la riconciliazione tra hutu e tutsi e diffondere una cultura di pace e non violenza tra le vedove e gli orfani di guerra.

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