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"A rischio la sopravvivenza della NATO", il caso Groenlandia e la minaccia di Trump

Bianca Senatore intervista Vittorio Emanuele Parsi

Le mire degli Stati Uniti sulla Groenlandia si fanno di giorno in giorno più pressanti e Donald Trump, a giorni alterni, ne minaccia l'invasione militare. La situazione sta creando dei grossi problemi all'interno dell'Alleanza Atlantica e una conquista statunitense dell'isola rappresenterebbe, di fatto, la fine della NATO. I Paesi europei provano a far la voce grossa, minacciando contro-dazi in risposta a quelli imposti dalla Casa Bianca, mentre il segretario dell'Alleanza, l'olandese Mark Rutte, incontrerà presto proprio il presidente americano a Davos, in Svizzera. La spirale che Trump ha innescato è molto pericolosa, come ha confermato anche Vittorio Emanuele Parsi, professore di relazioni internazionali all'Università Cattolica di Milano.

Professore, come vede la situazione che si sta delineando sulla Groenlandia?

È evidentemente una minaccia gravissima, che mette in discussione la stessa sopravvivenza della NATO. A differenza della grande crisi del 2003, durante la guerra in Iraq, qui non parliamo di divergenze di opinione tra alleati su Paesi terzi. In questo caso è l’alleato maggiore che minaccia direttamente la sicurezza degli alleati minori. La gravità, quindi, è enorme.

Secondo lei è a rischio l’esistenza stessa della NATO?

Sì, perché l’esistenza e l’efficacia politica della NATO erano già state seriamente compromesse dagli atteggiamenti di Trump nei confronti di Putin sulla guerra in Ucraina. Questo lasciava intravedere una spaccatura politica profonda. La NATO è innanzitutto un’alleanza politico-militare, la cui credibilità si fonda sull’esistenza di una comunità di sicurezza. Tutto ciò che Trump ha fatto finora ha messo fortemente in dubbio questa comunità. Le minacce sulla Groenlandia, al di là della loro eventuale realizzazione concreta, dicono chiaramente una cosa: per Trump la comunità transatlantica è morta e sepolta.

Come dovrebbero comportarsi gli Stati che invece vorrebbero tenere in vita l’Alleanza, almeno formalmente, di fronte a un’eventuale aggressione?

Prima di tutto bisogna fare di tutto per prevenirla. È quello che alcuni Paesi NATO hanno cercato di fare mostrando che la sicurezza artica della Groenlandia è una responsabilità condivisa tra europei e americani. Era un tentativo di smontare uno degli argomenti utilizzati da Trump. Il problema è che Trump sa benissimo che quelle che dice sono, sostanzialmente, balle. La volontà di occupare la Groenlandia non nasce da esigenze di sicurezza, ma da due fattori: da un lato il tentativo di appropriarsi delle risorse, e quando diciamo appropriarsi non parliamo solo degli Stati Uniti, ma anche della famiglia Trump e dei suoi accoliti, dall’altro una megalomania completamente fuori controllo. Trump vuole passare alla storia, nella sua testa, come il presidente che ha realizzato una delle più grandi acquisizioni territoriali degli Stati Uniti. Siamo al delirio. Gli Stati dovrebbero smetterla con l’atteggiamento di appeasement, che è totalmente controproducente con tutti i leader autoritari, che si chiamino Putin o Trump. Non cambia nulla. Se si cede agli aggressori, questi imparano solo una cosa: che devono insistere.

Questa vicenda potrebbe creare un precedente anche per l’Artico, ad esempio per le Svalbard?

Sì, perché, intanto, lascia ancora più mano libera a Putin in Ucraina e gli fa capire che dovrà confrontarsi al massimo con europei uniti – se saranno capaci di esserlo – ma non più con gli Stati Uniti come forza di supporto. Sul fronte artico, inoltre, si lancia il messaggio che chiunque ritenga di avere un interesse, può usare la forza se non viene ascoltato. Trump, in ogni caso, non va visto come qualcuno che costruisce precedenti coerenti: ignora i precedenti, pesca nella storia quando gli conviene e nega quelli degli ultimi ottant’anni se non gli sono utili. Se i russi facessero qualcosa di simile alle Svalbard, dubito che Trump applicherebbe a loro lo stesso metro che applica a sé stesso. Quindi, l’unica strada possibile è mostrare fermezza. Serve una reazione europea unitaria, a cominciare dalla questione dei dazi.

Veniamo proprio all’Unione europea. In questo momento appare del tutto ininfluente. Cosa dovrebbe fare?

L’Unione europea è una realtà composita: da un lato ci sono le istituzioni comunitarie, dall’altro la volontà degli Stati membri. È evidente che esistono posizioni diverse, più o meno audaci, ma soprattutto c’è una frattura profonda sul futuro dell’Europa. Dobbiamo decidere se vogliamo un’Europa federale o comunque fortemente coesa, oppure un’Unione ridotta a poco più di un’unione economico-monetaria. È una questione di fondo.

E se non si riesce a reagire in modo unitario?

Se non reagiamo a livello complessivo, immaginiamoci cosa possiamo fare a livello dei singoli Stati. Trump ha chiarito nella sua strategia di sicurezza nazionale che intende indebolire il più possibile la coesione europea, rendendo l’ambiente internazionale sempre più dominato dalla forza bruta. È un contesto in cui l’Unione europea, oggi, si muove con enorme difficoltà. Allo stesso tempo, Trump lavora dall’interno, sostenendo forze ostili al progetto europeo: l’estrema destra, ma non solo. Anche molte forze populiste di sinistra non mostrano un vero sostegno al progetto europeo. In Italia, Spagna, Francia, sono molti di più quelli che criticano l’Europa per distruggerla rispetto a quelli che la criticano per migliorarla.

Quali scenari prevede per i prossimi mesi?

È difficile dirlo. La situazione cambia di giorno in giorno. Al netto di chi è in malafede o al servizio di potenze straniere, che esistono nei parlamenti e nei media, anche tra i benintenzionati con opinioni diverse resta da capire cosa faranno le leadership. Probabilmente, procederanno passo dopo passo, valutando di volta in volta le mosse più efficaci. Un punto fermo però sembra esserci: bisogna imparare una cosa fondamentale. Con gli aspiranti tiranni e con i tiranni veri l’appeasement non porta a nulla. La fermezza è l’unica strategia possibile. Lo abbiamo già visto, anche sulla questione dei dazi.

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Foto di Quintin Soloviev, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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