Aisha Kateeb e Irit Hakim, le due esponenti di Combatants for Peace intervistate da Michele Migone, saranno presenti all'evento "Tenda del Lutto", che si terrà domenica 21 settembre 2025 al Giardino dei Giusti di Milano. Maggiori informazioni qui.
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Combatants for Peace è l’unica organizzazione non governativa nata dall’incontro di militari di due diversi eserciti, nemici schierati su fronti opposti che hanno capito quanto fosse più giusto e utile dire addio alle armi e combattere con la forza delle parole e delle azioni nonviolente.
La storia è conosciuta. Dodici riservisti israeliani che si erano rifiutati di servire nei Territori Occupati e quattro miliziani palestinesi di Fatah si ritrovano, si parlano, comprendono di rifiutare la logica dello scontro. Dopo qualche mese, nasce l’organizzazione. È il 2006, gli Accordi di Oslo sono già lontani, la speranza di una soluzione del conflitto è molto affievolita. All’inizio, aderiscono solo ex militari delle due parti. L’obiettivo è chiaro: protestare contro l’ingiustizia dell’occupazione militare in Cisgiordania e creare un movimento di base che si allarghi sempre più.
Oggi, Combatants for Peace è diventata più grande e accoglie uomini e donne di entrambi i popoli. Irit Hakim è israeliana di Tel Aviv mentre Aisha Kateeb è palestinese di Nablus. Parlare con loro significa soprattutto comprendere la ragione per cui hanno aderito a Combattenti per la Pace; ed è la stessa molla che spinge tutti coloro che si impegnano per il dialogo, per una soluzione pacifica del conflitto: non c’è alternativa alla convivenza se non la violenza, la distruzione, la morte. Irit parla dei membri dell’organizzazione, quindi anche dei palestinesi come dei fratelli e delle sorelle: “Crediamo molto nel nostro cammino e cerchiamo di incontrarci il più possibile per discutere e conoscerci. È molto importante farlo per poter proseguire nel cammino della riconciliazione”.
Aisha sottolinea l’amicizia del gruppo: “Crediamo nell’uguaglianza, nel rispetto delle due storie delle due
parti, crediamo che ci debbano essere due nazioni che possano e
debbano vivere in questa parte del mondo”. Il 7 ottobre e la strage
di Gaza hanno messo a dura prova la loro coesistenza. Non sono state,
non sono, prove facili da superare, ma nei Combattenti per la Pace,
dopo un periodo di inusuale diffidenza, ha prevalso la volontà di
stare assieme. Racconta Irit Hakim che all’inizio è sorto un muro:
“Sì, dopo il 7 ottobre non parlavamo più con i palestinesi. Poi è
stato come i passi di un bambino piccolo. Era troppo forte il trauma.
Non sapevamo cosa loro sapessero di ciò che era successo perché i
loro media non ne parlavano. Loro ci dicevamo che non era possibile
che ci fosse stato quel massacro: i musulmani non fanno certe cose,
affermavano. Poi, a poco a poco abbiamo iniziato a fare delle
riunioni su Zoom perché non potevamo incontrarci di persona. È stato
doloroso parlarci, ma ci siamo riusciti, aiutati anche da telefonate
personali ricevute da loro. Ora ci sentiamo di nuovo insieme e ci
sentiamo più forti”.
Neanche l’energia di Aisha Kateeb nell’impegno nell’organizzazione è venuta meno dopo le migliaia di morti di Gaza. Lei, palestinese, che vive sotto occupazione militare nei Territori risponde con uno sguardo politico alla domanda sul dialogo con gli israeliani che fanno parte di Combatants for Peace: “Non è difficile parlare con loro perché a me è molto chiaro che siamo noi civili, le due popolazioni, a essere le vittime, in generale di questo conflitto decennale, e adesso della guerra che è in corso. Sono i politici ad avere deciso questa guerra, non noi civili. Quindi, per me è importante incontrare gli israeliani e lavorare insieme a loro per mettere fine a tutto questo”.
Questa giovane donna ha tre figli, ha perso due fratelli
nel corso degli anni, uccisi nel conflitto, vive sotto la morsa del
governo militare israeliano, ha il timore che Benjamin Netanyahu
dichiari l’annessione della Cisgiordania, vede la rabbia dei
giovani palestinesi e cerca di convincerli che tra la violenza e
l’andarsene, l’essere cacciati dal proprio paese, c’è un’altra
via, vede i morti di Gaza. Aisha vede tutto questo, ma continua a
parlare di fede in quello che fa perché pensa che cambierà il corso
della cose: “Dobbiamo lavorare per i nostri ideali, continuare a
crederci. In fondo, sarebbe facile: tu rispetti me, io ti rispetto;
tu credi nei miei diritti, io credo nei tuoi”. Anche Irit Hakim
intravvede una piccola luce di speranza in fondo al tunnel cupo della
guerra: “Non ho molte occasioni di parlare con chi non la pensa
come me. I miei amici hanno le mie stesse idee. Credono che questa
guerra debba finire adesso. E i giovani la pensano allo stesso modo.
Molti di coloro che dovrebbero arruolarsi nell’esercito a 18 anni
si rifiutano di farlo. E questo è molto nuovo e molto radicale per
Israele”. Non più altri soldati armati, ma nuovi Combattenti per
la Pace.
