Negli ultimi tempi, quando apriamo i giornali o scorriamo le pagine dei social network veniamo sommersi dalle notizie dai fronti più caldi del pianeta. Dapprima con l’invasione russa in Ucraina e la conseguente guerra di trincea, per certi versi quasi novecentesca. Poi con l’assalto dei terroristi di Hamas in Israele, la guerra Gaza, l’escalation in Libano e in Iran. Senza contare le recenti tensioni tra le due Coree, tra Pechino e Taiwan, le elezioni negli Stati Uniti con Trump ancora avanti nei sondaggi. E poi ci sono le destre estreme che avanzano nel mondo, compreso in Europa e i cambiamenti climatici che sconvolgono molti luoghi del pianeta. Ai più attenti appare chiaro che siamo in un momento storico cruciale da cui può dipendere il nostro futuro. Ma a tutti noi altri sembra, invece, di vivere in un ansiogeno perenne presente, fatto di continue tensioni, di odio, di rabbia, di incomunicabilità. Tanto da essere quasi assuefatti, ormai, alla crudeltà e al concetto di conflitto. Ma è davvero così?
Professor Cacciari, secondo lei, considerando tutto quello che sta accadendo, tra Ucraina, Medio Oriente, Coree, ci stiamo abituando all’idea della guerra?
Beh, sì, ci stiamo adattando a una situazione di guerra: si adattano i nostri rapporti, le nostre relazioni, i nostri ordinamenti. E questo avviene in modo quasi inavvertito ma quotidianamente. Stiamo procedendo verso questa dimensione bellica: basti pensare alle leggi o agli ordinamenti sulla pubblica sicurezza recentemente approvati. Basta pensare a fatti clamorosi e inimmaginabili fino qualche tempo. Per esempio, vengono rimossi dei manifesti che esprimono l'opinione di questo o di quel gruppo. Qualche giorno fa è stato impedito a un negoziante di esporre nel suo negozio un cartello che condannava l'intervento israeliano a Gaza. E questo al di là delle posizioni, al di là della giustezza o meno delle diverse posizioni. Quanto sta avvenendo in democrazia è assolutamente inammissibile. Così come sono inammissibili alcuni interventi del governo, come quello contro gli immigrati. È una scandalosa decisione quella di trasferire migranti in un campo di concentramento in un altro Paese. Ecco, questi sono tutti interventi che una volta avrebbero suscitato scandalo universale e che oggi vengono sì e no commentati in ultima pagina. Quindi, sì, certo, ci stiamo assuefacendo ad un clima di emergenza, ad uno stato di guerra.
Possiamo dire che la democrazia è in pericolo?
Sì, la democrazia è in pericolo, ma per ragioni logiche. Nessuno è mai vissuto in democrazia durante una guerra. Un conflitto costringe sempre a sospendere alcune libertà e alcuni diritti, per forza. Come in una nave durante la tempesta, mai come allora il comandante deve essere uno solo. E se siamo in guerra, ammesso che riusciremo ad uscirne rapidamente, è possibile che si determineranno delle modifiche dei nostri ordinamenti tali da rendere fantasma l'idea di democrazia. Ripeto, durante uno stato di guerra si sospendono alcuni diritti, si sospendono alcune libertà. La guerra, sia quella combattuta con le armi sia quella combattuta nella società, è incompatibile con il mantenimento con i diritti fondamentali. Per questo la nostra Costituzione è democratica e assolutamente pacifista. Lì c'era la coerenza tra un'impostazione democratica progressista come quella della nostra Costituzione e il famoso articolo che dice che l'Italia rifiuta la guerra come strumento di soluzione dei conflitti internazionali. C’è una coerenza intima tra questi due aspetti. È evidente. Se noi accettiamo la guerra o la riteniamo inevitabile, o non facciamo tutto il possibile per evitarla o per risolverla quando scoppia noi minacciamo la nostra democrazia fino a renderla una parola vuota.
In questo contesto che ruolo ha l'Europa? E, secondo lei, quali sono i pensatori della tradizione filosofica europea che ci possono aiutare ad interpretare questa situazione geopolitica?
Le correnti che ci possono aiutare sono quelle che si rifanno alla dottrina del diritto, da Kant a Kelsen fino a tutti coloro che hanno ragionato nei termini di una politica che ha il proprio senso nel limitare la guerra. Che si pongono la questione non su come condurre la guerra, ma su come cercare disperatamente di evitarla o di concluderla al più presto. Questa è la tradizione di pensiero europea ma adesso è diverso. Oggi l'Europa non conta assolutamente niente, né dal punto di vista culturale né dal punto di vista politico. È out. E questa è una pura e semplice constatazione di fatto, non è una critica. Dalla caduta del muro in poi, dalla fine della guerra fredda in poi, l'Europa ha perso via via peso. Ha perso influenza, ha perso potere nei confronti degli altri grandi spazi politici globali. E non è mai riuscita né a prevenire un conflitto e tantomeno a risolverlo.
Secondo lei ci sarà la possibilità, a un certo punto, di ritornare ad un sistema sano?
Purtroppo, non siamo nel campo medico, non ci sono medicine. Si potrà, forse. Bisognerà vedere. Siamo in una situazione di globali disordini, da cui si uscirà certamente con un nuovo ordine mondiali e quindi con nuovi equilibri. Rimane da vedere, e non è poca cosa, se da questi nuovi equilibri, come in passato, si giunge attraverso catastrofi o se è possibile raggiungerli attraverso processi pacifici. Al momento sembrerebbe che tutto dica che si arriverà a un nuovo ordine attraverso catastrofi. Anche perché non si cerca più il dialogo, c’è un conflitto continuo anche a livello di rapporti internazionali e di grandi spazi imperiali. Questo conflitto sta andando avanti senza che vi sia soluzione, apparentemente. Insomma, senza che nessuno riesca a indicare una via di compromesso concretamente perseguibile.
Ma, secondo lei, perché non si cerca proprio più il dialogo? Perché si va direttamente alla soluzione bellica?
Bella domanda. Perché? Come è successo altre volte nella Storia, probabilmente perché ci sono élites politiche inadeguate, forse perché le contraddizioni sono diventate davvero drammaticamente irrisolvibili per via diplomatico-politica. Le cause possono essere le più diverse. Forse perché è mancato il mediatore, perché, appunto, è mancata quell’Europa che tutti speravano potesse giocare un ruolo fondamentale. Un ruolo da ponte tra opposti interessi tra gli spazi imperiali. Non c’è mai una causa sola che spiega una situazione. Il fatto è prodotto dalla molteplicità di cause complesse concatenate una con le altre. Ma la situazione attuale è questa. Più che chiedersi perché siamo giunti a questo, dovremmo chiederci: possiamo sperare che ci siano soluzioni? Possiamo cercare di produrre dirigenze, nei diversi Paesi, in grado di portare avanti politiche di pace? Sul latte versato, ormai, è inutile piangere. Bisogna rispondere a queste domande. Vedremo.
Foto da Wikimedia Commons Roberto Vicario, CC BY-SA 3.0
