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I cyberbulli non sono alieni. Strumenti per abitare positivamente la rete. Intervista a Vera Gheno

di Sabrina Di Carlo

Viviamo un tempo incerto e fragile, attraversato - come sempre nella storia dell’umanità, ma oggi sembra un po’ di più - da odio e paure: penso alle guerre, al collasso climatico, alla conta delle violenze quotidiane. Così come il linguaggio con cui il mondo viene rappresentato e narrato. Dal covid in poi abbiamo cominciato a denunciare come il linguaggio bellico fosse sempre più utilizzato dall’informazione, dalla politica, nella narrazione della società e sempre più spesso anche nella pratica si scelga la soluzione bellica invece di preferire il dialogo, il confronto, la diplomazia per cercare la via della pace. Ne abbiamo parlato con la linguista e saggista Vera Gheno.

Oggi sempre più facile ritrovarsi essere la vittima di aggressioni verbali e discorsi dodio sui social network spesso usati proprio per colpire persone o gruppi. Si può essere colpiti per aver espresso un’ opinione, ma anche per non averla espressa rispetto a un tema molto dibattuto in quel momento…Che effetto ha questo sulla nostra società e sulla sua coesione?

La pandemia, come più volte è stato detto, ha messo in luce una serie di fenomeni già presenti. Si è sottovalutato tantissimo il problema dei danni mentali causati dalla situazione pandemica, adottando tutta una serie di misure che erano ovviamente giustificate, almeno in superficie, dalla condizione in cui eravamo, ma che sono state molto deleterie rispetto alla paura delle persone, al dolore, al malessere. Ogni misura che è stata presa per la famiglia, per esempio, è stata presa per la famiglia tradizionale e chi si trovava in qualche tipo di rapporto “non convenzionale” - una relazione omoaffettiva o a distanza, o in relazioni diciamo non codificate - non ha avuto nessun modo di spezzare la sua solitudine.

Questo, secondo me, ha portato a conseguenze che vediamo anche nell'aumento del discorso d'odio, dell'aggressività, della cattiveria. Che effetto ha questo sulla società? Quanto vedo accadere nell'ambito delle comunicazioni interpersonali è una specie di cartina di tornasole di come stanno le persone. Quindi la domanda che mi faccio io è: come mai stiamo così male? E come mai del fatto che sia un fenomeno globale se ne parla così poco? Io ho la sensazione che si parli dei discorsi d'odio come di un problema soprattutto altrui, che il gruppo “noi”, l'in-group, venga considerato come quello di chi viene attaccato dall’hate speech. Mentre si ragiona molto poco sul perché siamo, più di prima, tutte e tutti potenziali odiatori, oltre che potenziali odiati.

Rispondo alla domanda con un ulteriore spunto di riflessione: si stanno facendo realmente delle considerazioni su come migliorare il benessere degli esseri umani e come cementare la società e i legami che la attraversano, o siamo in una fase che, tra capitalismo, performatività, solipsismo, sta atomizzando la società? Ho la sensazione che viviamo in un momento di grande atomizzazione sociale, in cui si fa molto poco caso al fatto che siamo animali sociali, come diceva Aristotele.

E come reagiscono le comunità colpite da questo tipo di linguaggio?

Da un lato penso che chi fa parte di una comunità tradizionalmente marginalizzata, che siano i neri, gli omosessuali, le persone trans, le persone disabili, oggi forse non stia più zitto e abbia più spazio per denunciare gli episodi di odio a cui viene esposto/a. D'altro canto, mi pare che sembrano colti di sorpresa dalla quantità di odio che li tange soprattutto coloro che fino a oggi hanno sostanzialmente potuto dire qualsiasi cosa senza venire contraddetti, perché si trova(va)no in una posizione di privilegio: le persone bianche, le persone senza disabilità e così via. La mia idea era che più si organizzano le comunità e più denunciano questi episodi, più anche le persone finora abituate a dire tutto senza contraddittorio si renderanno conto degli effetti deleteri dei discorsi d’odio, e questo potrebbe innescare dei circoli virtuosi. 

Quello che avevo fortemente sottovalutato è la crescita esponenziale dei populismi, proprio a livello di rappresentanza politica e di come questa visione, diciamo, di destra, ma di una destra molto poco progressista, una destra nazionalsocialista, evidente in tutta Europa, sarebbe andata a ringalluzzire un certo tipo di persone. Persone che, essendo questo il clima sociale, politico e culturale, si permettono ancora di più di abbracciare un sentimento di alterizzazione che già provavano. Non siamo diventati più stronzi perché le minoranze denunciano di più, anche se la lettura che ne danno alcuni gruppi è proprio questa: le minoranze continuano a denunciare questi episodi, e noi, invece di crescere in consapevolezza, ci lamentiamo perché denunciano le violenze. Questo è un circolo vizioso abbastanza perverso, che ha portato alle accuse di woke e di cancel culture, senza rendersi conto che queste accuse sono un modo per buttare via il bambino con l'acqua sporca.

Oggi moltissime persone si informano online, quindi, i social - sia le piattaforme che li gestiscono da una parte, sia le persone che li utilizzano dall’altra - hanno una grande responsabilità nella rappresentazione della realtà…Sto pensando, da una parte, alla censura operata dalle piattaforme, allo shadow ban su alcuni temi e dallaltra, agli strumenti di moderazione del linguaggio dodio. Sono efficaci queste misure? Sono democratiche? E se non lo sono quali le strategie che si dovrebbero adottare?

Efficaci? No. Intanto molte persone negano l’esistenza dello shadow ban, però il fatto che vengano promossi certi temi rispetto ad altri è abbastanza lampante. Si va però in una direzione che non è quella di censurare i discorsi d'odio, ma, al contrario, di censurare dei temi che sono un’espressione politica. Che senso ha censurare i discorsi sulla Palestina? Non sono discorsi portatori d'odio, ma riguardano un tema caldo che semplicemente la piattaforma vuole dribblare. Diversamente, tutte le volte che io ho denunciato dei contenuti d'odio nei miei confronti, la piattaforma ha disposto che andavano benissimo. In realtà gli algoritmi censurano contenuti completamente random, tipo “L'origine del mondo”, il famoso quadro di Gustave Courbet (1866, Musée d’Orsay, Parigi) con una vulva femminile in primo piano; quindi, la nudità rappresentata in un quadro viene censurata e un discorso nazifascista no.

È evidente che abbiamo un problema con la moderazione automatica - ma anche quando qualcuno controlla quei contenuti, molto spesso i giudizi che vengono dati sono sballati - e che abbiamo un problema con la gestione dei discorsi d'odio, in generale dei discorsi conflittuali, da parte della piattaforma. C’è una soluzione? Sono vecchia scuola in questo e penso che l'unica cosa che veramente funziona è il pre-bunking, come indicato recentemente anche dal Parlamento Europeo, cioè cercare di prevenire questi comportamenti piuttosto che cercare di curarli a posteriori, ragionando con le persone rispetto alla responsabilità che hanno sulle parole che scelgono di usare.

Le regole di convivenza civile di una società funzionano non tanto laddove c'è un apparato di polizia che controlla che non vengano trasgredite, ma quando le persone vengono messe in una condizione di volontaria adesione a un codice di condotta civilizzato. È quello che secondo me in questo momento manca: moltissime persone non vedono se stesse all'interno di una dimensione collettiva. D’altro canto, le piattaforme social non sono neutre, ma sono delle piattaforme attraverso le quali pochi tycoon che detengono la maggior parte del potere, non solo mediatico ma anche economico, del mondo, devono fare dei profitti, e quindi la prospettiva capitalistica va in una direzione sicuramente diversa rispetto al greater good che si potrebbe fare con queste piattaforme, che saranno sempre espressione di una visione parziale dei loro padroni.

L’intelligenza artificiale ha già o avrà un ruolo nel contrasto (o nella diffusione) dell’odio online?

Per quello che ho letto finora, a partire da Lilia Giugni, Donata Columbro, Diletta Huyskes - tutta una generazione di data scientist di impostazione femminista e antipatriarcale - quello che fanno le intelligenze artificiali è amplificare iniquità già esistenti. Le IA vengono alimentate con testi che noi abbiamo scritto e quindi sono estremamente razziste e misogine. Non fanno altro che riprodurre un mondo che noi abbiamo a lungo descritto con le nostre parole. Un'ulteriore questione oggi è il fenomeno dell'intelligenza artificiale che viene alimentata non più da testi umani, ma da testi scritti dall'intelligenza artificiale stessa. Questo crea un effetto di risonanza ancora maggiore, di distorsione di certi testi, perché l'intelligenza artificiale usa un linguaggio che non è esattamente quello umano. Cosa succederà alle IA con questo “secondo passaggio” di artificialità?

I tentativi fatti finora di correggere il comportamento degli algoritmi hanno dato anche effetti clamorosi, nel senso di sbagliati. L'IA non ti permette di scrivere dei testi completamente liberi, per esempio, censurando alcune parole. Se, usando il dittafono di un software come word dico una parola volgare, la trascrizione può avere gli asterischi e non sono più io a decidere se e dove inserirli. Di recente Gemini, l’IA di Google, è stato temporaneamente sospeso dopo che, alla richiesta di un utente di creare l'immagine di soldati tedeschi del 1943, ha risposto proponendo un soldato di carnagione bianca, uno nero e due donne asiatiche. Oggi noi possiamo ancora renderci conto di queste mistificazioni, ma nel giro di un paio di generazioni è possibile che alcune informazioni vengono perse e in quel caso saremmo circondati da contenuti falsi, della cui origine ci siamo dimenticati. Ho grosse perplessità rispetto a quanto si stia parlando poco di questi effetti dell'IA, anche se, certamente, come tutti gli strumenti, può essere utilizzata anche in modo positivo.

I politici, nostrani o meno, sono spesso protagonisti nel diffondere odio attraverso le loro parole… abbiamo sentito definire esseri umani “carico residuale” e più di recente “cani e porci” riferendosi a persone migranti, in un processo di disumanizzazione davvero pericoloso. Cosa succede al linguaggio che ci definisce in quanto esseri umani quando viene usato in termini così “disumani”? Che uso sta facendo della lingua il nostro attuale governo?

Sta facendo quello che è, il destrorso reazionario. Il più grande successo del populismo è di convincere una nazione di essere circondata da nemici, sia al suo interno che al suo esterno, è il modo più semplice e becero di cementare una comunità, di creare coesione all'interno di un in-group, quello di dire è colpa degli altri. Da questo punto di vista il libro di Vannacci è un capolavoro. Perché, dall'inizio alla fine, è un libro apologetico nei confronti dell'in-group, cioè tu – maschio, bianco, cristiano, cattolico, eterocisnormativo, senza disabilità, di una certa età - non hai colpe, è tutta colpa dei neri, dei gay, dei giovani ecologisti, dei migranti che arrivano e ci rubano il lavoro, delle donne che non stanno più in cucina, è colpa degli altri. Questo crea coesione all'interno di quel gruppo, è un'esplosione del fenomeno dell’othering, dell'alterizzazione generalizzata, ma è anche il modo migliore per non fare assolutamente nulla. Il populismo funziona perché ti toglie l'accollo di dover fare qualcosa per la società, perché tanto è colpa degli altri e il nostro governo l'ha capito alla perfezione. Purtroppo, il modello di società che comunicherebbe la sinistra, un partito progressista degno di tale nome, è invece un progetto di società faticoso. Affatichiamoci tutti insieme allora, come direbbe Gramsci, trasciniamo insieme la catena comune in vista di un futuro migliore per tutte le persone…

Tornando al linguaggio usato dal populismo, usare termini che definiscono animali non umani deve implicare che quegli esseri non abbiano diritti, non abbiano dignità… Riuscire a dare importanza alla tematica antispecista nella intersezionalità delle lotte per i diritti, può essere una delle risposte?

Immagino di sì, ma si tratta di scalzare una cultura che ha sempre considerato l'animale umano la sommità della piramide biologica, titolato a cibarsi di tutti gli altri o a vedere tutti gli altri come i suoi schiavi. Il discorso antispecista è importante ed è forse uno di quelli su cui siamo più indietro, non solo a livello di alimentazione, ma proprio di rispetto per la vita degli animali anche domestici. Ci sono millenni di tradizione dietro, a partire dai nostri testi sacri (perché ci sono anche religioni che prevedono il vegetarianismo); da persona non vegana, che però il problema etico se lo pone, per esempio io non avrei nessun problema a mangiare la carne cresciuta in laboratorio e, di nuovo, di fronte ai grandi passi in avanti che sono stati fatti in quella direzione, la risposta del nostro governo è stata di vietare questo tipo di prodotti sul territorio italiano, senza alcuna visione al di là dei propri anni: intere generazioni che non hanno voglia di impegnarsi per il futuro, per un quadro più ampio.

Pensando al futuro: l’educazione digitale dovrebbe essere uno strumento importante. Spesso si ha la sensazione però che ci si limiti a dare strumenti per difendersi dall’odio online, dal cyberbullismo, la pedopornografia, ci si concentri cioè sul fattore di rischio, più che proporre modalità positive di abitare la rete. Noi ci occupiamo molto di educazione: Cosa possiamo fare per rendere le persone più consapevoli e critiche nei confronti della propaganda? Come aiutiamo soprattutto i più giovani a muoversi online occupando lo spazio in modo responsabile e positivo?

Come per tante altre cose, il lavoro lo fanno i singoli, le associazioni private, spesso adottando una prospettiva non apocalittica, mentre a livello istituzionale si percorre invece la strada della tecnica dello struzzo (anche se non è vero che lo struzzo nasconde la testa sotto la sabbia) magari vietando il cellulare in classe, cosa che non serve assolutamente a nulla, perché se la formazione all’uso consapevole dei dispositivi non si fa in aula, dove si deve fare? In famiglia? Dove non è detto che i genitori abbiano gli strumenti sistemici per insegnare ai loro figli a usare bene gli strumenti digitali… Nella mia attività sull'educazione digitale, lo dico da 10 anni, insieme a tanti altri: bisogna fare un'educazione all'uso del mezzo e non solo un'educazione di difesa; eppure, nelle scuole vincono i progetti realizzati dalla polizia postale, il cui mantra è l’attenzione ai pericoli: è come se facessimo scuola guida preparandoci all'incidente con un'autocisterna in fiamme sull'autostrada senza insegnare a guidare.

Iniziamo a dire che cyberbulli e hater non sono gli abitanti di un paese lontano, che noi dobbiamo ostracizzare dalla nostra società, ma siamo noi che diventiamo bulli in certe occasioni, senza neanche rendercene conto, riconoscendo che la nostra società è intrisa di questi fenomeni; questo è un problema grosso e negli anni in cui ho monitorato la questione, non si sono fatti grandi passi avanti, si continua a raccontare la storia delle vittime uccise dal cyberbullismo senza chiedersi come mai questi fenomeni non richiedono l'esistenza di un Franti, ma sono perfettamente comuni anche tra persone che stanno bene. Aggiungo che chiaramente in un paese avanzato, considerate le sfide della conoscenza a cui siamo esposti, si dovrebbe investire una quantità mostruosa di denaro sulla scuola, a partire dallo stipendio dei docenti. Invece continuiamo a chiedere alla scuola di fare questo e quello, di occuparsi di sessualità, di educazione digitale, di educazione alla cittadinanza, quando abbiamo la classe docenti tra quelle peggio pagate d’Europa.

Stavo pensando alla definizione di onlife di Floridi per rappresentare una realtà in cui mettere in discussione questo immaginario confine, che tra i più giovani mi sembra inesistente, tra la vita digitale e la rappresentazione del mondo online e la vita nel modo materiale...

Sì, è assolutamente pertinente la definizione di Floridi: non ha nessun senso ragionare sul digitale come di un mondo separato dal mondo reale. Noi viviamo in stati di continuità tra offline e online e tutto quello che c'è nel mezzo e la risposta a una situazione di tale complessità non può che essere a sua volta complessa, non è certo evitare il cellulare in classe, ancorandosi all'idea di reale vs digitale, reale vs falso.

Ultima domanda: noi abbiamo una sezione del sito dedicata a libri e risorse per chi vuole approfondire un determinato tema. Cosa puoi consigliare oggi a chi volesse approfondire il tema del linguaggio dodio e dell’abitare in modo positivo la rete?

Faccio autopromozione: l'anno scorso ho scritto “L’antidoto: 15 comportamenti che avvelenano la nostra vita in rete e come evitarli” (Longanesi) che si inserisce un filone di studi sull'abitare civilmente la rete ed è un testo concepito proprio come una specie manuale di istruzioni. Poi, nel filone della data science femminista, seguire il lavoro di Donata Columbro, che ha una newsletter che si chiama “Ti spiego il dato", molto interessante per abituarsi alla frequentazione e all’uso dei dati anche per rispondere ad alcune sollecitazioni. Lilia Giugni, che ha scritto un bellissimo libro “La rete non ci salverà. Perché la rivoluzione digitale è sessista (e come resistere)” (Longanesi) a proposito di un’iniquità di genere che è viscosa in tutta la filiera digitale, fin dall’estrazione dei minerali rari usati per i chip. Su altri aspetti del digitale, segnalo Davide Sisto, che lavora sulla digital death, quindi sulla morte, lui è filosofo e tanatologo, interessante perché percorre la rete in un altro modo ancora, mostrando aspetti meno noti dell'internet. E poi Antonio Pavolini, che è un analista e ha scritto un bellissimo testo che si intitola “Stiamo sprecando l’internet: la riscoperta possibile di uno spazio pubblico digitale” (Franco Cesati Editore) che è una riflessione su tutti quei posti dell'internet che sono fuori dalle piattaforme social mainstream, indagando la possibilità di usare diversamente internet e il mondo dei social media. Tutte queste persone condividono molto del loro lavoro anche online.

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