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Ehud Olmert: "Israele esploderà come un vulcano e Netanyahu verrà spazzato via dalla lava"

Manuela Dviri intervista l'ex premier israeliano

Mentre sto intervistando Ehud Olmert nel suo ufficio poco lontano dal mercato Carmel di Tel Aviv, mi arriva la foto di un gruppo di giovani donne munite di una simbolica urna elettorale di cartone e legno che cercano di bloccare il traffico tra Tel Aviv e Gerusalemme. Durante la settimana sono morti cinque soldati israeliani uccisi dal fuoco amico a Gaza. Sabato l’esercito ha riportato in Israele quattro cadaveri degli ostaggi uccisi già il sette ottobre e nascosti da allora nei tunnel di Gaza. Mentre sto scrivendo queste righe è morto in combattimento un altro soldato.

E sabato sera sono tornata a casa dall’ennesima dimostrazione contro il governo. Eravamo centomila, dicono, solo a Tel Aviv. Molti arrestati e un ferito tra i dimostranti. Si chiama Gadi Kerem. Lo ha attaccato un “bibista” urlando “sono felice che i tuoi figli siano morti, sporco sinistroso”. Kedem e sua moglie hanno perso la loro intera famiglia il sette ottobre: la figlia e il marito, i tre nipoti. Viviamo ormai da molti mesi in una specie di mixer in perpetuo movimento, triturati da avvenimenti che ci sbattono di qua e di là, in mano a forze che a volte sembrano appartenere a mondi occulti e sconosciuti, che ci frantumano e ci consumano. Siamo stanchi. Siamo preoccupati per gli ostaggi. Siamo in pena per i soldati. Siamo inquieti per una guerra ormai senza senso che sembra non finire. Che Netanyahu non vuole far finire perché porterebbe alla fine del suo governo. Ma non molliamo. Dobbiamo sopravvivere come paese e come individui e non perdere la speranza. Ho le ginocchia a pezzi dai chilometri che ho macinato in questi mesi per dimostrare, protestare, scendere in piazza prima per la democrazia, poi per la richiesta di elezioni. “Lo giuro, questo governo cadrà”, ha gridato sabato sera Yair Lapid, capo dell’opposizione. Eppure, c’è ancora chi crede che Bibi ce la farà fino al 2026, c’è chi ha perso ogni speranza. Chi ha deciso di lasciare il paese. Di trasferirsi altrove.

Ben poco di tutto ciò traspare all’esterno, dove siamo malauguratamente rappresentati da un solo viso e da un solo nome. Netanyahu. Dove siamo visti come violenti e vendicativi e strafottenti, maldisposti anche nei confronti di un presidente americano, Biden, che è sempre stato al nostro fianco e non meno nei confronti degli alleati europei e di quelli locali. È riapparso anche l’antisemitismo, quello di sinistra e quello di destra. Come siamo arrivati a questo punto? Non è sempre stato così. Me lo chiedono amici italiani, ebrei e non ebrei, sinceramente preoccupati, addolorati. Vado a chiedere il parere di Ehud Olmert.


Ehud Olmert, lei è stato membro della Knesset, nato e cresciuto nella destra, nel mondo revisionista, è stato più volte ministro, sindaco di Gerusalemme, vice primo ministro e infine primo ministro di Israele dal 2006 al 2009. Ha visto e ha vissuto. E ora è uno degli osservatori più attenti dell’attuale governo. Secondo lei quando cadrà finalmente Netanyahu? Ieri la dimostrazione mi sembrava più grande di quella della settimana scorsa…

Spero cadrà il primo possibile. Forse entro alcuni mesi. Quasi di certo entro la fine di quest’anno, il 2024. E le possibilità crescono dopo l’ultimatum di Benny Ganz di sabato che lo ha minacciato di uscire dal governo se entro il prossimo 8 giugno non presenterà un piano di sei obiettivi: ritorno degli ostaggi; smobilitazione di Hamas e demilitarizzazione della striscia; cooperazione con Usa, Unione europea e partner arabi per definire insieme la futura gestione del territorio di Gaza; ritorno dei 60.000 cittadini israeliani evacuati dal Nord per il 1° settembre, con l’inizio delle scuole; standard precisi per il servizio militare dal quale i haredim, gli ultra religiosi, sono esentati. Il ministro della difesa Galant, qualche giorno prima, aveva invece dichiarato il suo dissenso al controllo militare israeliano sulla Striscia, che è il sogno dei messianici al governo. I nodi che da mesi fronteggia il nostro primo ministro sembrano, ma solo sembrano, arrivati al pettine: aderire alle richieste di Gantz e delle piazze che da mesi gli chiedono elezioni, significa fare l’opposto di ciò che chiedono i suoi alleati di ultradestra. Se accettasse potrebbe cadere il governo e lui potrebbe perdere il potere, visto che i sondaggi lo danno in picchiata. Si vedrà.

Netanyahu è un abilissimo politico, un manipolatore, un angelo della distruzione, soprannome datogli nel 1999 dall’allora primo ministro Izhak Shamir. È riuscito persino a farci dimenticare l’esistenza del problema palestinese finché ci è esploso in faccia. Sarà possibile tornare ad occuparsene, la pubblica opinione accetterà l’idea?

Il “problema palestinese” è il problema intorno al quale gira tutto. Il più importante. Il più centrale. Fino al sette ottobre abbiamo potuto far finta che non esistesse e che non ci fosse bisogno di risolverlo, ma poi è successo quello che è successo nel Sud. L’idea che si possa terminare la guerra senza occuparsene e senza cercare un meccanismo che ci permetta di affrontare il problema è un ennesimo imbroglio per nascondere la politica dei principi messianici che stanno alla base del governo Netanyahu. I messianici desiderano far iniziare una guerra apocalittica con la Cisgiordania, l’Armageddon, che permetterà di colpire e allontanare un grande numero dei suoi abitanti per poi creare la grande Israele, Israel ha Shlema, possibilmente colonizzando anche Gaza. Netanyahu accetta questi falsi profeti e l’idea dell’apocalisse perché solo così riesce a rimanere al governo e a mantenere il potere. Il nostro dovere è espellere lui e loro il prima possibile.

Secondo ciò che lei dice siamo de facto diventati un paese vulnerabile che crede solo nella guerra e nella forza militare ma non negli accordi diplomatici, de facto governato da messianici pericolosi, sarà possibile convincere l’opinione pubblica del pericolo? E saremo capaci di dire basta a questa realtà?

Per il momento la popolazione non si occupa d’altro che del ritorno di tutti gli ostaggi, che è dal punto di vista morale e da ogni punto di vista possibile la realtà più importante. Forse persino parte dei politici non ha ancora capito che poi ci dovranno per forza essere degli accordi, che per forza si dovrà arrivare al dialogo. Come è chiaro che senza tregua non ci sarà il ritorno degli ostaggi. Devi essere un idiota o un malvagio a non capirlo, a non capire che Sinwar, che non è uno stupido, si terrà ben stretti gli ostaggi, che sono la sua unica risorsa e servono per la sua sicurezza, finché va avanti la guerra. E perché mai dovrebbe restituirli finché continua la guerra? Finché continuerà la guerra continueranno a morire ogni giorno anche i nostri ostaggi e i nostri soldati e Bibi rimarrà al governo. Però alla fine succederà - il paese non ce la farà più, esploderà come un vulcano e Netanyahu verrà spazzato via dalla lava.

Chi saranno i prossimi leader del paese?

Per forza di cose dovremo scegliere i prossimi leader tra i politici che già conosciamo e si trovano al centro della discussione politica come Lapid, Gantz, Eizenkot, perché non c’è abbastanza tempo perché appaiano sulla scena politica tutti i nuovi volti che abbiamo conosciuto in questi mesi. E ce ne sono di straordinari, di bravissimi uomini e donne che si sono dati anima e corpo alla protesta, prima contro la riforma giudiziaria e per la democrazia, ora per il ritorno degli ostaggi, la fine della guerra e le elezioni. Alcuni dei loro nomi sono ormai molto noti qui in Israele. Un paese democratico non riesce a far eleggere una persona apparsa sulla scena appena pochi mesi prima e a farlo arrivare al governo. In questo momento è davvero impossibile vedere uno dei loro nomi al timone del paese.

E chi per i palestinesi?

Anche per i palestinesi ci dovranno essere dei cambiamenti perché Abu Mazen è davvero ormai troppo anziano. Ma anche tra di loro ci sono persone validissime, con le quali si potrà dialogare per costruire uno Stato palestinese.

Il dialogo e il lavoro per uno Stato palestinese potrebbe portare il paese alla guerra civile?

Spero di no. Ma potrebbe succedere. Dovremo fare tutto il possibile perché non accada, ma d’altra parte non possiamo arrivare a compromessi con questi fanatici messianici, fondamentalisti, radicali e razzisti che ci troviamo davanti. Nessun compromesso con loro riuscirebbe a funzionare né al governo né all’interno della società civile. Sarebbe un pericolo troppo grande. In questo momento si stanno fronteggiando due Israele, quella del sionismo originale della megilat azmaut (la dichiarazione di indipendenza firmata il 14 maggio 1948) e la visione messianica. Non sono compatibili. Dobbiamo lavorare per i principi della prima e rifiutare quelli della seconda.

Vediamo un grande antisemitismo nel mondo, specialmente tra i giovani. Può essere che in parte la causa sia il comportamento di Netanyahu e il sogno messianico della grande Israele che traspare chiaramente dalla politica del governo infangando l’immagine del paese?

L’antisemitismo c’è sempre stato, da migliaia di anni, e ci accompagna da sempre. Da questo punto di vista non c’è niente di nuovo e non è certo esploso improvvisamente per la prima volta per un qualche nostro comportamento durante questa ultima guerra. Ma ora è nato qualcosa di nuovo, mai esistito prima. C’è un anti-Stato di Israele perché Israele viene identificato ormai da decine di anni con l’occupazione, con la negazione dei diritti di un altro popolo, con il comportamento negativo nei confronti dei palestinesi che sono sotto il nostro controllo. La maggior parte di chi vive oggi è nato dopo il 1967, dopo la guerra dei sei giorni, e sa ben poco di come si viveva allora e di come e perché furono occupati quei territori. Lo Stato di Israele piccolo e debole, circondato tutto intorno da nemici e minacciato nella sua stessa esistenza fin dal primo giorno della sua fondazione, è un nostro ricordo collettivo, o per essere ancora più precisi, un ricordo collettivo della nostra generazione, ma non del mondo. Non è una realtà in cui si possano o si vogliano identificare i giovani del mondo. Quello che vedono da ormai decenni è un Israele occupante. Segni di nervosismo e irritazione nei confronti di Israele e del suo comportamento erano apparsi anche prima di Netanyahu e del suo governo. Ma con questo governo e con i suoi ministri razzisti e suprematisti e la loro politica è diventato legittimo esprimersi e comportarsi in modo estremo contro Israele. Ora il mondo non vede più le nostre vittime. Le hanno già dimenticate. E ci dicono, sì vi hanno ucciso 1500 persone, sì vi hanno torturato, sì vi hanno stuprato, sì vi hanno rapito, è terribile, ma Israele ha poi ucciso più di trentamila persone e questo è ancora peggio. Ha spostato un milione e mezzo di persone dal Nord al Sud. Vedono case distrutte, gente che ha fame. Distruzione ovunque. È vero che se qualcosa di simile l’avessero fatto gli americani che sono molto più grandi e potenti di noi, la reazione del mondo sarebbe stata diversa e forse più tollerante e non sarebbe esploso l’antisemitismo latente che già esisteva, ma non siamo gli Stati Uniti. E poi non facciamo niente per migliorare la situazione. Il comportamento di questo governo e di parte dei suoi esponenti sembra fatto apposta, con la sua insolenza e tracotanza, per risvegliare anche il più latente degli anti israeliani e degli antisemiti. E un’occasione per chi già da tempo aveva delle riserve sulla politica israeliana per condannarla apertamente.

Cosa chiediamo agli ebrei del mondo, ma anche ai non ebrei che ci seguono e soffrono con noi da lontano?

Di capire quello che stiamo vivendo e darci una mano. Anche aiutando nella protesta in ogni possibile modo, ci aspettano tempi tutt’altro che facili.

La sua speranza?

Stiamo vivendo una crisi terribile che deciderà il futuro del paese e quello che simboleggia e vorrà simboleggiare in futuro. Dovranno vincere i principi liberali e democratici dei padri fondatori. Dovremo vivere in pace con coloro che furono i nostri nemici. Dovremo diventare un paese moderato, di conquiste tecnologiche e culturali e di apertura al mondo e alla pace, centro di cultura e conoscenza.

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Il giorno dopo questa intervista, avvenuta in una calda domenica di maggio, muore in un incidente di elicottero il presidente iraniano Ebrahim Raisi. Altri due soldati israeliani sono invece uccisi in combattimento a Gaza, e una lenta fila di automobili sta salendo a Gerusalemme per protestare contro il governo durante la riapertura estiva della Knesset. La polizia di Ben Gvir ha arrestato alcuni dei dimostranti, tra cui nomi noti per essere stati tra gli eroi che hanno salvato decine di israeliani durante la strage del sette ottobre.

Sempre nelle stesse ore, Karim Khan, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, in una drammatica dichiarazione, afferma che la corte penale internazionale discuterà l’emissione di mandati di arresto per il primo ministro Netanyahu, il ministro della difesa Gallant e i leader di Hamas Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh. Karim Khan accusa Netanyahu e Galant “di causare la fame come metodo di guerra e di danneggiare deliberatamente i civili”. Consultazioni d’urgenza in Israele. La richiesta di Khan passa ai giudici che decideranno se emettere i mandati di arresto e contro chi.

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