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Affrontare l’incertezza, abitare la complessità del mondo contemporaneo

Intervista a Mauro Ceruti, professore, scrittore e filosofo teorico del pensiero complesso

In occasione del corso di formazione per docenti dal titolo: Per un umanesimo della responsabilità. Ascolti e dialoghi aperti alla comunità educante del 18 marzo a Correggio, ho incontrato Mauro Ceruti, scrittore, professore e pensatore italiano che ha elaborato la preziosa lezione di Edgar Morin sul pensiero complesso. A nome della Commissione Educazione di Gariwo, approfittando della sua cortese disponibilità, gli ho posto alcune domande a partire dal suo ultimo libro Umanizzare la modernità. Un nuovo modo di pensare il futuro.


Professor Ceruti, nel suo saggio Umanizzare la modernità lei sottolinea la necessità di cambiare paradigma per comprendere le novità e le incertezze di questo momento di crisi. Sul piano del pensiero significa ragionare in termini di “complessità”. Qual è la svolta epistemologica che ci apre ad una visione diversa?

    Per comprendere la condizione umana inedita emergente dai processi di globalizzazione, per comprendere che la Terra non è solo un pianeta del sistema solare ma una totalità complessa fisico-biologico-antropologica, dove la vita è un’emergenza della storia della Terra e l’uomo è un’emergenza della storia della vita terrestre, per comprendere che la crisi principale che stiamo vivendo non si identifica con questa o quell’altra crisi (il clima o la guerra o le pandemie…), ma è l’intrico e l’interconnessione di molteplici crisi, dobbiamo attrezzarci con un nuovo pensiero. Abbiamo vissuto finora in una modernità “cartesiana” abituata a ridurre e scomporre i problemi, a separare e considerare opposti gli elementi della realtà (uomo-natura, ragione-affetti e così via). Oggi, scopriamo che questo paradigma non conduce alla soluzione del problema, ma a una conoscenza inadeguata di esso e, quindi, al rischio di aggravarlo. Questa modernità è il “problema” stesso di cui divenire coscienti attraverso lo spirito critico che ereditiamo dalla parte migliore e dalla storia migliore della modernità! Il libro invita a mettersi su questa strada, per generare un pensiero nuovo, cioè un pensiero del contesto e del complesso. Un pensiero del contesto capace di pensare in termini planetari la politica, l’economia, la demografia, l’ecologia, la salute, la salvaguardia dei “beni comuni” e della pace. Un pensiero del complesso capace di collegare ciò che è disgiunto e settoriale, i saperi frammentati e chiusi nello specialismo, che rispetti il diverso pur riconoscendo l’uno, che tenti di discernere le interdipendenze.

    Hannah Arendt affermava che “non l’Uomo ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”. Anche lei condivide il pensiero che sia necessario interrogarsi sull’inedita e attuale “condizione umana”. In cosa consiste la scommessa di un “umanesimo planetario”?

    La difesa da parte di Hannah Arendt della diversità e della pluralità umana nasceva dalla necessità di smascherare le ideologie totalitarie, che propugnavano una concezione astratta, enfatica, essenzialista dell’Uomo, al punto da rendere superflui gli “uomini” e, quindi, considerarli manipolabili o irrilevanti rispetto al disegno politico totalitario. Oggi, però, la condizione dell’umanità planetaria ci impone di porre l’accento sia sull’unità sia sulla diversità, nel senso che essa è comprensibile solo come unitas multiplex o unità complessa. L’unità complessa è proprio questa: l’unità nelle diversità, le diversità nell’unità, l’unità che produce la diversità, la diversità che riproduce l’unità.
    D’altra parte, la stessa Arendt, sulla scia del maestro Karl Jaspers, dopo gli orrori dell’Olocausto, faceva appello a una “colpa metafisica” di tutti in quanto appartenenti al genere umano e, pertanto, parimenti corresponsabili del male compiuto dall’umanità, a prescindere dall’appartenenza nazionale o etnica specifica di chi perpetra direttamente questo male. Oggi la condizione planetaria rende l’umanità una realtà concreta e non più un’idea astratta. È questo il punto di forza e di appoggio di un umanesimo rigenerato e inteso come umanesimo planetario. L’umanesimo moderno era segnato da un universalismo potenziale, che ora si concretizza in virtù dell’interdipendenza concreta fra tutti gli esseri umani che condividono una comunità di destino, generata da una possibilità inedita, la possibilità di autosoppressione dell’umanità, a causa dell’arma nucleare, che peraltro prolifera sempre più, dell’impatto della potenza tecnologica sull’ambiente terrestre.

    Lei riporta, nel saggio, questa affermazione del suo maestro Edgar Morin: “Non potremo eliminare il dispiacere e la morte, ma possiamo aspirare a un progresso nelle relazioni fra esseri umani, individui, gruppi, etnie e nazioni. Rinunciare al migliore dei mondi possibili non significa rinunciare a un mondo migliore”. Con l’attuale situazione geopolitica e i venti di guerra che ci avvolgono sembra una meravigliosa ma irraggiungibile utopia. Cosa significa, in concreto, “non rinunciare”? Da dove partire? In cosa consiste “l’etica planetaria”?

      “Non rinunciare” significa nutrire una ragionevole speranza, fondata sul fatto che, anche nei momenti più tragici della storia umana, e basti pensare alla prima metà del secolo scorso, nella lotta eterna tra le forze di Thanatos e di Eros, per riprendere l’immagine del Disagio della civiltà di Freud, le prime non hanno mai prevalso definitivamente e irreversibilmente sulle seconde. La presa di coscienza della comunità di destino terrestre, di cui parlavo prima, deve essere l’evento chiave del nostro secolo. Le sorgenti dell’etica sono la solidarietà e la responsabilità. Ebbene, questa presa di coscienza diventa l’occasione per estendere la solidarietà e la responsabilità oltre le comunità ristrette o chiuse a cui è stata sinora circoscritta, fino alla comunità di destino planetaria, senza cessare di essere coltivate nelle comunità esistenti. L’etica planetaria è la forma più avanzata di quella che Henri Bergson chiamava “morale aperta” e propria di un’umanità capace di pensarsi “una e molteplice”.

      “L’uomo creatore di senso è colui che converte la vulnerabilità in valore”, come dice Elena Pulcini da lei citata nel libro. La politica di dominio, che sempre più prende piede anche nel nostro mondo con radici democratiche, converte la vulnerabilità in paura. Come educare le nuove generazioni alla razionalità critica e autocritica per rifondare una società e una politica che, con intelligenza libera, scelgano il bene comune? Che cos’è "l’umanesimo della cura"?

        Viviamo in un mondo complesso nel quale, anche a causa di una più stretta interdipendenza e di una accresciuta potenza tecnologica, sia la scienza sia la politica devono riconoscere i loro limiti di previsione e di controllo. Il sogno della prima modernità, quello di combinare un potere sovrano e un sapere sicuro è definitivamente tramontato, e, direi non a malincuore, considerati i “mostri” che ha generato con le avventure totalitarie del Novecento. Educare ad affrontare l’incertezza, ad abitare la complessità del mondo contemporaneo, a gestirne le vulnerabilità “sistemiche”, è il compito principale della scuola del futuro. Solo questo può far crescere le difese immunitarie verso una politica “eroica” e demagogica che, alimentando la paura, si propone di sedurre con ricette sempliciste o complottiste e spinge ad abbracciare i miti del passato, a cominciare da quello più abominevole: il nazionalismo. E, al contrario, solo questo può rispondere alla domanda di “cura” che proviene da un mondo e da un futuro incerti. Solo questo può garantire il necessario cambio di rotta che le crisi globali impongono alla nostra civiltà, in senso ecologico, innanzitutto. Avere cura del mondo per avere cura di sé e gli altri, avere cura di sé e degli altri per avere cura del mondo: questo è l’umanesimo della cura, che fa da contraltare alle vie di fuga illusorie del transumanesimo.
        Avverto una coscienza sempre più diffusa di queste sfide nelle nuove generazioni, in quelli che chiamerei i “figli della complessità”, che hanno vissuto già il trauma della pandemia e che sono nati nell’habitat della rivoluzione digitale in corso. Ogni rivoluzione scientifica o tecnica apre porte attraverso cui si può entrare in nuovi mondi per il bene o per il male, come è accaduto con la fisica delle particelle, nel secolo scorso, d’altra parte. E Internet dota, per la prima volta, l’umanità planetaria di un sistema nervoso-cerebrale artificiale che si rivela una risorsa cruciale per farsi carico del nostro destino comune e per costruire una cittadinanza terrestre, e non più solo nazionale, regionale o locale. In un frammento postumo, Friedrich Nietzsche scriveva: “Il nichilista è colui che, del mondo qual è, giudica che non dovrebbe essere e, del mondo quale dovrebbe essere, giudica che non esiste”. Ebbene, Umanizzare la modernità è un libro che si rivolge ai “figli della complessità”, dicendo loro: non c’è più tempo e non c’è più spazio per la rassegnazione o l’indifferenza dello “spirito nichilista”, perché si profila la grande e inedita opportunità di essere costruttori attivi del mondo quale dovrebbe essere e che, finalmente, coincide con il mondo quale è: una comunità di destino terrestre

        Cosa suggerirebbe a giovani studenti per mettere in atto l’etica della responsabilità di fronte alle situazioni di palese ingiustizia a cui assistiamo oggi legate a flussi migratori, disparità di genere, disuguaglianze economiche, oppressione della libertà (in ogni sua forma), violenza dei poteri forti?

        Per molto tempo, dopo la seconda guerra mondiale, e poi con un’altra accelerazione dopo il crollo del muro di Berlino, la parola d’ordine è stata: “Modernizzare!”. Questa ingiunzione alla modernizzazione è nata in sintonia con il mito tecnocratico del progresso. Cosa diceva questo mito? Avanziamo nella scienza, avanziamo nella tecnologia, avanziamo nell’industrializzazione, così avanzeremo nel benessere, nella felicità, nella pace, così ci lasceremo alle spalle le guerre, la povertà, la crudeltà, la barbarie. Ma oggi possiamo sapere che la marcia di questa modernizzazione è una marcia verso la distruzione o verso catastrofi imprevedibili. I giovani si confrontano con gli effetti perversi delle pressioni verso questa modernizzazione, su scala locale e planetaria: l’inquinamento, il riscaldamento, la precarizzazione del lavoro, le migrazioni climatiche ed economiche, i rischi di apocalisse nucleare…
        Il punto di svolta è comprendere che non inseguire più questo must della modernizzazione non significa automaticamente abiurare tout court la modernità e abbandonare l’idea di progresso. Al contrario. In un mondo in cui tutti condividiamo le stesse minacce e corriamo gli stessi pericoli, significa recuperare la promessa mancata della modernità: la fraternità. Bisogna ripartire da questa, per difendere la libertà e contrastare le disuguaglianze. E significa reintrodurre l’essere umano come fine e soggetto della politica. Da questo cambiamento di paradigma, di cui le future generazioni possono diventare l’avanguardia, possono scaturire nuovi “progressi”, nuove invenzioni istituzionali, nuovi traguardi di civiltà. D’altra parte, c’è mai stata una causa così grande, nobile, necessaria come la causa dell’umanità per sopravvivere, vivere e umanizzarsi, insieme e inscindibilmente? Ecco, la causa per la quale suggerisco ai giovani di impegnarsi.

        Lei afferma che l’evento rivelatore del nostro tempo è il percepirsi come una “involontaria comunità di destino” che dovrebbe “obbligarci” a uscire dall’età della guerra e dello sfruttamento incondizionato dell’ambiente. L’esempio dei Giusti che noi onoriamo nei Giardini e facciamo conoscere sia alla società civile, alle istituzioni e soprattutto nelle scuole, ci testimoniano che non abbiamo bisogno di eroi ma di donne e uomini che , nelle situazioni non scelte che hanno attraversato, hanno saputo far fiorire la loro umanità. Le chiedo di scegliere, tra loro, una figura a lei particolarmente cara…

          Dietrich Bonhoeffer, che per la vita diede la vita.

          Arianna Tegani, Commissione educazione Gariwo

          9 aprile 2024

          Bibliografia

          Umanizzare la modernità. Un nuovo modo di pensare al futuro di Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, Raffaello Cortina Editore (2023)

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