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A Gaza è genocidio? Che cos’è un crimine contro l’umanità? Le parole per capire il conflitto

Intervista allo storico Marcello Flores, tra i principali esperti di genocide studies


Giovedì 11 gennaio, presso la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Uniti all'Aja, sono iniziate le udienze sul caso presentato dal Sudafrica, secondo il quale la guerra nella Striscia di Gaza costituirebbe un atto di genocidio contro il popolo palestinese. Si tratta in un processo complesso, dall'alto significato politico: mai la Corte internazionale di giustizia, fino ad oggi, ha condannato per genocidio nessuno stato. 

A prescindere da come si pronuncerà la Corte - probabilmente ci vorranno molti anni -, si può dire che a Gaza è in corso un atto genocidario? Se no, come si può definire quello che sta accadendo? Dopo l'attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre e della successiva guerra condotta da Israele, nei media e sui social network è aumentato in maniera esponenziale l'utilizzo dei termini "genocidio", "crimini di guerra", "crimini contro l'umanità", "pogrom". Abbiamo chiesto al professore Marcello Flores, uno dei maggiori esperti italiani di Genocide Studies, il suo punto di vista su ciascuno di questi termini e sulla applicazione al contesto mediorientale.

Marcello Flores, facciamo chiarezza sulle parole. Che cos'è il genocidio?

Per la Convenzione sul genocidio che è stata promulgata il 9 dicembre 1948, genocidio è la distruzione parziale o completa di un gruppo etnico, religioso o nazionale. Nel caso in cui, però, c'è l'intenzione da parte di chi commette quella violenza di distruggere il gruppo in quanto tale.

Che cosa significa questo? Cosa cambia rispetto agli altri crimini?

Significa che non si tratta di una violenza, sia pure terribile, dovuta a motivazioni quali possono essere una guerra, una volontà di conquista, una sopraffazione di potere. Deve essere il risultato di una volontà di far scomparire dall'umanità un preciso gruppo etnico, religioso o nazionale. Evidentemente, i carnefici che stanno compiendo quella violenza ritengono che quel gruppo non possa e non debba avere il diritto di vivere.

L'attacco del 7 ottobre di Hamas può essere considerato una pratica genocidaria? 

Quando i giuristi affronteranno questa questione lo faranno con estrema difficoltà e insieme delicatezza, come in genere è accaduto in tutti i vari momenti in cui la giustizia internazionale ha dovuto decidere se qualche episodio di violenza fosse o meno un genocidio. Personalmente non ritengo che possa essere considerata un'opera di genocidio, ma un crimine contro l'umanità, perché è la volontà di compiere un massacro indiscriminato che colpisce coloro che si incontrano, andandoli a cercare nei kibbutz e nel rave – che presumibilmente i massacratori sapevano che si stesse svolgendo in quel momento. È stato fatto con una programmazione sicuramente generale, ma senza la volontà di compiere qualche cosa che andasse, oltre a un massacro violento, dimostrativo, fatto per colpire improvvisamente e probabilmente anche per suscitare una reazione.

La risposta di Israele a Gaza può essere considerata genocidaria? Che cosa possiamo dire della denuncia del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia?

La denuncia del Sudafrica credo che rappresenti la volontà di portare al più presto possibile il governo di Israele di fronte alla giustizia internazionale. L'accusa di genocidio è l'accusa più grave, quindi è quella che in qualche modo smuove più rapidamente la possibilità di un giudizio, sia pure di tipo iniziale. Ricordiamo, per esempio, che dopo l'operazione Piombo Fuso perpetuata una quindicina d'anni fa dall'esercito israeliano a Gaza, una commissione delle Nazioni Unite aveva individuato sia le azioni dell'esercito israeliano sia quelle di Hamas come crimini contro l'umanità. Ma non era intervenuta la Corte internazionale di giustizia. Io credo che la reazione - sicuramente sproporzionata in termini di diritto internazionale - che l'esercito israeliano ha fatto e sta facendo a Gaza, non possa essere considerata genocidio, ma possa essere sicuramente considerata un crimine di guerra o un crimine contro l'umanità. Perché l'attacco e il coinvolgimento di civili sono assolutamente evidenti da tutte le documentazioni che abbiamo, anche se dovremmo analizzare meglio le informazioni che ricaviamo in modo generico dai media. Escluderei però che si possa parlare di genocidio, se non da un punto di vista propagandistico che secondo me serve a poco.

A proposito di chiarezza sull’uso dei termini, che differenza c’è tra un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità?

I crimini di guerra sono elencati nelle convenzioni di Ginevra. Se si va a vedere lo statuto della Corte penale Internazionale, ci sono decine di atti che possono essere considerati crimini di guerra. Ad esempio il bombardamento e la distruzione di ospedali, di scuole, di edifici religiosi, di culto o di edifici culturali, così come il coinvolgimento di civili nelle uccisioni. Analizzare è estremamente complicato: almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale ogni guerra è in larga parte rivolta contro i civili. Però sicuramente rientrano nei crimini di guerra una serie di torture nei confronti di prigionieri. I crimini contro l'umanità si hanno quando le popolazioni civili sono maggiormente colpite in quanto tali, non in quanto vittime secondarie di azioni militari, magari perché ritenute in qualche modo corresponsabili di quel potere che si vuole colpire. Ma ci sono delle evoluzioni giuridiche.

Quali?

Per esempio, dalla seconda metà degli anni ‘90 lo stupro di massa è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e può essere anche considerato come un mezzo di genocidio. Lo è stato nel caso del Ruanda, in un paio di sentenze. E questa è una delle novità più rilevanti del diritto internazionale, se pensiamo che nelle prime due guerre mondiali le centinaia di migliaia di stupri che ci sono stati erano considerati in qualche modo una inevitabile necessità o comunque una parte della guerra. Da questo punto di vista credo che la lunga inchiesta del New York Times sulla violenza nei confronti delle donne perpetrata da Hamas il 7 ottobre, sia una raccolta di prove significative per la giustizia internazionale.

A proposito di parole legate al 7 ottobre, molti hanno descritto l’attacco di Hamas come un pogrom.

Pogrom è diventato a livello simbolico un termine che indica un massacro indiscriminato. Se vogliamo essere rigorosi, quello del 7 ottobre non mi sembra un pogrom. I pogrom erano violenze spontanee di massa accadute verso la fine dell'800 in una serie di città della Russia e della Polonia nei confronti di comunità ebree locali, in cui ci fu la tolleranza e a volte anche la stessa sollecitazione delle forze dell'ordine. Ma erano il frutto di qualcosa di abbastanza spontaneo. In risposta al ferimento accidentale da parte di ebrei di un bambino non ebreo, la comunità ebraica veniva assalita, molti venivano feriti o uccisi, la sinagoga veniva bruciata e così via. In quel clima molto particolare nasce il termine pogrom. Nel caso del 7 ottobre il carattere spontaneo manca del tutto, nel senso che è stato un'azione organizzata di tipo militare, sebbene vi abbiano partecipato non solo militari, da quello che si è capito, ma anche cittadini della Striscia di Gaza non organizzati militarmente. Però il cuore di quella azione non è stata una rivolta spontanea. Sono anche dell'idea che questa parola sia diventata un modo per definire una violenza di massa concentrata nei confronti di qualcuno. Ma siccome non tutti sanno davvero che cosa vuol dire e come sia nata, si può tollerare questo utilizzo.

Un’altra parola utilizzata per descrivere le gravi discriminazioni subite dai palestinesi è apartheid. Nel corso della sua carriera lei si è occupato molto di apartheid in Sudafrica.

Apartheid è qualcosa di molto preciso che appartiene alla storia del Sudafrica. Si riferisce a quella legislazione nata negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, che tende a codificare e a concretizzare quella che era una politica razzista già esistente precedentemente. Implica una separazione netta e totale, da tutti i punti di vista, della popolazione nera - che in quel caso era la popolazione di maggioranza – da quella bianca che era quella minoritaria e dominante. Dal punto di vista del potere politico, questo significava che i neri non potevano vivere nelle stesse parti della città dei bianchi, tant'è vero che furono costruite le “township” come Soweto, che era la più famosa. C'erano mezzi di trasporto per neri e altri per i bianchi. Negli Stati Uniti del caso di Rosa Parks, che dette inizio alla lotta per i diritti civili nel 1954, nello stesso mezzo di trasporto c'era una parte riservata ai bianchi e una parte ai neri. In Sudafrica, invece,  un nero non poteva salire in nessun mezzo di trasporto dei bianchi. I neri per lavorare avevano dei permessi e dei percorsi obbligatori, quindi c'era veramente questa separazione voluta e completa, che era anche e forte da un punto di vista simbolico. Ora mi sembra che si possono dare vari giudizi sull'occupazione o l'oppressione dello Stato di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e in parte anche della Cisgiordania, ma direi che non si tratta di apartheid. Da una parte perché all'interno dello Stato di Israele, per esempio, i cittadini arabi e palestinesi israeliani hanno diritti di voto come gli altri cittadini. Quelli che vivono nei territori occupati hanno intanto un margine di autorganizzazione che si può giudicare essere più o meno fittizio, ma che comunque esiste. Ad esempio, se ci fosse una politica di apartheid i palestinesi non potrebbero entrare negli ospedali israeliani. Quindi direi che è una forzatura ideologico-propagandistica da parte di tutti quelli che vogliono sottolineare le colpe dello Stato di Israele, alla luce delle sofferenze che effettivamente i palestinesi da decenni hanno in quei territori.

Se secondo lei non possiamo parlare di apartheid, dal momento che questa parola ha un perimetro così preciso, quale termine può definire la condizione dei palestinesi oggi?

Le difficoltà di accesso a servizi di base sono forme di discriminazione e di oppressione diversificate. Anche perché negli ultimi venti trent'anni le condizioni sono cambiate. Sono diverse da quando la Striscia di Gaza era occupata militarmente dallo Stato di Israele e ha lasciato l’autonomia. Nei primi anni c'era una un'oppressione generale, ma non quel controllo che, per esempio, aumenterà molto di più dopo con l'operazione Piombo Fuso, una reazione violenta a degli attacchi missilistici di Hamas e che ha provocato questa struttura di contenimento/oppressione della Striscia nel suo insieme. Non riesco a trovare una parola simbolo, se non “forme di oppressione e di discriminazione”, che vanno elencate e valutate e che sono difficili da riassumere.

Un'altra parola molto evocativa è ghetto. Masha Gessen sul Newyorker ha paragonato Gaza ai ghetti della seconda guerra mondiale e ne è scaturita un’ampia polemica. Che cos’è un ghetto? Si può dire che Gaza sia un ghetto?

I ghetti hanno una storia molto precisa. Ci sono quelli dell'epoca medievale o inizio dell'età moderna e quelli della Seconda guerra mondiale, che l'occupazione tedesca ha instaurato nelle città europee. Di nuovo. Credo che sia un modo per cercare di dare un'idea emotiva forte di una condizione che sicuramente è spesso analoga a quella di un ghetto, nel senso che è non facile se non addirittura impossibile, per la gran parte dei palestinesi, uscire quando vogliono. Però la struttura del ghetto era molto diversa e quindi se si usano questi paralleli storici bisognerebbe adeguarli e spiegarli in questo modo. Il rischio è proprio di non far capire la diversità che c'è tra una struttura di oppressione di oggi rispetto a strutture di oppressione che erano presenti nel passato. Del resto il ghetto di Varsavia era diverso dal ghetto di Venezia del 1400. Il nome era lo stesso solo perché riguardava gli ebrei.

Torniamo a parlare di genocidio. Raphael Lemkin, il coniatore di questo termine, scrisse anche degli aspetti culturali delle politiche genocidarie. Alla fine, però, nella Convenzione sul genocidio del 1948 questo concetto fu lasciato cadere. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina si è parlato dell’intenzione del Cremlino di perpetuare un genocidio culturale verso le popolazioni invase. Dal momento che questa definizione non fa parte della Convenzione, secondo lei ha senso parlare di genocidio culturale e quindi denunciarlo?

L’dea che Lemkin aveva di genocidio culturale era molto ampia e non particolarmente specificata. Il genocidio culturale non fu inserito nella Convenzione del ’48 perché grandi potenze come la Francia e la Gran Bretagna erano all'epoca potenze coloniali e quindi rischiavano di poter essere accusate di genocidio culturale. Inoltre ci fu l'intervento del delegato siriano alle Nazioni Unite che disse che non si possono equiparare la distruzione di una biblioteca e la distruzione di un gruppo umano. La risposta ovvia è che le cose sono collegate, perché nel momento in cui si distrugge la biblioteca di un gruppo spesso si sta anche distruggendo il gruppo stesso.

Oggi ci sono giudizi della giustizia internazionale e una serie di prese di posizione che hanno ampliato la possibilità di considerare il genocidio culturale. Credo che sia difficile che possa essere usato come elemento del genocidio, se non in presenza di una volontà di sterminio fisico anche del gruppo stesso.

Per quello che riguarda l’Ucraina, io credo che forse l'unico esempio in cui si potrebbe parlare di genocidio è il caso di Bucha, che è analogo a quello di Srebrenica. Sono casi in cui un evento particolare ha avuto un carattere genocida. Per quanto riguarda la Russia di Putin, al netto di questo singolo episodio, sicuramente ci sono stati crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

L’ultima domanda non può che essere sulla prevenzione del genocidio oggi. Quali sono i contesti più a rischio oggi, di cui si parla però meno a livello mediatico?

Se guardiamo alle violenze nei confronti di minoranze o gruppi specifici che stanno accadendo oggi nel mondo, ci accorgiamo che quelle che - da un punto di vista numerico e spesso anche dal punto di vista della potenza distruttrice - sono totalmente messe in silenzio rispetto ai due casi più in vista, quello israelo-palestinese e quello russo-ucraino. Anche quest’ultimo, tra l'altro, dopo l'attacco del 7 ottobre è diventato in qualche modo meno rilevante. Se noi pensiamo che il numero di uccisi ogni giorno in Siria o nello Yemen era decine di volte superiore, capiamo che c'è un una diversità di atteggiamento che rende estremamente complicato poter affrontare il tema della prevenzione dei genocidi.

Nei confronti di quello che sta accadendo in Medio Oriente l'attenzione mediatica del mondo intero rende di fatto impossibile un genocidio, tant’è vero che si parla di genocidio già prima che questo venga compiuto. Negli altri casi non sappiamo se sta avvenendo o no, perché non sappiamo se i gruppi che sono colpiti oggi in Siria, nello Yemen o in altre parti del mondo, pensiamo all'Africa e altre parti dell'Asia, siano dei gruppi che rischiano davvero. Perché c'è una logica geopolitica e mediatica che ovviamente fa una forte distinzione.

In questo contesto, quali sono gli strumenti concreti che si hanno oggi per prevenire un genocidio?

La prevenzione può esistere su due piani. Mettendo in evidenza i primi livelli di discriminazione che avvengono nei confronti di qualche gruppo. E oggi avviene per lo meno in una cinquantina di Paesi, nei confronti dei quali però la comunità internazionale non ha gli strumenti o non vuole avere gli strumenti per poter far nulla. L'altra è quella di poter intervenire nei momenti in cui la violenza diventa più forte e in cui l'intervento può essere possibile. Non solo per il genocidio, ma anche per i crimini di guerra o per i crimini contro l'umanità. Ricordiamo il caso della Siria, uno dei luoghi con il numero maggiore di vittime degli ultimi anni, in cui il presidente Obama aveva annunciato un intervento qualora si fosse superata la linea dell'uso ripetuto di un'arma letale e proibita come i gas. Poi invece non se ne fece nulla, continuarono i massacri indiscriminati di civili e in più venne lasciata alla Russia di Putin la possibilità di inserirsi in quella zona come potenza rilevante. Credo che questo vada ricondotto alla difficoltà che oggi esiste a livello interno nazionale di garantire un equilibrio e un diritto che, per quanto parziali, nel corso della Guerra fredda avevano avuto delle proprie regole grazie alle due superpotenze e che in questo secolo, invece, sono messe continuamente in discussione. Il nuovo mondo multipolare non ha ancora trovato le sue fondamenta dal punto di vista sia politico sia del diritto.

Joshua Evangelista, Comunicazione Gariwo

12 gennaio 2024

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