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All’indomani dei campi di concentramento, ci sono stati dei giovani che hanno costruito l’Europa

intervista a Evelyne Sitruk, presidente del Centro Edmond Fleg di Marsiglia

Le Centre Edmond Fleg, il centro socio-culturale ebraico di Marsiglia, è presente dal 1964 nel cuore della città e porta avanti la missione di far rivivere e condividere la cultura ebraica con quante più persone possibile. Offre una vasta gamma di attività educative, culturali, sociali, ricreative che aiutano a nutrire e rafforzare i legami sociali.

Abbiamo chiesto alla presidente del Centro, Evelyne Sitruk, che era in Israele al momento dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ruolo possono assumere queste attività nel periodo storico che stiamo vivendo e in una paese come la Francia, in cui la questione dell’antisemitismo ha radici profonde. Abbiamo chiesto inoltre a Sitruk qual è, in questo momento, in Francia la situazione del dialogo tra la comunità ebraica e quella musulmana. 

Il Centre Fleg lavora ormai da qualche anno con la Fondazione Gariwo per il progetto del primo Giardino dei Giusti in Francia; il primo passo simbolico è stato già fatto nel 2022 con la dedica di tre alberi presso il Centro.
Sitruk ci racconta che valore ha l’incontro tra il messaggio dei Giusti e la sfida culturale di raccontare la cultura ebraica da un ampio punto di vista.


Il 7 ottobre ha fortemente stravolto la terra intera. 
In generale, si può dire che in Israele la sorpresa sia stata totale (anche se non lo è stata per me). Dopo quanto accaduto nella guerra del Kippur, il pensiero diffuso era che Israele non avrebbe mai più potuto farsi sorprendere in quel modo.

La violenza è stata incredibile, e con questo termine intendo che sono successe cose inimmaginabili. 
Israele è un paese che convive regolarmente con aggressioni e violenze, ma si tratta di un tipo di violenza che potremmo definire “militare”. In questo caso, invece, si è verificato un grado di barbarie che ha scioccato tutti, la comunità ebraica internazionale, il mondo. 

Io ero in Israele il 7 ottobre. Ero a Gerusalemme, vicino alla Cisgiordania e lontano da Gaza. Ho visto le persone, i giovani, mobilitarsi immediatamente in modo così brutale. Doveva essere un giorno di festa, era Shabbat…
Ricordo il sentimento che ho provato quel primo giorno, dissi a mia sorella: “come ragazzi e ragazze, dopo aver visto questa aggressione inaspettata, potranno pensare al futuro?”, perché un dopo ci dovrà essere, non potrà essere un’apocalisse. 

Poteva sembrare aberrante dire una cosa del genere in quel momento, in cui era predominante sentirsi sopraffatti dal sentimento di vendetta, che poteva essere, per certi versi, anche comprensibile. Io però pensavo che, nonostante quello che stava succedendo ci toccasse profondamente, bisognava immaginare un avvenire.

In questo senso, sembrava utile ricordare che, all’indomani della Seconda guerra mondiale, all’indomani dei campi di concentramento, ci sono stati dei giovani che hanno costruito l’Europa. La Francia e all’Italia sono state tra coloro che l'hanno costruita.

Io ho tutta la mia famiglia in Israele e siamo sempre in contatto. Si è dovuto cambiare il modo di vivere ogni giorno: i giovani al fronte, i bambini che smettono di andare a scuola, le madri che non possono più lavorare perché i bambini sono a casa, scendere nei rifugi dieci volte al giorno. È il quotidiano.

Una cosa invece straordinaria è stata che prima del 7 ottobre una grande parte della popolazione israeliana manifestava regolarmente ogni sabato sera per le strade contro la riforma della giustizia proposta dal governo Netanyahu e per la democrazia. I cittadini israeliani sono stati accusati di essere dei traditori. Quelle sono le stesse persone si sono organizzate subito per accogliere i rifugiati che venivano dal sud e dal nord, per portare cibo nei luoghi di raccolta, e che hanno continuato a manifestare per il ritorno degli ostaggi. Rappresentano una popolazione dinamica, che cerca di difendere il proprio paese ma anche di difendere i propri valori.

Come vivere insieme

Dopo il 7 ottobre, si è iniziato a parlare di un nuovo antisemitismo, una nuova ondata.

Con il Centro culturale Edmond Fleg, che si occupa di diffondere la cultura ebraica in senso più ampio, abbiamo dovuto adattarci a questo sentimento. Inizialmente, abbiamo annullato delle attività che sarebbero risultate troppo “festive”; poi, come prima cosa, abbiamo organizzato una serata per diffondere consapevolezza sulla questione degli ostaggi, perché a Marsiglia se ne parlava ma nessuno si era ancora mobilitato in questo senso, per chiedere la loro liberazione e che le persone non venissero trattate come armi di guerra.

Sono venute molte persone fortunatamente, anche se il tema centrale non era tanto quanti partecipassero, ma soprattutto avere una risposta della stampa, che c’è stata. In più, abbiamo organizzato una zoom call con il già ambasciatore di Francia in Israele Daniel Shek, la cui associazione si stava occupando della questione. In quella serata, ci siamo detti che avremmo riorganizzato la nostra attività sempre preservando il solo fine della conoscenza, non con scopi politici. Inoltre, al Centre Fleg, abbiamo pensato che, per fare chiarezza, era necessario affrontare le varie tematiche separatamente: la guerra con Hamas, il tema degli ostaggi e quello dell’antisemitismo.

Oltre alla serata per gli ostaggi, abbiamo organizzato quindi un colloquio sull’antisemitismo per ricostruire la sua storia in Europa, attraverso l’auto di storici, analisti e sociologi. Questo ci ha permesso di riflettere sulla situazione in cui ci troviamo oggi. Non siamo un organismo politico, facciamo dibattiti storici, sociologici, culturali, per aiutare a comprendere.

Un altro soggetto importante che trattiamo è come vivere insieme. In occasione dell’hanukkah, la festa delle luci, abbiamo organizzato un concerto, che era stato annullato a seguito del 7 ottobre, al quale abbiamo invitato tutte le comunità marsigliesi, credenti e non (anche i non credenti hanno una loro spiritualità), ebrei, musulmani, protestanti, per parlare di una luce per illuminare il mondo che si inserisce in quella che è la storia di Gariwo e del suo lavoro sui Giusti. Ognuno ha potuto esprimersi liberamente. È stato il nostro ultimo evento per il 2023.

In questo momento, il dialogo tra la comunità ebraica e quella musulmana in Francia non è facile e possiamo comprenderne il motivo. Non certo perché pensiamo per esempio che siano tutti d’accordo con Hamas, assolutamente no; ma perché non è facile creare le occasioni di incontro tra le nostre comunità soprattutto su un tema così delicato. I musulmani che partecipano alle nostre attività, per esempio, si vedono accusati di sostenere gli ebrei, di sionismo ecc.

Per il 2024 abbiamo in programma di occuparci anche della posizione che il mondo femminista ha assunto rispetto alle violenze perpetrate sulle donne il 7 ottobre e, ovviamente, del conflitto israelo-palestinese. Affronteremo tutti questi soggetti separatamente, perché altrimenti non si capisce più nulla.

I Giusti, una ricchezza in più

Per raccontare che valore avrebbe oggi, in questo presente difficile, un Giardino dei Giusti in Francia devo risalire al mio primo incontro con Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo. È successo quasi per caso, ma dal nostro confronto ho tratto alcune delle risposte alle domande che mi sono sempre posta sulla memoria. Mi dicevo che nella comunità ebraica la memoria riguardava principalmente la Shoah, mentre mi sembrava una risposta educativa estremamente importante quella di aprirci anche al dolore degli altri e alle storie di coraggio che si sono verificate in altri contesti tragici. È un messaggio che può essere raccontato già ai bambini più piccoli. 

Da quel momento le nostre attività al Centro Fleg si sono fondate su questo tema, sul fatto che è sempre possibile in ogni contesto compiere atti di coraggio per l’umanità. Il nostro lavoro al Centro può portare qualcosa in più a quello di Gariwo sulla memoria dei Giusti e, allo stesso modo, i Giusti possono apportare una ricchezza in più alle nostre attività.

12 gennaio 2024

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