«Sono appena andata a dichiarare la mia appartenenza al sangue ebraico» annotò Etty Hillesum nel suo diario del 1941. Il modulo di registrazione che dovette compilare comprendeva dieci domande. La più importante per i nazisti era la numero nove: «Quanti sono i tuoi nonni ebrei?». «Quattro» rispose Etty in tutta sincerità. Quella risposta segnò per sempre il suo destino.
Di Etty Hillesum conosciamo soprattutto i suoi diari, scritti tra il 1941 e il 1942 e pubblicati in versione integrale da Adelphi nel 2012. Pagine fitte, scritte una in fila all’altra dietro alla sua scrivania, il luogo che Etty chiamava «il posto più bello del mondo». La vita di Etty Hillesum è scandita proprio da quei diari: esiste un prima e un dopo, come se l’inizio della scrittura, su consiglio dello psicochirologo e amante Julius Spier, avesse segnato la sua seconda nascita. Ma chi era Etty Hillesum prima dei diari? Cosa sappiamo della sua infanzia a Deventer, trascorsa in una casa che era «uno strepitoso miscuglio di barbarie e alta cultura»? Chi erano quei genitori dai quali voleva a tutti i costi emanciparsi per imparare a camminare da sola? Judith Koelemeijer, con una cura deliziosa per i dettagli e una penna in grado di incantare anche chi di Etty Hillesum conosce solo il nome, ripercorre quel «prima» che nei diari non compare, ma che costituisce le fondamenta di una donna che ha abbracciato la vita e l’ha amata fino alla fine.
Ho iniziato a leggere Etty Hillesum. Il racconto della sua vita (Koelemeijer, Adelphi, 2025) perché avevo bisogno di rispondere a una domanda che mi perseguitava da tempo: come ha fatto una donna ebrea di soli ventisette anni a raggiungere la consapevolezza che se si fosse trovata davanti un tedesco indifeso l’avrebbe salvato? In che modo questa ragazza, uscita da poco dall’università, è riuscita a eliminare ogni forma di desiderio di vendetta nei confronti del nemico? Un nemico che, ricordiamoci, aveva ordinato il totale annientamento del suo popolo e di tutte le persone che amava.
Per Etty Hillesum l’odio era una malattia dell’anima. Nessuno, neanche il più temuto gerarca nazista, avrebbe avuto il potere di decidere cosa Etty avrebbe dovuto pensare. I pensieri di Etty erano liberi e lo sarebbero stati per sempre, anche il mattino in cui dal campo di Westerbork partì in direzione Auschwitz e non fece più ritorno. «I nazisti potevano anche accanirsi contro di lei» scrive Judith Koelemeijer nel suo libro, «ma l’umiliazione chiede sempre due parti: l’una che umilia e vuole umiliare, l’altra - la più importante - che si lascia umiliare. Se si è immuni all’umiliazione, se le si impedisce di andare a segno, questa si scioglie come neve al sole».
Judith, partiamo proprio dalle radici. Prima di offrirsi per lavorare con il Consiglio ebraico a Westerbork, Etty è stata una delle donne più emancipate del Novecento. Spesso il talento femminile dell'epoca veniva soffocato, ma lei seppe trovare il suo spazio, rifiutando il ruolo di semplice musa anche nel rapporto con Spier. Lui è riuscito a far sbocciare Etty e a portare a galla un talento che lei custodiva segretamente. Ma ciò che è rimasto alla fine di questa storia è il racconto di Etty. Spier è sempre rimasto dietro le quinte, è stato il motore della sua crescita, colui che ha collaborato alla sua fioritura. Possiamo intendere Etty come una figura d’avanguardia? Quali aspetti del suo carattere ne hanno determinato l'emancipazione?
Etty Hillesum era una persona e una pensatrice indipendente. Non voleva schierarsi con nessun partito politico o chiesa, né era fedele nelle relazioni che aveva con gli uomini, semplicemente non voleva legarsi a niente e a nessuno. Credo che questi aspetti definissero la sua emancipazione: Etty non era un'attivista che si impegnava consapevolmente per i diritti delle donne. Per anni ebbe una relazione segreta con il suo padrone di casa, Han Wegerif, che lei stessa definiva una “vita coniugale”, all'interno della quale seguiva comunque la propria strada. Mentre scrivevo la mia biografia, ho scoperto che nella cerchia di amici di Etty c'erano altre donne che seguivano con determinazione la propria strada. Mi ha sorpreso che queste studentesse avessero già adottato atteggiamenti così indipendenti negli anni Trenta. Penso che negli anni Cinquanta ci sia stata una forte “restaurazione”, che ha portato a dimenticare il fatto che alcune donne nei circoli studenteschi degli anni Trenta erano già piuttosto emancipate.
Etty è riuscita a esprimere la sua emancipazione attraverso la scrittura. Sappiamo però che per lei il confine tra realtà e immaginazione era labile. Lo vediamo molto bene nel racconto che fa di lei Dicky de Jonge, la sua giovane amica: «Etty tendeva a romanticizzare, insaporendo tutto con una gustosa salsina». Questo solleva un interrogativo etico e storico: è possibile che abbia romanticizzato anche l'orrore del campo di Westerbork nelle sue celebri lettere? Come tracciamo il confine tra cronaca e narrazione letteraria?
Etty era una scrittrice in tutto e per tutto. Fin da piccola era costantemente impegnata a catturare le sue esperienze con le parole nella sua mente e leggeva voracemente. Possedeva una potente immaginazione, che a volte la portava a vedere e vivere le cose in modo diverso dai suoi amici o coetanei più con i piedi per terra. Tuttavia, non credo che le sue lettere da Westerbork presentino un'immagine “romantica” della vita nel campo, al contrario, descrive in modo molto dettagliato la terribile realtà della partenza di un trasporto. Considerate queste parole: «Mio Dio, tutte quelle porte si stanno davvero chiudendo? Sì, è così. Le porte si stanno chiudendo sui vagoni merci stipati di persone ammassate e spinte all'indietro. Attraverso le strette aperture nella parte superiore si vedono teste e mani, che poi salutano mentre il treno parte». Nelle lettere da Westerbork, Etty rivela il suo grande talento letterario proprio attraverso il tentativo di descrivere la realtà nel modo più accurato possibile, mostrando un occhio attento ai dettagli e mantenendo la propria voce - acuta, con un leggero sottotono ironico.
Se i diari sono un mondo, la vita che si cela dietro di essi è un universo. Il tuo lavoro di ricerca sembra quasi un'opera di archeologia dell'anima. Qual è stato il processo di creazione di questo libro e come sei riuscita a recuperare materiali così intimi?
Mi ci sono voluti sette anni di lavoro a tempo pieno per ricercare e descrivere la breve ma intensa vita di Etty. Sono stata estremamente fortunata perché, su iniziativa della Fondazione Etty Hillesum, negli anni Ottanta sono state condotte numerose interviste agli amici di Etty che all'epoca erano ancora in vita, interviste che ho potuto utilizzare con grande gratitudine. L'unica testimone con cui ho potuto parlare di persona è stata l'amica di Etty, Dicky de Jonge, che quando l'ho intervistata aveva già cento anni, ma conservava ancora ricordi straordinariamente vividi di Etty. Ho anche avuto lunghe conversazioni con le figlie dell'amica di Etty, Liesl Levie, che avevano conosciuto Etty da bambine e avevano anch'esse ricordi molto nitidi della guerra.
Negli Stati Uniti ho soggiornato per una settimana nella casa dell'amica di Etty, Leonie Snatager, scomparsa pochi anni prima. Suo figlio non aveva ancora sistemato nulla e insieme abbiamo esaminato tutta la sua corrispondenza. Da armadi profondi e strapieni è emersa un'enorme quantità di materiale, tra cui molte lettere e il diario che Leonie stessa aveva scritto nel 1942, spinta, come Etty, da Julius Spier. Era una miniera d'oro per un biografo. Oltre a queste testimonianze personali, ho anche fatto ampio uso della ricerca d'archivio, con l'aiuto di una storica eccezionale, Erika Prins, che è stata in grado di scavare più a fondo negli archivi di chiunque altro. Ho anche viaggiato molto, compresa una visita ad Auschwitz.
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Foto di Matteo Baldi
