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Il Giusto Enrico Calamai: "Il migranticidio nel Mediterraneo ricorda l'Argentina dei desaparecidos"

intervista a cura di Riccardo Michelucci

“Per favore non chiamatemi eroe, non paragonatemi a Schindler o a Perlasca. Non ho fatto niente di diverso da quello che avrebbe fatto chiunque se si fosse trovato al posto mio”. A stupirci, dell’ex console Enrico Calamai, non è solo il coraggio e l’umanità di cui diede prova nell’Argentina degli anni ‘70, quando si trovò a dover salvare quasi da solo centinaia di persone dalla repressione della giunta militare golpista. A distanza di tanti anni continua a stupire la sua grande modestia e la sua capacità di fare memoria senza volersi mai ergere a protagonista. Eppure, nei tragici mesi che seguirono il colpo di Stato del 24 marzo 1976, quel giovane diplomatico di stanza al Consolato generale d’Italia a Buenos Aires divenne per molti l’ultima frontiera tra la vita e la morte. 

Nonostante tutti i tentativi di celare una repressione tanto brutale quanto silenziosa, Calamai si rese conto subito di cosa stava accadendo, perché due anni prima aveva vissuto una situazione simile in Cile, in un consolato italiano che dopo il Golpe di Pinochet si era riempito rapidamente di rifugiati. In Argentina si trovò di fronte una situazione ancora peggiore, un dramma epocale che fu celato a lungo all’opinione pubblica internazionale. Calamai si ribellò di fronte a quell’orrore e il suo coraggio gli consentì di salvare centinaia di vite umane. In quei mesi nascose uomini e donne in fuga, fornì loro i documenti per l’espatrio, infine riuscì a farli scappare, mettendo spesso a rischio la propria vita.

Purtroppo non poté farlo a lungo perché a Roma non vedevano di buon occhio il suo operato e nel maggio 1977 venne richiamato in Italia. Ma anche nel poco tempo che ebbe a disposizione, riuscì a impedire che gli elenchi dei desaparecidos diventassero ancora più lunghi. Almeno trecento persone si salvarono grazie a lui, anche se è impossibile stabilire il loro numero con certezza. In anni recenti il suo coraggio è stato riconosciuto pubblicamente dai familiari delle vittime e dallo Stato argentino, che nel 2004 gli ha conferito la prestigiosa Cruz dell’Orden del Libertador San Martin. La sua esperienza rappresenta però anche un atto di denuncia nei confronti dei governi occidentali, quello italiano in primis, “perché fece finta di non sapere e anche a causa degli schemi imposti dalla Guerra Fredda si preoccupò solo di tutelare gli interessi economici che lo legavano all’Argentina”.

Dove ha trovato la forza per sfidare i militari argentini?

All’epoca ero molto giovane, ero mosso da solidi principi e ho capito che le funzioni consolari mi permettevamo di dare una mano. Quando le persone hanno cominciato a venire al Consolato per chiedere aiuto, io non potevo far finta di non sapere che se fossero state respinte avrebbero fatto una brutta fine. Sarebbero state rapite, torturate, quasi certamente uccise. Ho capito che potevo aiutarle, è stato come un impulso naturale. Credo che l’uomo porti dentro di sé l’istinto della solidarietà.

Perché ha atteso tanti anni per raccontare la sua storia? La sua reazione all’orrore argentino fu simile, in un certo senso, a quella di chi tornò dai lager nazisti?

Al mio ritorno dall’Argentina ero terribilmente scosso e a livello politico mi imbattei in una chiusura totale. Fui portato a pensare che ciò che mi portavo dentro fosse una manifestazione soggettiva stravolta di qualcosa che non poteva essere accaduto nella realtà. Era talmente contrario alla logica, alle nostre categorie mentali e a quello che dovrebbe essere lo Stato, che non mi pareva vero. Per anni nessuno si è mai interessato a quello che avevo da raccontare. E nessuno di quelli con cui ho parlato mi ha creduto. Avevo la percezione di dire cose che non stavano né in cielo né in terra. Come se fossero, alla fine, solo delle mie fantasie stravolte, senza alcun riscontro nella realtà. Invece era tutto drammaticamente vero e, anzi, la realtà superava di gran lunga l’immaginazione.

La nostra ambasciata, al contrario di quanto era accaduto tre anni prima in Cile, non fece niente per aiutare chi era in fuga dai militari. Furono messe inferriate all’ingresso per impedire alle persone di rifugiarsi all’interno e chiedere protezione alla rappresentanza diplomatica. Lei agì sfidando i suoi stessi superiori ma poté contare su due collaboratori preziosi.

Sì, fu fondamentale l’aiuto di Giangiacomo Foà, l’inviato del Corriere della Sera, e del sindacalista dell’Inca Cgil Filippo Di Benedetto. Entrambi corsero gravissimi rischi per salvare vite umane. Quando Foà scriveva quanto stava accadendo costringeva la Farnesina ad attivarsi per aiutare i nostri connazionali. Di Benedetto era invece in grado di far arrivare in Italia i nomi delle persone in pericolo oltrepassando i controlli disposti sulle nostre linee telefoniche. E fece di tutto per mobilitare il sindacato. Finché una sera Foà, tornando a casa, non trovò ad aspettarlo una pattuglia di militari armati. Lo minacciarono dicendogli che se il giorno dopo l’avessero trovato ancora lì l’avrebbero fatto fuori. Fu costretto ad andarsene e anche io, di lì a poco, venni richiamato a Roma.

Di fatto le ambasciate dei Paesi occidentali, Italia compresa, collaborarono con il governo militare di Videla. Allora come oggi, purtroppo, i diritti umani sono secondari di fronte alle regole della realpolitik, ai rapporti di potere e alle questioni economiche. All’epoca l’importante era che l’opinione pubblica mondiale non si accorgesse di ciò che stava succedendo, ovvero la caccia all’uomo, le sparizioni, le torture sistematiche nei centri di detenzione, i morti. La strategia adottata dai militari argentini fu radicalmente diversa da quella dei golpisti cileni, che avevano invece esibito la violenza per terrorizzare il popolo e bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di resistenza. In Argentina sembrava che non fosse successo niente, all’apparenza il colpo di Stato non aveva modificato la vita di tutti i giorni, i locali pubblici erano pieni, il traffico scorreva normalmente.

Poche settimane fa Gariwo ha inaugurato il primo giardino dei Giusti in Argentina. Quant’è importante mantenere viva la memoria di quanto accadde?

Direi che è fondamentale, perché ci dà gli strumenti per leggere la realtà attuale. In Argentina venne messa in atto una vera e propria operazione di ingegneria demografica non molto diversa da quanto sta accadendo oggi ai migranti in Paesi e in aree del mondo che non conosciamo. Vediamo i naufraghi che arrivano nelle nostre coste ma non sappiamo cos’hanno passato prima, nel deserto o nel tragitto dal loro Paese d’origine all’Europa.

Lei ha sempre sottolineato un parallelismo tra i desaparecidos argentini di quarant’anni fa e i disperati di Lampedusa dei giorni nostri.

Purtroppo certi fatti tragici della storia tendono a ripetersi. Il comportamento della società argentina e di quella internazionale, che all’epoca ignorarono o non trovarono la forza per reagire ai militari, ricorda in modo sinistro quello che accade oggi nel Mediterraneo. Oggi i “sovversivi”, coloro che turbano l’ordine costituito, sono i migranti che l’Occidente respinge perché li considera un costo. Una politica concordata tra Stati UE e Nato fa sì che vengano messe in campo misure atte alla deterrenza del loro arrivo. Come accadde in Argentina negli anni ‘70, si pensa di poter agire in un cono d’ombra dove avvengono violazioni sistematiche dei diritti umani senza che l’opinione pubblica lo venga a sapere. Questa politica è stata definita migranticidio, perché porta all’eliminazione fisica o al “dumping” di vite umane come deterrenza dell’immigrazione. Anche in Europa ai tempi del nazifascismo molti sapevano, ma fingevano di non sapere. Adesso i singoli non si sentono responsabili di quanto accade perché non vedono il nesso tra la globalizzazione e l’immigrazione che sono due facce della stessa medaglia, il portato dello sfruttamento delle risorse e delle persone, della distruzione dell’habitat, delle dittature e delle guerre che sono provocate dall’Occidente.

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