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“Grazia”: la ‘linea giusta’ sul ghiaccio tra fascismo e libertà

di Francesco Caremani

Una bambina che ama scivolare sul pavimento liscio del corridoio: Grazia Barcellona ha nove anni quando scopre che si può volare sui pattini. Nel 1938, in un Paese che vuole corpi obbedienti e perfetti, impara a cercare la sua «linea giusta» al Palazzo del Ghiaccio di Milano, guidata dallo zio Ettore – scultore, antifascista – e da un talento che cresce senza che nessuno l’avesse previsto. Tra gli allenamenti severi del maestro Burghardt e l’amicizia complicata con Carlo Fassi, compagno nella gara a coppie, Grazia comincia a gareggiare nell’Italia del Ventennio: una piccola campionessa perfetta nella sua divisa, impettita nel saluto romano. Poi la guerra inghiotte tutto: le bombe colpiscono il Palazzo, la vita si sospende, arriva lo sfollamento e un rientro a Milano traumatico: la città devastata, il fisico debilitato, il morale a terra.

E sua madre sembra non avere più tempo per lei: Giovanna Boccalini, pioniera dello sport femminile e partigiana, sta diventando una figura politica nella Milano della rinascita. Quella donna che ha scelto fin da subito da che parte stare sarà per Grazia modello, protezione e ferita aperta, e infine sostegno nel momento cruciale, quando tornare a vincere appare un sogno impossibile. St. Moritz 1948 infatti si avvicina: sono i primi Giochi olimpici dopo il conflitto e il ghiaccio brilla come una resa dei conti.

A raccontare questa storia vera, con il passo del romanzo e la precisione dell’inchiesta, è Federica Seneghini, giornalista del Corriere della Sera – redazione online e social – e docente in percorsi di formazione giornalistica tra IULM e RCS Academy. Dopo Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il duce, Federica torna con Grazia a intrecciare sport e storia per rimettere a fuoco ciò che spesso resta ai margini: il corpo delle donne come campo di battaglia simbolico, la disciplina come libertà e insieme come gabbia, il talento che cerca spazio dentro un Paese che lo vorrebbe “al suo posto”.

Ispirato a una storia vera, questo romanzo attraversa fascismo e primo dopoguerra, mentre lo sport femminile muove passi decisivi tra aperture e ostacoli, conquiste e barriere patriarcali. Giovanna e Grazia sono una madre e una figlia in cerca di equilibrio, determinate a restare libere in un mondo in tumulto, dove ci si perde e ci si ritrova su una pista ghiacciata, scintillante di futuro.

Per raccontare storie vere – in questo caso di sport, ma non solo – scegli il romanzo. Cosa ti dà in più rispetto alla non fiction?

Il romanzo ha la potenzialità di arrivare a più persone. È la forma narrativa che mi è più congeniale, mi diverte, mi piace: anche come lettrice leggo romanzi molto più dei saggi. E soprattutto mi permette di raccontare meglio i personaggi, anche dal punto di vista emotivo.

Quando dici “arrivare a più persone”, intendi pubblici diversi?

Giovinette era nato come romanzo per adulti, ma poi ci siamo accorti – io e Marco Giani, che ha lavorato con me anche su Grazia – che è diventato uno strumento utile agli insegnanti per spiegare la storia, per raccontare cosa significasse vivere in una dittatura. Ci chiamano spesso per raccontare l’avventura delle Giovinette a scuola. Alle superiori, ma siamo andati anche in qualche primaria. Lo sport raccontato dal punto di vista dei ragazzi permette a quelli di oggi di immedesimarsi. Raccontare la dittatura attraverso i loro occhi diventa utile anche per gli insegnanti.

Chi è stata Grazia Barcellona?

Una ragazza come tante che a 19 anni partecipò ai Giochi olimpici di Sankt Moritz 1948, sia nell’individuale, prima italiana di sempre in questa gara, sia nella gara a coppie, con Carlo Fassi. Grazia aveva già vinto il titolo di coppia con Carlo Fassi, nel 42’, 43’ e nel ’46 e ’47. Ai Giochi olimpici invernali del ’48 avrebbe dovuto partecipare solo nella gara a coppie ma, dopo il ritiro all’ultimo minuto della sua rivale Ciacia Vigorelli, accettò di rappresentare il nostro Paese anche nell’individuale.

Perché questa storia è fortemente milanese?

Milano, allora, aveva qualcosa che nessun’altra città italiana possedeva: il Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi. L’unico impianto coperto del Paese, inaugurato nel 1923, capace di garantire allenamenti regolari per tutta la stagione. È quasi un paradosso, se ci pensi: una città di pianura, lontana dalle montagne, che diventa un punto di riferimento per gli sport su ghiaccio. Eppure accadde proprio qui. E il Palazzo del Ghiaccio era a due passi da casa di Grazia.

Nei tuoi romanzi per adulti tornano due elementi: il fascismo e le donne nello sport. Hai scelto tu queste storie o ti hanno scelto loro?

Mi hanno scelto loro. Con Giovinette volevo scrivere un articolo sull’origine del calcio femminile in Italia, e ho trovato la storia di una squadra milanese di cui non si era mai parlato davvero: c’erano studi accademici, materiale sparso, ma non una narrazione “pubblica”. Durante le mie ricerche sono partita da Grazia. Era l’ultima testimone oculare di quella squadra. E da lì è nato tutto il resto.

Cosa ti interessava mettere a fuoco: la politica come sfondo o la politica ‘dentro’ i corpi?

Mi interessava il percorso umano e sportivo di una bambina che inizia a pattinare nel ’38, con il saluto romano prima di ogni gara e il Piranesi addobbato con striscioni inneggianti al Duce. Quando inizia a vincere, iniziano anche le trasferte. Senza proclami espliciti, i corpi di Grazia e Carlo diventano rappresentazione di un Paese che voleva apparire vincente e perfetto. È lì che la politica smette di fare solo da sfondo.

Poi arriva la guerra e rompe tutto.

La famiglia è costretta a sfollare, il Palazzo del Ghiaccio viene danneggiato dai bombardamenti, chiude. Si riparte solo a fine ’45. E questo pesa: gli atleti italiani arrivano a Sankt Moritz dopo anni di stop, alle spalle hanno un Paese devastato. Dall’altra parte ci sono Paesi che la guerra non l’hanno combattuta in casa.

Il tuo lavoro ha anche un evidente cuore “di genere”: ridare posto nella storia a figure femminili che non pensavano di meritarlo. È un’intenzione consapevole?

Nelle donne che ho raccontato ho ritrovato spesso questa attitudine: la difficoltà a riconoscere come degne di valore le proprie imprese, anche quando lo sono state, a tutti gli effetti. Raccontarle oggi è un modo per rendere loro giustizia.

Nel tuo racconto c’è un rapporto madre-figlia forte. La madre è una figura politica, partigiana, pioniera. Grazia invece è atleta, e da bambina finisce per rappresentare – anche suo malgrado – il regime. C’è un’eredità che passa dalla madre alla figlia?

Giovanna Boccalini fu una politica, diventò partigiana, fu eletta consigliera e divenne assessora nella prima giunta Greppi, a Milano. Fu una pioniera non solo dello sport, visse sempre lo sport come spazio di libertà da conquistare, passo dopo passo. Grazia, invece, è una bambina-atleta che cresce dentro un sistema già normalizzato e finisce per incarnarlo, all’inizio in modo inconsapevole. Ma che dopo la guerra rappresenta la Repubblica ai Giochi olimpici invernali, i primi dal 1936. Le due figure si parlano per tutto il romanzo.

Hai scritto “con Marco Giani”, che ha un percorso specifico sulla storia dello sport femminile tra fascismo e ricostruzione. Com’è stato il lavoro a quattro mani: dove finisce la ricerca e dove inizia la libertà romanzesca? E come si parlano?

Con Marco il lavoro è stato, prima di tutto, ricostruzione di date e luoghi, del contesto. Abbiamo lavorato sulle fonti, sulle piccole storie famigliari che venivano fuori dalle interviste. Alcune le abbiamo fatte insieme, altre le ha fatte lui da solo. La ricerca ti dice cosa è successo. Il romanzo prova a raccontare le emozioni dei protagonisti.

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Foto dell'archivio  Luigi Ferrari

Francesco Caremani, giornalista

22 gennaio 2026

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